GLI SCIACALLI E L'ELEFANTE. (TOLSTOJ )

 

Chi sciacalli avevano mangiato tutte le carogne che c'erano nei bosco, e non avevano più da mangiare. Ed ecco che a un vecchio sciacallo venne in mente un modo di trovare da sfamarsi. Andò dall'elefante e g1i disse:

- Noialtri avevamo un re, ma da un pò di tempo non fila dritto: ci ordina di fare certe cose, che non è possibile eseguire. Noi ci vogliamo scegliere un altro re, e il nostro popolo mi ha mandato appunto a pregarti di diventare tu il re nostro. Si campa bene, da noi: qualunque cosa tu ci comanderai, noi la faremo, e ti rispetteremo in tutto. Vieni nel nostro regno.

L'elefante acconsentì, e andò dietro allo sciacallo. Lo sciacallo lo condusse in una palude. Quando l'elefante fu ben affondato nel fango, lo sciacallo gli disse: - Adesso, comanda pure: qualunque cosa ci ordini, noi la faremo.

L'elefante rispose: - Io vi comando di tirarmi fuori di qui.

Lo sciacallo si mise a ridere, e disse: - Attaccati con la proboscide alla coda mia, e subito ti tiro fuori. Rispose l'elefante: - Ti pare possibile con la coda, tirar fuori me?

allora lo sciacallo gli disse: - E perché, dunque, tu comandi una cosa che non si può fare? Apposta abbiamo cacciato via il re di prima, perché ci comandava certe cose che non si potevano eseguire. Quando l'elefante, lì nella palude, fu morto, gli sciacalli vennero e se lo mangiarono.

 

I CANI SI RICONCILIANO COI LUPI. (FEDRO)

 

Dissero i lupi ai cani: - Perché voi, che siete nostri simili in tutto, non andate d'accordo con noi come fratelli? Noi, infatti, non abbiamo nulla di diverso da voi, tranne il carattere. Noi viviamo in completa libertà; voi siete sottomessi agli uomini come servi, sopportate le loro percosse, portate il collare, simbolo della vostra schiavitù, e tenete in custodia le loro pecore. Per di più, quando essi mangiano, a voi non riservano che i rimasugli degli ossi. E' ora di cambiare; abbiate fiducia in noi. Consegnateci tutte le pecore, noi le spartiremo in comune con voi, per mangiarcele a sazietà. I cani, purtroppo, prestarono orecchio a questi suggerimenti.

Ed i lupi, penetrati nell'ovile, sbranarono loro per primi, e poi tutte le pecore.

I DUE CAVALLI (LEONE TOLSTOJ)

 

Due cavalli tiravano ognuno il proprio carro. Il primo cavallo non si fermava mai; ma l'altro sostava di continuo. Allora tutto il carico viene messo sul primo carro. Il cavallo che era dietro e che ormai tirava un carro vuoto, disse sentenzioso al compagno: - Vedi? Tu fatichi e sudi! Ma più ti sforzerai, più ti faranno faticare -. Quando arrivarono a destinazione, il padrone si disse: - Perché devo mantenere due cavalli! Mentre uno solo basta a trasportare i miei carichi? Meglio sarà nutrir bene l'uno, e ammazzare l'altro; ci guadagnerò almeno la pelle del cavallo ucciso! -.

E così fece.

 

IL BOVE E LA FUNE (LEON BATTISTA ALBERTI)

 

I marinai dovendo caricare un bove sulla nave, pensarono di legarlo saldamente per le corna e poi sollevarlo di peso da terra fino al ponte.

Il bove, mentre lo legavano, faceva voti agli dèi perché la fune con la quale volevano alzarlo di peso, si rompesse; ma quando i marinai incominciarono a sollevarlo, ritrovandosi sospeso nell'aria incominciò a raccomandarsi agli dèi e a far voti perché la coda non si spezzasse.

- Guarda un po' -disse la corda - com'è ridicolo costui che per il comodo suo, prima invoca la mia morte e poi la mia vita!

IL CACCIATORE CHE NON AVEVA PAURA DEI LUPI

 

Un cacciatore, mentre vagava per i boschi, incontrò un lupo

Bravo, - disse il lupo, - adesso ti mangio.

- Perché mi vuoi mangiare? - si spaventò il cacciatore. - Ti ho forse fatto qualcosa di male?

Male o bene, io ho fame e perciò ti mangio. Il cacciatore capì che non era facile farla al lupo e si sforzò di riflettere rapidamente.

Va bene, se proprio la intendi così, mangiami pure. Prima però vorrei fare un bagno nel ruscello. Sono tutto sporco, non ti piacerei davvero.

D'accordo, lavati in fretta, - approvò il lupo. lì cacciatore andò al ruscello e vide nell'acqua un robusto bastone. Lo afferrò lesto lesto, saltò addosso al lupo, lo acchiappò per la coda e giù bastonate da levargli la pelle. Il lupo ululava per il dolore ma non poteva liberarsi perché il cacciatore gli teneva la coda come in una tenaglia. Alla fine diede uno strappo così brusco che la coda si staccò e il lupo se la diede a gambe così in fretta che si ve deva appena la polvere. Il cacciatore si ficcò nel carniere la coda del lupo e andò per la sua strada. Il lupo andò dai suoi fratelli e si lamentò con loro del trattamento ricevuto dal cacciatore.

Quel cacciatore non sa con chi ha a che fare, - si arrabbiarono i lupi e subito corsero in cerca di lui per vendicarsi.

Il cacciatore, sentendosi inseguito dal branco, fece appena in tempo ad arrampicarsi su un albero. I lupi lo circondarono, saltavano più in alto che potevano ma non riuscirono a raggiungerlo perché il cacciatore stava sul ramo più alto.

- Facciamo una cosa, fratelli - suggerì il lupo più vecchio. - Montiamo uno sulla schiena dell'altro così riusciremo ad acchiapparlo.

- Buona idea, - dissero gli altri lupi.

Sotto a tutti stava quel lupo senza coda, in groppa a lui il secondo, sopra il secondo il terzo, poi il quarto e così via fin che l'ultimo era proprio a un palmo dalla preda.

Allora il cacciatore cavò di tasca la coda del lupo, la gettò a terra e gridò:

- O quel lupo che mi volevi mangiare, riprenditi la tua coda e attaccatela di dietro.

Appena il lupo ebbe sentito così balzò sulla sua coda senza curarsi dei suoi fratelli che stavano in groppa. I lupi caddero al suolo uno sopra l'altro e si spaventarono talmente che scapparono da tutte le parti.

Il cacciatore rise tanto che dovette tenersi la pancia. E siccome per tenersi la pancia lasciò andare il ramo, cascò a terra anche lui e si ammaccò ben bene.

Un finale da comica

Il finale di questa favola rassomiglia a una comica, a quel genere di spettacoli dove si presentano situazioni che generano una risata dopo l'altra.

Proviamo a immaginare la rappresentazione della scena finale con il cacciatore che butta la coda del lupo, il lupo che va a raccogliere la sua coda, gli altri lupi che cadono tutti insieme e cominciano a fuggire e, infine, il cacciatore che si mette a ridere e a furia di ridere cade anche lui.

IL CANE E LA LEPRE. (Esopo)

 

Era un caldo pomeriggio assolato di inizio estate arricchito da un cielo limpido e azzurro senza l'ombra di una nuvola.

Un grazioso leprottino se ne andava fischiettando allegramente tra le distese fiorite dei campi che circondavano la fattoria in cui viveva. Il tempo quel giorno era talmente bello che al piccolino venne una gran voglia di raggiungere il delizioso laghetto posto al limitare del bosco e, senza riflettere, oltrepassò con un agile salto il recinto di casa, dimenticando le raccomandazioni di mamma lepre che gli ripeteva sempre di non uscire mai dalla staccionata e di non parlare con gli sconosciuti.

Si avviò così verso la meta ambita, ma il suo cammino venne bruscamente interrotto da un pericoloso cane che, balzandogli davanti gli chiese: "Mio piccolo amico, cosa fai tutto solo per la strada? Non sai che esistono animali che potrebbero assalirti?" Il leprotto preoccupato rispose: "Volevo andare al laghetto".Cogliendo al volo l'occasione l'astuto animale propose: "Posso accompagnarti se vuoi, così non correrai rischi inutili".Il cucciolo accettò volentieri, ma fatti solo pochi passi il cane gli piombò addosso catturandolo con una piccola rete che teneva nascosta. Il suo nemico gli legò tutte quattro le zampine impedendogli di fuggire e lo sistemò all'ombra di una pianta, allontanandosi alla ricerca di qualche pezzo di legno per il fuoco.

Rimasto solo il leprottino cominciò a piangere. Aveva paura.Sapeva che presto sarebbe finito in padella per diventare un ottimo arrostino. Ma proprio quando tutto sembrava perduto ecco che un grande e vecchio orso che aveva assistito. alla scena, approfittando dell'assenza del cane, lo andò a liberare. "Oh, grazie! Mi avete salvato la vita!". Strillò il cucciolo dalla gioia. "Smetti di gridare" borbottò il vecchio orso "e tornatene subito a casa. In men che non si dica il piccolino si precipitò alla fattoria dalla quale non sarebbe mai dovuto uscire. Quel pomeriggio egli aveva imparato una dura lezione. Dietro ai sorrisi eccessivi e alle cortesie gratuite di persone sconosciute si nasconde spesso un secondo fine subdolo e pericoloso.

IL CERBIATTO E IL CERVO (da Esopo)

 

Un bellissimo cerbiatto dal manto scuro e con delle stupende macchioline bianche sul dorso viveva con la sua famiglia in una meravigliosa foresta con un ricchissimo sottobosco che offriva cibo in abbondanza.

Il cerbiatto ammirava il suo caro babbo e desiderava diventare grande e forte proprio come lui aspettando con ansia che gli spuntassero finalmente le stesse lunghissime corna che tutti invidiavano al suo genitore. Nell'impazienza di quel momento egli seguiva costantemente il grosso cervo cercando di imitarlo in ogni cosa.

Durante un bel mattino di fine inverno, mentre il grande cervo brucava tranquillo le foglie dei cespugli più bassi in compagnia dell'inseparabile figliolo, un possente ruggito squarciò il silenzio della foresta. Era un leone! Il cerbiatto sconcertato osservò il suo babbo e, con enorme stupore scoprì che questi tremava come un fuscello al vento. Sì, il suo venerato papà aveva paura! Come era possibile? Ma prima ancora che egli potesse chiedergli spiegazioni il cervo gridò al figlio: "Corri!" e si lanciò in una velocissima fuga. Il cucciolo obbediente lo seguì con le lacrime agli occhi per la vergogna e la delusione. Quando finalmente si fermarono il cervo si avvicinò al figlio e scorgendo il suo pianto gli parlò con voce dolce: "Piccolo mio, questa paura che tu disprezzi ci ha salvato la vita. Quel leone non avrebbe avuto pietà di noi e ci avrebbe sicuramente sbranati se non fossimo fuggiti. A volte bisogna ingoiare il proprio orgoglio e sapersi arrendere di fronte a chi é più forte di noi. Questo significa diventare adulti e saggi."

Quelle parole consolarono il cerbiatto. Adesso ammirava ancora di più quel suo babbo che non aveva esitato a dimostrarsi un fifone rischiando di perdere la stima del figlio pur di salvargli la vita. Questo era il vero coraggio. Nella vita serve più coraggio per rinunciare ad affrontare persone più forti e prepotenti piuttosto che per accettare sfide inutili e violente.

IL CERVO ALLA FONTE E IL LEONE ( Esopo)

 

In una dolce giornata estiva, sotto un cielo limpido e azzurrissimo, un bellissimo cervo dalle lunghe e possenti corna, si stava abbeverando ad una fonte tanto cristallina da riuscire a riflettergli la sua immagine come fosse uno specchio. Ammirando il proprio bell'aspetto fiero e slanciato l'animale era orgoglioso di se stesso. Le sue lunghe e ramificate corna erano stupende e si ergevano decise verso l'alto come fossero maestose corone. Il suo muso allungato era delicato e deciso come quello di un principe e l'intero suo corpo era forte e robusto. Le uniche cose che a suo avviso non erano degne di lui erano quelle sue zampette troppo fragili e delicate. E si, se fossero state almeno un poco più grosse non avrebbero stonato con il suo fisico possente. Ma proprio mentre egli era tutto intento a rimirarsi, un brusco movimento alle sue spalle risvegliò la sua attenzione: qualcuno lo stava spiando! Si tratta va di un grosso leone pronto a balzargli addosso alla prima occasione. Fortunatamente il cervo si accorse in tempo di lui e riuscì ad allontanarsi cautamente dalla fonte per andare a nascondersi dietro ad un grande cespuglio. L'enorme felino però riuscì senza difficoltà a rintracciare la sua preda a causa delle lunghe corna di quest'ultima che ne tradivano la presenza. Appena scovato, il cervo si lanciò in una velocissima fuga verso la salvezza. Le sue agili zampe correvano come non mai superando ogni ostacolo e portandolo al sicuro.

Quando finalmente l'animale fu lontano da ogni pericolo poté fermarsi per riprendere fiato. "Che buffo," pensò il cervo "io ammiravo tanto le mie belle corna ed invece esse mi hanno tradito mentre invece, queste zampette apparentemente fragili che disprezzavo mi hanno salvato la vita!"

La bellezza e la forza fisica non sono sempre d'aiuto mentre le cose apparentemente più fragili possono diventare, nel momento del bisogno, grandi alleate.

 

IL CERVO E LA VITE (da Esopo)

 

Era una mattina di primavera. Il sole brillava alto in un cielo azzurro e limpido mentre un gruppo di uccellini ciangottavano allegramente tra i rami di un'alta quercia. Un bellissimo cervo dal manto splendidamente fulvo, brucava tranquillo l'erba di una vasta distesa situata ai confini di una piccola fattoria. Proprio quel giorno un grande orso e un vecchio cane decisero di catturare un cervo da tenere rinchiuso nel recinto del podere per allietare i loro cuccioli. Cosi, vagando tra i campi, videro quasi per caso l'animale che pascolava sereno. Senza perdere tempo gli corsero incontro per agguantarlo ma fortunatamente egli, comprendendo al volo la situazione, si lanciò in una corsa sfrenata per sfuggire alle loro insidiose grinfie. Poco distante cresceva, placidamente accarezzata dai caldi raggi del sole che dominava il cielo, una magnifica vite selvatica ricolma di fronde e grappoli di un'uva succosa e matura. Il cervo decise di nascondersi all'ombra di quel folto intrico di foglie, sicuro che nessuno sarebbe mai riuscito ad individuarlo. Infatti, quando l'orso e il cane passarono non furono in grado di vederlo e andarono oltre. Tranquillizzato per lo scampato pericolo, l'animale tirò un sospiro di sollievo e, allettato dal buon profumo che emanava la vite, iniziò a mangiucchiare i suoi grappoli d'uva e le sue gustose foglie. Fu proprio in quel momento che il cane si accorse della sua presenza: ascoltando con attenzione egli aveva potuto distinguere quello strano rumore e, tornando sui suoi passi riuscì a scorgere il cervo che masticava la vigna incurante del pericolo. Per la preda non vi fu più scampo. I due cacciatori gli balzarono addosso e lo catturarono senza difficoltà trascinandolo fino alla loro fattoria. Da quel giorno in poi, il povero cervo fu costretto a pascolare solo all'interno di un recinto divenendo un'attrazione per i cuccioli che lo ammiravano divertiti. E tutto a causa della sua golosità. A volte, le premature certezze, si trasformano in delusioni molto pericolose. Non bisogna mai sottovalutare il pericolo finché esso non è realmente passato.

IL CONGRESSO DEI TOPI. ( JEAN DE LA FONTAINE)

 

Un gatto chiamato tale strage di topi che non se ne vedevano quasi più intorno, tanto grande era il numero di quelli che aveva mandato alla sepoltura. I pochi rimasti., mancando loro il coraggio di lasciare i rifugi in cui si celavano, erano ridotti a non mangiare nemmeno il quarto di ciò che occorreva loro per sfamarsi e Rodilardo era considerato fra quella povera gente, non un gatto, ma un vero e proprio demonio.

Un giorno però, quel gatto si mise in viaggio per certe sue private faccende e, approfittando di questa lontananza, i topi superstiti si riunirono a congresso per discutere e trovare un rimedio al grande pericolo che li sovrastava. Dichiarata aperta la seduta, il decano, vecchio topo noto per la sua prudenza, espose che, a suo parere, si sarebbe dovuto trovare il modo di attaccare al più presto un sonaglio al collo di Rodilardo. Così, quando costui si sarebbe avviato alla solita caccia di roditori, i topi, preavvertiti dal suono avrebbero fatto in tempo a rifugiarsi nei loro buchi. Non sapeva suggerire altro ripiego migliore di questo e tutti i congressisti condivisero il saggio parere del signor decano.

La difficoltà consisteva nel fatto di riuscire ad appendergli il sonaglio al collo:

Uno disse: "Io non ci vado; fossi pazzo

Un altro mormorò: "Non me ne sento capace". La seduta fu sciolta senza venire a capo di nulla.

Ne ho visti anch'io di simili congressi che si sono riuniti per non approdare ad un bel niente. Congressi non di topi, ma di scienziati, e persino capitoli di canonici. Non mancano i buoni consiglieri quando si deve discutere, ma se si tratta di eseguire le decisioni prese, allora tutti si ritraggono indietro con qualunque pretesto.

IL CALVO E LA MOSCA. (FEDRO)

 

Una mosca punse il cranio lucido di un calvo. Questi si diede una grande manata per liberarsene.

E la mosca, ridendo: - Vuoi castigare con la morte il morso di un così piccolo volatile? Che vendetta vorrai prendere contro te stesso che alla puntura hai aggiunto l'ingiuria di una manata?

Il calvo rispose: - Con me stesso è facile pacificarmi, perché so che non avevo intenzione di nuocermi. Ma tu, animale perfido di un genere detestabile, tu, che provi piacere a succhiare il sangue degli uomini, meriti di essere uccisa, anche a costo di un maggiore sacrifico.

Questa favola insegna a perdonare colui che casualmente ha compiuto un errore ai nostri danni. Chi di proposito ci ha procurato il male merita, io penso, qualsiasi pena.

IL CONTADINO E LO SPIRITO DEL FIUME. (DA TOLSTOJ )

 

Un contadino fece cadere l'accetta nel fiume. Dal dispiacere s'accovacciò sulla riva, e si mise a piangere. Lo sentì lo spirito dei fiume: ebbe pietà del contadino, uscì dall'acqua portandogli un'accetta d'oro, e gli disse: - E' tua quest'accetta?Il contadino disse: - No, non è la mia.

Lo spirito uscì dall'acqua con una seconda accetta, questa volta d' argento.Il contadino disse di nuovo: Non è l'accetta mia. Allora lo spirito gli portò la sua vera accetta. il contadino disse: - Questa sì ch'é l'accetta mia!

Lo spirito regalò al contadino tutt'e tre le accette, perché era stato così veritiero.Tornato a casa, il contadino fece vedere le tre accette agli amici, e raccontò tutto quello che gli era accaduto.Ed ecco che uno di quei contadini pensò di fare la stessa cosa; andò al fiume, buttò giù a bella posta la sua accetta nell'acqua, s'accovacciò sulla riva e si mise a piangere.

Lo spirito del fiume venne fuori con l'accetta d'oro e gli domandò: - E' questa la tua accetta?

Il contadino, tutto contento, si mise subito a gridare: -E' la mia, è la mia!Lo spirito, allora, non solo non gli diede l'accetta d'oro, ma nemmeno quella sua gli rese più, giacché era stato così bugiardo.

 

IL CORVO E I SUOI PICCINI. (LEONE TOLSTOJ)

 

Un corvo aveva fatto il nido , in un'isola. Quando gli nacquero i piccini, pensò che sarebbe stato meglio trasportarli sulla terraferma.Prese tra gli. artigli il figlio più piccolo e si staccò dall'isola volando sopra lo stretto.Quando giunse in mezzo al mare, si sentì molto stanco: le sue ali battevano l'aria sempre più lente. Oggi io sono grande e forte e porto mio figlio sul mare perché mio figlio è debole pensava il corvo quando esso sarà cresciuto e sarà diventato forte, mentre io sarò debole e vecchio, chissà se mi ricompenserà delle fatiche che io sostengo oggi e se mi trasporterà come io faccio, da un luogo all'altro .Il corvo decise allora di accertarsi subito e chiese al suo piccolo:-Quando tu sarai forte e io sarò vecchio e debole, mi aiuterai come faccio io ora con te? Mi trasporterai da un luogo all'altro? Dimmi la verità....Il piccolo corvo vide in basso il mare e, temendo che il padre lo lasciasse cadere, si affrettò a rispondere:- Si, sì, ti aiuterò, ti trasporterò -.

IL CORVO E LA VOLPE. ( ESOPO)

 

Un corvo aveva rubato un pezzo di carne ed era andato a posarsi su di un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quella carne.

Si fermò à suoi piedi e cominciò ad adularla, facendo grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, della lucentezza delle sue penne, dicendo che nessuno era più adatto dì lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz'altro, se avesse avuto la voce.

Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere la carne

La volpe si precipitò ad afferrarla e beffeggiò il corvo soggiungendo:

" Se, poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe altro, per diventare re ".

IL CORVO MALATO. (da Esopo)

 

Tempo fa un cucciolo di corvo assai vivace e irrequieto se ne andava a zonzo tutto il giorno sbirciando in faccende che non lo riguardavano. Ficcava il becco in ogni cosa e non perdeva l'occasione di fare scherzi o dispetti ad ogni animale.

Quel mattino però, la sua monelleria lo spinse a compiere ciò che non avrebbe mai dovuto fare. Si intrufolò infatti in una piccola casa situata al limitare del bosco e lesto, lesto rubò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale della finestra spalancata. Per sua sfortuna il contadino fece in tempo ad accorgersi del furto e, senza esitare, colpì il corvo con una pietra.

Ecco fatto! Il ladro fu colpito in pieno.Quel pezzo di carne gli costò caro!

Ferito e spaventato il corvetto se ne tornò al nido volando piano per il male, quindi si sdraiò sfinito tra le braccia della sua cara mamma. Questa, disperata per le condizioni del figliolo, scoppiò in lacrime sfogando la propria preoccupazione.

"Oh, mammina!" Disse il cucciolo "Prega il Signore per me affinché guarisca la mia ferita". La corva colma di tristezza rispose: "Povero piccolo mio, come puoi chiedere al Cielo un miracolo se non ti sei nemmeno pentito del male commesso?"

Solo in quel momento il corvetto comprese la sua colpa e giurò a se stesso di non rubare mai più in vita sua.

Fortunatamente la ferita riportata durante la scorribanda alla fattoria si rimarginò in fretta e il cucciolo riacquistò le forze.

Quando fu completamente guarito poté tornare a svolazzare tra gli alberi ma, ricordandosi della promessa fatta, da quel giorno non toccò più ciò che non gli apparteneva. Aveva imparato a sue spese il significato della parola "furto". Gli insegnamenti appresi sulla propria pelle sono i più severi e non potranno mai essere dimenticati.

 

IL FALCO E IL GALLO (LEONE TOLSTOJ)

 

Un falco, addestrato dal suo padrone, quando costui lo chiamava, veniva a posarsi sul suo pugno.

Il gallo invece, all'avvicinarsi del padrone, strillava e fuggiva spaventato.

Disse il falco al gallo: - Voi galli siete servi ingrati. Correte dai vostri padroni soltanto quando avete fame. Noi, invece, uccelli selvatici, siamo ben diversi: siamo più forti e più veloci e non fuggiamo quando gli uomini s'avvicinano. E se ci chiamano, corriamo e ci posiamo sul loro pugno. Non dimentichiamo ch'essi ci danno da mangiare -.

Rispose il gallo: - Se voi non fuggite all'avvicinarsi dell'uomo, è perché non avete mai visto il falco allo spiedo, mentre noi non vediamo che polli arrosto -.

IL FICO. (LEONARDO DA VINCI)

 

C'era una volta un fico che non aveva frutti.

Tutti gli passavano accanto, ma nessuno lo guardava. A primavera spuntavano anche a lui le foglie, ma d'estate, quando gli altri alberi si caricavano di frutti, sui suoi rami non compariva nulla.

Mi piacerebbe tanto esser lodato dagli uomini - sospirava i fico. - Basterebbe che riuscissi a fruttificare come le altre piante.

Prova e riprova, finalmente, un'estate, si trovò pieno di frutti anche lui. Il sole li fece crescere, li gonfiò, li riempì di dolce sapore.

Gli uomini se ne accorsero. Anzi, non avevano mai visto un fico così carico di frutti: e subito fecero a gara a chi ne coglieva di più. Si arrampicarono sul tronco, con i bastoni piegarono i rami più alti, col loro peso ne stroncarono parecchi: tutti volevano assaggiare quei fichi deliziosi, e il povero fico, ben presto, si ritrovò piegato e rotto.

IL CERVO ALLA FONTE E IL LEONE (da Esopo)

 

In una dolce giornata estiva, sotto un cielo limpido e azzurrissimo, un bellissimo cervo dalle lunghe e possenti corna, si stava abbeverando ad una fonte tanto cristallina da riuscire a riflettergli la sua immagine come fosse uno specchio. Ammirando il proprio bell'aspetto fiero e slanciato l'animale era orgoglioso di se stesso. Le sue lunghe e ramificate corna erano stupende e si ergevano decise verso l'alto come fossero maestose corone. Il suo muso allungato era delicato e deciso come quello di un principe e l'intero suo corpo era forte e robusto. Le uniche cose che a suo avviso non erano degne di lui erano quelle sue zampette troppo fragili e delicate. E si, se fossero state almeno un poco più grosse non avrebbero stonato con il suo fisico possente. Ma proprio mentre egli era tutto intento a rimirarsi, un brusco movimento alle sue spalle risvegliò la sua attenzione: qualcuno lo stava spiando! Si tratta va di un grosso leone pronto a balzargli addosso alla prima occasione. Fortunatamente il cervo si accorse in tempo di lui e riuscì ad allontanarsi cautamente dalla fonte per andare a nascondersi dietro ad un grande cespuglio. L'enorme felino però riuscì senza difficoltà a rintracciare la sua preda a causa delle lunghe corna di quest'ultima che ne tradivano la presenza. Appena scovato, il cervo si lanciò in una velocissima fuga verso la salvezza. Le sue agili zampe correvano come non mai superando ogni ostacolo e portandolo al sicuro.

Quando finalmente l'animale fu lontano da ogni pericolo poté fermarsi per riprendere fiato. "Che buffo," pensò il cervo "io ammiravo tanto le mie belle corna ed invece esse mi hanno tradito mentre invece, queste zampette apparentemente fragili che disprezzavo mi hanno salvato la vita!"

La bellezza e la forza fisica non sono sempre d'aiuto mentre le cose apparentemente più fragili possono diventare, nel momento del bisogno, grandi alleate.

 

 

LA CICALA E LA FORMICA. (JEAN DE LA FONTAINE)

 

L'estate passava felice per la cicala che si godeva il sole sulle foglie degli alberi e cantava, cantava, cantava. Venne il freddo e la cicala imprevidente, si trovò senza un rifugio e senza cibo.

Si ricordò che la formica per tutta l'estate aveva accumulato provviste nella sua calda casina sotto terra. Andò a bussare alla porta della formica. La formica si fece sulla porta reggendo una vecchia lampada ad olio. - Cosa vuoi? - chiese con aria infastidita. - Ho freddo, ho fame....- balbettò la cicala. Dietro di lei si vedeva la campagna innevata. Anche il cappello della cicala ed il violino erano pieni di neve.

Ma davvero? - brontolò la formica - lo ho lavorato tutta l'estate per accumulare il cibo per l'inverno. Tu che cosa hai fatto in quelle giornate di sole?

- Io ho cantato!- Hai cantato? - Bene... adesso balla!

La formica richiuse la porta e tornò al calduccio della sua casetta, mentre la cicala, con il cappello ed il violino coperti di neve, si allontanava, ad ali basse, nella campagna.

GLI ANIMALI MALATI DI PESTE FAVOLE, JEAN DE LA FONTANE, 1621-1695

 

Un male terribile, fatale, che il Cielo forse inventò per castigar le colpe della terra, un mal pieno di spavento capace, se va bene, d'empire i cimiteri in un momento, la Peste insomma - dirla pur conviene - faceva agli animali tanta guerra, che morivano colpiti a cento a cento. Nessun ormai voleva curarsi d'una vita orrida troppo; ogni cibo faceva fastidio e groppo, e lupi e volpi ciascheduno viveva le mani e i piedi in mano; fuggivano le tortorelle per dispetto, fuggiva l'Amor lontano e fuggiva con l'Amor ogni diletto. Allora tenne il Leone un gran consiglio, e disse: - amici miei, poiché davanti al cielo tutti siamo rei di colpe, ed è perciò che ne castiga, per toglierci di briga, ecco, direi che quei che ha più peccato nella sua vita, sia sacrificato. Il suo sangue (e la storia ci dimostra che più volte giovò l'espediente) forse otterrà la guarigione nostra. Facciamo orsù l'esame di coscienza, fratelli, e confessiamo senza indulgenza i fatti nostri. Già per parte mia confesso che provai ghiottoneria di molti agnelli, poveri innocenti, e che mi venne fatto per errore di mangiar qualche volta anche il pastore. Io sono pronto a scontar con le mie vene le colpe mie, se farlo oggi conviene, ma prima ciascheduno con altrettanta sincerità confessi, onde il più reo con la sua vita paghi il giubileo. - Sire, - disse la Volpe - un sì buon re al mondo come voi forse non c'è. Che scrupoli sono questi, Maestà, per quattro canagliucce di montoni? Non vedo che vi possa esser peccato a mangiar questa razza di minchioni. No, no, signor, anzi fu un grande onore a ognun d'essi il sentirsi rosicchiato dai vostri denti. In quanto a quel pastore, meritava di peggio in verità, visto ch'egli osa il titolo di re vantar sopra le bestie, e non gli va -. A questo dir scoppiar grandi applausi tra i cortigiani. In quanto ai Tigri, agli Orsi e agli altri illustri poi si cercò il pel nell'ovo e i minuti trascorsi, dal più ringhioso all'ultimo dei cani per poco non sembrarono al capitolo dei santi a cui si può baciar le mani. S'avanza infine a confessarsi l'Asino Contrito in cuore, e confessando il vero, narra che un giorno, andando nel fresco praticello d'un monastero, o fosse tentazione del demonio, o fame o gola di quell'erba tenera, brucò dell'erba (e fu cosa rubata per essere sincero), ma ne prese solo una boccata. Udito ciò, gridarono anatema quei santi padri al povero Asinello. Un Lupo, intinto di teologia, sorto a parlar sul tema, mostrò che la cagione de la moria venia da questo tristo spelacchiato, che per il suo malfare bisognava che almeno fosse impiccato. Mangiar l'erba altrui...! Ma si può dare azione più nefanda? La morte era una pena troppo blanda per espiar sì orribile misfatto. E come disse il giudice fu fatto. Della giustizia quando siede al banco, sempre il potente come il giglio è bianco, ma se a seder si pone il poveraccio, è un sacco di carbone.

 

I CANI FAMELICI

 

C'era una volta un branco di cani affamati che vagava in riva ad un fiume. Il capo branco ad un certo punto scorse un pezzo di carne nelle profondita' dell'acqua.

Per poterlo estrarre e mangiarlo in santa pace, tutti i cani, su sollecitazione del "capo", si convinsero che era necessario prosciugare il fiume, cosi' che il pezzo di carne sarebbe venuto a galla.

Cominciarono quindi a bere l'acqua, e cosi' bevvero e cosi' bevvero, fino al punto di scoppiare. In poco tempo tutti gli animali morirono senza poter raggiungere quello che avevano tanto desiderato.

morale: chi si prefigge un'obiettivo assurdo ed irrealizzabile, prima o poi, e' destinato alla rovina.

I LUPI E I CANI

 

Era una regione fredda e ostile quella in cui viveva il grande branco del lupo più furbo e intelligente che si fosse mai visto. I suoi simili lo seguivano con rispetto e obbedivano ad ogni suo ordine, timorosi di con tradirlo ben conoscendo la portata della sua forza. Esso era soprannominato "Il Pirata" a causa di quella benda scura che gli copriva l'occhio sinistro perso in chissà quali battaglie. Molte giovani lupe si erano innamorate di lui, colpite da quel suo fare sicuro e deciso e da quella sua aria sempre un poco malinconica. Ma il lupo non aveva voluto formare una famiglia perché quel suo spirito di avventuriero gli impediva di avere un focolare dove vivere. Ultimamente però, quel vecchio lupo aveva dei problemi. Si trattava del cibo. Purtroppo il gelo dell'inverno aveva fatto fuggire ogni preda e distrutto ogni raccolto facendo scarseggiare il mangiare. Inoltre un feroce branco di cani selvatici si aggirava da quelle parti, rubando e invadendo ogni cosa appartenente ai lupi. Per questo decise di affrontare il comandante dei cani in un'unica e decisiva battaglia al termine della quale il vincitore avrebbe preso pieno possesso di tutto il territorio scacciando il perdente. I cani, muniti di prepotenza e spavalderia, accettarono volentieri il confronto sicuri di sconfiggere gli avversari.

L'esito della battaglia fu invece favorevole per i lupi guidati dall'abilissimo lupo che ormai abituato alla lotta, sferrò un attacco compatto e decisivo. I cani, disordinati e divisi cercarono di difendersi in qualche modo ma persero comunque la guerra fuggendo via sconfitti.

"La migliore arma per vincere qualsiasi battaglia è l'unione!" Spiegò al suo felice branco di lupi. "I cani appartenevano a razze diverse ed era impossibile riuscire a coordinarli. Per questo abbiamo vinto!"

Così, in un coro di grida gioiose i lupi riacquistarono la padronanza del loro territorio.

La concordia e la compattezza insieme con l'uniformità delle usanze fanno la forza di un esercito.

I VIZI DEGLI UOMINI (FEDRO)

 

Giove ci impose due bisacce: ci diede dietro le spalle quella (la bisaccia) piena dei propri difetti, pesante sospesa davanti al nostro petto. Per questo motivo non possiamo vedere i nostri difetti; non appena gli altri sbagliano siamo giudici severi.

IL CAMMELLO E LA FORMICA (ARABIA)

 

Una volta un cammello, mentre attraversava la steppa, vide ai suoi piedi nell'erba una minuscola formica. La piccolina trasportava un grosso fuscello, dieci volte più grosso di lei. Il cammello restò un bel pezzo a guardare come la formica si dava da fare, poi disse: - Più ti guardo e più ti ammiro. Tu porti sulle spalle, come se niente fosse, un carico dieci volte più grosso di te. lo invece non porto che un sacco, e le ginocchia mi si piegano. Come mai? - Come mai? - rispose la formica, fermandosi un momento. - Ma è semplice: io lavoro per me stessa, mentre tu lavori per un padrone.

Si rimise il fuscello sulle spalle e riprese il suo cammino.

 

IL CAVALLO E IL CINGHIALE

 

Un cavallo era solito calmare la propria sete presso un abbeveratoio, che impunemente, un cinghiale, aveva reso molto torbido con le sue inutili sguazzate...

Un giorno il cavallo perse la pazienza e la giurò all'impavido selvatico......

Corse allora parecchie miglia prima di incontrare e chiedere l'aiuto di un uomo..

Dopo averlo sollevato e caricato sul suo dorso, il cavallo con il proprio "cavaliere", tornò di gran carriera verso il nemico "selvatico"........

Raggiunto l'abbeveratoio, il cavaliere, con un preciso colpo di freccia stese il povero cinghiale..... e rivolgendosi al cavallo, gli disse: "Oggi sono molto contento per averti dato retta e aver assecondato le tue preghiere; in un solo colpo infatti ho catturato un preda prelibata e mi sono reso conto quanto tu sia utile .....".

Fu così che il cavaliere costrinse il cavallo a dover sopportare il "freno"......

Assai amareggiato ed intristito pare che il cavallo abbia detto: "per una sciocchezza avevo cercato vendetta ed adesso ho trovato la schiavitù...."

Morale: un consiglio per gli iracondi: "meglio essere offesi impunemente che doversi poi affidare alla discrezione di un altro......."

IL CONTADINO E L'ALBERO

 

Nel campo di un contadino c'era un albero che non portava frutti, ma era soltanto un rifugio di passeri e di strillanti cicale. Dato che non rendeva nulla, il contadino decise di abbatterlo: prese l'accetta e menò un colpo. Cicale e passeri lo supplicavano di non abbattere il loro asilo, di lasciarlo in piedi per potervi cantare e rallegrare così anche lui. Ma il contadino, senza curarsi affatto di loro, menò un secondo e un terzo colpo; mise così allo scoperto una cavità dell'albero, dove trovò uno sciame d'api e del miele. L'assaggiò e allora gettò via l'accetta e onorò quell'albero come sacro, circondandolo di cure. Gli uomini, d'istinto, più che amare e rispettare la giustizia van dietro al guadagno...

Favole, Esopo, SECC. VII-VI A.C.

Ploratur lacrimis amissa pecunia veris. (Si piange con lacrime vere il denaro perduto.)

Giovenale, Satire, 13, 134

IL DROMEDARIO E I BASTONI GALLEGGIANTI FAVOLE, JEAN DE LA FONTAINE, 1621-1695

 

Chi per primo vide il dromedario scappò per lo spavento da un animale così straordinario; il secondo a guardarlo si fermò, e il terzo, fatto un laccio, un bel momento al collo della bestia lo gettò. A forza d'abitudine ciò che prima ti sembra orrido e strano diventa mano mano comune e ordinario. Come ancora dimostra la seguente favola, che mi passa per la mente. Vedendo alcune guardie della costa galleggiare da lontano un non so che: <<Ella è una nave>>, dicono, <<che si accosta, ella è, no, che non è...>>. Stanno a vedere e dopo alcuni istanti la nave diventò barca, battello, poi guscio, poi bastoni galleggianti. A noi capita spesso di creder grandi cose alla lontana, e quando non dappresso non è che una nebbia vana.

(Nessuno sa dove la scarpa fa male se non chi la porta.) Proverbio medievale

IL GALLO E LA VOLPE (DA: JEAN DE LA FONTAINE)

 

Sul ramo di un albero stava in vedetta un vecchio gallo accorto e scaltro.

- Fratello - disse una volpe facendo la voce dolce - noi non siamo più in guerra. Questa volta abbiamo fatto la pace generale: vengo ad annunziartelo. Scendi che ti voglio abbracciare; fa' presto per piacere, perché debbo partire oggi, e fare almeno quaranta miglia. Tu e i tuoi potrete star dietro ai vostri affari senza alcun timore; noi collaboreremo con voi come fratelli. Potete fare i fuochi artificiali dalla gioia, fin da questa sera, e intanto vieni a ricevere il bacio d'amore fraterno.

- Amico - rispose il gallo - non avrei mai potuto apprendere una notizia più dolce e più bella di questa su questa pace; e averla datemi raddoppia la gioia. Vedo due levrieri: credo siano corrieri mandati a dare questo annuncio; sono veloci e saranno qui tra un momento. Scendo: così potremo abbracciarci tutti, l'un l'altro.

- Addio - disse la volpe. - La strada che debbo fare è lunga. Festeggeremo il successo della vicenda un'altra volta.

Subito la furbacchiona se la svignò, si mise al sicuro, delusa del suo tranello. E il nostro vecchio gallo si mise a ridere tra sé della sua paura: perché è un doppio piacere ingannare l'ingannatore.

 

IL PIFFERAIO MAGICO

 

E' un'antica leggenda popolare, nota in varie versioni, alla quale nell'Ottocento ha dato dignità letteraria lo scrittore inglese Robert Browing.

Hamelin è una piccola e strana città della Prussia, arroccata su un colle gaio e fiorito. Tutte le strade scendono di là verso un ampio fiume. Vi fu un tempo in cui la gente qui viveva felice. Ma un brutto giorno avvenne una terribile invasione: topi, topi ovunque... e così gagliardi da spaventare i gatti più coraggiosi! Mordevano i neonati nelle culle, divoravano in un battibaleno enormi forme di cacio, leccavano la salsa sotto gli occhi delle cuoche, pappavano interi barili di sardine e... fischiavano, stridevano cosi forte, da coprire persino le chiacchiere delle donne. Fssch.....sgrr... ssch! Il loro sibilo era in cinquanta e più toni, dai più gravi ai più acuti. Fu da allora che gli abitanti di Hamelin cominciarono ad ispirare un' immensa pietà! Il sindaco, disperato, arrivò ad offrire mille fiorini a chi fosse riuscito a liberare il paese da un simile incubo. Una mattina arrivò in città un forestiero: era secco e allampanato, aveva negli occhi una luce strana e sul volto lo stesso colore giallognolo del cielo di Hamelin in quella fosca giornata di novembre. I suoi occhi guizzavano come le fiammelle delle candele quando vi si butta il sale e l'uomo misterioso si mise a suonare. Ed ecco, alla terza nota, un rosicchio assordante levarsi d'improvviso: grasc... crosc... grig... sgrr... e milioni e milioni di topi riversarsi sulle strade. Sbucavano a frotte dalle case, codine dritte e baffetti a punta, saltellando, ruzzolando, traballando, famiglie intere a dozzine, a ventine; mogli e mariti, fratelli e sorelle, topi bianchi e neri, grigi e rigati, grassi e magri, tutti dietro al pifferaio che suonava e suonava facendo scorrere le lunghe dita nervose sul suo magico strumento. Tutti dietro a quella musica che diceva pressappoco cosi " O topi, il mondo non è che una grande credenza.. " e somigliava al rumorino del cacio quando vien grattato, delle mele mature pestate ben bene nel mortaio per ricavarne il sidro, di vasi di conserva scoperchiati, di fiaschi di sciroppo stappati, di barattoli di burro sfasciati .... E via e via fin dentro le acque gelide del fiume, dove annegarono tutti allegramente. Che scampanio in città, che festa per le strade! Ora che l'incubo era finito, la gioia di un tempo era tornata nei cuori della gente di Hamelin. Ed ecco, tra la folla, farsi largo il pifferaio - Sono venuto a riscuotere i miei mille fiorini - disse senza esitazione. Il sindaco impallidì. - Mille fiorini? E dovrei sborsarli a quel vagabondo? Già già - rispose beffardo - chi affoga non risuscita... se volete un boccale di vino da bagnarvi la bocca, non vi sarà negato, quanto ai mille fiorini, non era che una burletta .... cinquanta saranno anche troppi! - Giusto, giusto! - gridò la folla. Un lampo di collera passò negli occhi del forestiero. Egli non disse nulla e si allontanò, ma riapparve subito dopo nella piazza principale. Allora sotto gli sguardi di una piccola folla attonita, aggrinzò le labbra, soffiò dentro il piffero magico e ne trasse tre dolcissime note....Subito un brusio festoso, un batter di manine, un calpestio di zoccoletti, un rimbalzar di voci fresche echeggiò nella piazza e.... decine, centinaia di bambini con le guancette rosee e gli occhietti vispi, biondi e bruni, paffuti e mingherlini, si misero in marcia dietro il pifferaio. Invano padri e madri, balie e nutrici cercarono di trattenere le loro creature, i loro piedi restavano incollati ai ciottoli della piazza e le loro labbra non avevano voce... Il pifferaio attraversò la città poi si volse. - Verso il fiume? - domanderete voi. Ebbene no, questa volta si diresse dalla parte opposta, verso la grande montagna. Giunto fin là, il fianco del monte si apri ed egli vi entrò seguito da tutti i bambini. Poi lentamente la parete si richiuse. A nulla servì il pianto delle madri, che ogni giorno raggiungevano la montagna e appoggiavano gli orecchi contro la roccia per cercare di udire la voce dei loro bambini....La montagna era fredda e silenziosa e non si sarebbe riaperta mai più.

 

 

Questa versione del Pifferaio Magico possiede un finale più lieto rispetto al racconto originale

C'era una volta una piccola città di nome Hamelin. I suoi abitanti erano sempre vissuti felici, ma da qualche tempo regnava una gran confusione! Hamelin, infatti, era stata invasa dai topi! Non c'era solo qualche topolino nelle cantine, ma centinaia di musini sbucavano da ogni angolo: si intrufolavano nelle cucine, saltavano dalle finestre aperte, correvano lungo i tetti delle case, sui cornicioni, si inseguivano per le scale... I cittadini erano disperati e decisero di rivolgersi al sindaco della città, radunandosi nella piazza davanti alla sua finestra per protestare. "La città è piena di topi!, gridavano infuriati. "Ormai ci sono più topi che bambini! Bisogna trovare al più presto una soluzione." Il sindaco si affacciò alla finestra cercando di sorridere, ma in realtà non sapeva proprio che cosa fare e cominciava ad agitarsi. Mentre stava cercando di farsi venire un'idea, sentì tre leggeri colpetti alla porta. Aveva una gran paura che fosse un cittadino infuriato. Posso entrare?", chiese una strana vocetta. "Avanti ...", rispose il sindaco un po' preoccupato. Entrò un buffo personaggio con un vestito azzurro a righe, delle scarpe con una lunga punta ed un cappello con la piuma. "Sono venuto a liberare la città dai topi. Io possiedo un potere magico ...con la mia musica posso condurre con me oggetti, animali e uomini", incominciò l'uomo. Allora tu sei la mia salvezza!", esclamò il sindaco contento. "Arrivi proprio al momento giusto! Se riuscirai davvero a far sparire tutti questi topi ti ricompenserò generosamente, lo prometto." "Non preoccuparti, tornerò presto", rispose sicuro di sé il Pifferaio. "Vedrai, fra meno di un'ora, in tutta Hamelin, non incontrerai più neanche un topo!" Così uscì dal municipio e si incamminò verso la piazza del paese impugnando il suo piffero magico. Poi, si fermò a pensare, come per ricordare una melodia particolare, e sotto gli occhi incuriositi di grandi e bambini incominciò a suonare una canzoncina molto allegra, seduto vicino ad una fontana di pietra. Immediatamente, come per magia, un fiume di topolini attratti da quelle note bizzarre, uscì dalle case ed invase la piazza: saltellavano tutti intorno al Pifferaio! Senza smettere un solo istante di suonare, incominciò a camminare svelto, attraversando la città a grandi passi verso il fiume che scorreva poco lontano. Gli abitanti di Hamelin si chiedevano stupiti chi fosse quell'omino che incantava con la sua musica persino gli animali. Tutti correvano nelle strade, seguendo quello strano corteo e si arrampicavano sugli alberi per vedere meglio. Intanto il Pifferaio continuava ad allontanarsi seguito da centinaia di topi e si dirigeva alle porte di Hamelin. Arrivato al fiume, si fermò di colpo sulla riva, lasciando che i topi si tuffassero nell'acqua. In pochi minuti sparirono tutti! Come aveva promesso, non si trovò più un solo topo in tutta la città. Anche i gatti, che se ne stavano nascosti da tempo, non credevano ai loro occhi e cominciarono a festeggiare nelle strade. Il sindaco invece, prendendosi il merito di tutto, si ritirò soddisfatto nel municipio. All'improvviso, come la prima volta, si udirono alla porta tre leggeri colpetti: era il Pifferaio Magico. "Buongiorno", disse tranquillo, "il mio compito è finito!" Appena il sindaco lo vide entrare, si finse molto sorpreso e rispose: "Posso fare qualcosa per te?" "Sono venuto a ritirare il compenso che mi ha promesso" "Compenso? Ma, ma di che cosa stai parlando?, esclamò il sindaco. "Io non ti ho promesso proprio niente." "Aveva dato la tua parola d'onore! Ha detto che mi avrebbe ricompensato generosamente se avessi liberato dai topi la città di Hamelin!", rispose il Pifferaio seccato. "Non mi ricordo di averti mai detto questo", disse il sindaco imbroglione scoppiando in una fragorosa risata. "Comunque ora tutti i topi sono morti e non torneranno di certo. Ti ringrazio molto anche a nome di tutta la città e ti faccio tanti auguri! Ora puoi andare." Sta molto attento", mormorò allora il Pifferaio con un viso minaccioso, "non prenderti gioco di me perché questa volta potrei suonare una melodia molto diversa ..." Senza aggiungere altro se ne andò con uno strano sorriso. Scese nelle vie di Hamelin e cominciò ad attraversare la città con passo deciso ed il suo piffero di legno in mano. Arrivato nella piazza in cui aveva suonato la prima volta, si fermò per un momento a pensare, come per ricordare una melodia e cominciò una canzoncina allegra, un po' diversa dalla prima. All'improvviso tutti i bambini, ma

proprio tutti, iniziarono a correre fuori dalle case, incantati dalla sua musica e dalle note magiche. Seguivano il buffo omino con le scarpe a punta e la piuma sul cappello, dimenticando i loro giochi e quello che stavano facendo. Presto un allegro corteo di centinaia di bambini attraversava la città, proprio come era successo con i topolini! La musica infatti trascinava i piccoli sempre più lontano, attraverso i prati ed i boschi, finchè giunsero ai piedi di un'immensa montagna. Il Pifferaio subito cambiò melodia e magicamente, una porta di pietra cominciò ad aprirsi. Entrò svelto e tutti lo seguirono, soltanto uno di loro era rimasto indietro perché era un po' lento. "Ehi, Pifferaio! Bambini! Aspettatemi! Voglio venire anch'io con voi!", gridava, ma la misteriosa porta di pietra ormai si era chiusa. In quel momento, arrivarono di corsa i genitori ed il bambino raccontò ogni cosa. Restarono fino a sera ad aspettare, ma nessuno rispondeva e decisero di tornare a casa. L'unico bambino rimasto ad Hamelin era davvero triste e si sentiva terribilmente solo senza nessuno con cui giocare. Il suo unico desiderio era raggiungere gli altri bambini. Così una mattina, senza dir niente a nessuno, si allontanò, ripercorrendo il sentiero che aveva fatto quel giorno con i suoi amici. Si era costruito con un bastoncino di legno un piccolo piffero ed arrivato di fronte alla grande porta di pietra, cominciò a suonare l'allegra melodia del Pifferaio, che non aveva mai dimenticato. Ad un tratto, dall'altra parte della roccia, un flauto rispose alla sua musica. Il bambino ricominciò a suonare e le note del piffero magico risposero ancora. La roccia della montagna iniziò a tremare come la prima volta e la grande porta lentamente si aprì. Tutti i bambini di Hamelin uscirono correndo felici sui prati ed abbracciarono con gioia il bambino che li aveva salvati. "Il Pifferaio ti vuole parlare", gli dissero. Così, il piccolo bambino entrò senza avere timore nella grande montagna, curioso di scoprire il segreto della musica magica. Intanto ad Hamelin il sindaco se ne stava rinchiuso nel suo palazzo tremando di paura per quello che aveva combinato ...ma ormai era troppo tardi. Nessuno rideva, nessuno cantava più, non c'erano le voci dei bambini che giocavano nelle strade e tutti erano preoccupati per il piccolo che era partito solo e non era più tornato. Improvvisamente, da lontano, sentirono un allegro frastuono! I cittadini di Hamelin si precipitarono a guardare cosa stava succedendo e videro un corteo di più di trecento bambini che scendeva attraverso i prati della grande montagna. Tutti cantavano e correvano allegramente, preceduti dal piccolo bambino che stringeva tra le mani, con gli occhi che gli luccicavano dalla felicità, un meraviglioso piffero di legno. Era proprio il piffero magico che l'uomo con la piuma sul cappello gli aveva regalato. Non vi dico gli abbracci, i baci, i salti di gioia dei genitori! Ad Hamelin si fece festa per tre giorni e tre notti! I bambini però non raccontarono mai dove erano stati e che cosa avevano fatto in montagna. Il sindaco invece imparò a mantenere le promesse!

IL GALLO IN PORTANTINA

 

Un gallo aveva come domestici dei gatti e si faceva portare tutto tronfio in portantina.

Una volpe, appena lo vide così fiero e superbo, gli disse: - Guardati da costoro! Fai attenzione all'inganno! Hanno l'aria, se li consideri bene, di portare una preda, non un padrone.

Appena la compagnia dei gatti cominciò a sentire la fame, sbranò il padrone e si divise le parti.

(Fedro)

IL LEONE E IL CINGHIALE (ESOPO)

 

D'estate, quando il calore provoca la sete, un leone e un cinghiale andarono a bere a una piccola fonte, e cominciarono a litigare su chi dei due dovesse dissetarsi per primo. La lite si inasprì fino a trasformarsi in duello mortale. Ma ecco che, mentre si volgevano un momento per riprendere fiato, scorsero degli avvoltoi che stavano lì ad aspettare il primo che sarebbe caduto, per mangiarselo. A tal vista, ponendo fine al duello, dichiararono:

" Meglio diventare amici che diventar pascolo di avvoltoi e di corvi ".

Un cane ingordo

C'era una volta un cane , molto rispettato e molto presuntuoso.

Un giorno, dopo aver cacciato per ore e ore, riuscì finalmente a procurarsi un pezzo di carne .

Mai e poi mai, il cane presuntuoso, avrebbe mangiato la preda sul luogo del "delitto" e fu così che per tornare alla propria dimora dovette percorrere parecchi chilometri compreso l'attraversamento di un fiume.

Nel bel mezzo dell'attraversata, il quadrupede, scorse, nello specchio dell'acqua, la propria immagine e, credendola una seconda preda, volle immediatamente catturarla.

Purtroppo la sua avidità lo tradì.

Il cane, infatti, lasciato cadere il pezzo di carne che teneva in bocca non riuscì, ahimè, neppure ad azzannarsi ........

morale: chi desidera la cosa altrui prima o poi e' destinato a perdere anche la propria.

LA TESTUGGINE E LE DUE ANATRE JEAN DE LA FONTAINE

 

C'era una volta una testuggine un po'' sciocca che, stanca del suo buco, desiderava mettersi a viaggiare. Si sa, le terre straniere attirano di più e lo zoppo odia la casa.

Due anatre, alle quali la comare comunicò quel bel progetto, le dissero di avere il modo di accontentarla.

- Vedi quella strada così larga, in cielo? Noi ti scarrozzeremo per aria, fino in America: vedrai molte repubbliche, molti regni, molti popoli; potrai istruirti osservandone i diversi costumi. Anche Ulisse fece così.

(Nessuno si aspettava di trovare Ulisse in questa storia, vero?).

La testuggine accettò la proposta.

Decisa la cosa, gli uccelli inventarono una macchina per trasportare la viaggiatrice: le misero in bocca, per traverso, un bastone e le dissero:

- Stringi bene... E attenta a non lasciare la presa.

Poi ciascuno di loro afferrò il bastone per un'estremità. Sollevata la testuggine, dappertutto ci si stupì nel vedere il lento animale e la sua casa andare in quel modo, in mezzo tra un papero e l'altro.

- Miracolo! - gridavano. - Venite a veder passare tra le nubi la regina delle testuggini

- La regina! Proprio così: effettivamente lo sono: c'è poco da canzonare.

Avrebbe fatto meglio a continuare la sua strada senza dir nulla perché aprendo i denti lasciò il bastone e cadde e si schiantò ai piedi di coloro che stavano a guardare.

La mancanza di discernimento fu causa della sua perdita.

LA RANA GONFIATA E IL BUE (FEDRO)

 

Una volta una rana vide un bue in un prato. Presa dall'invidia per quell'imponenza prese a gonfiare la sua pelle rugosa. Chiese poi ai suoi piccoli se era diventata più grande del bue. Essi risposero di no. Subito riprese a gonfiarsi con maggiore sforzo e di nuovo chiese chi fosse più grande.

Quelli risposero: - Il bue.

Sdegnata, volendo gonfiarsi sempre più, scoppiò e mori.

Quando gli uomini piccoli vogliono imitare i grandi, finiscono male.

 

 IL PESCIOLINO E IL PESCATORE (DA: JEAN DE LA FONTANE)

 

Sappiamo tutti che i pesciolini cresceranno e diventeranno più grossi purché Dio conceda loro di vivere abbastanza per arrivarci; ma lasciarseli sfuggire in attesa di ciò, ritengo sia una pazzia bella e buona, perché non si è affatto certi di riacchiapparli al momento giusto.

Un carpioncino, ancora di minuscole proporzioni, fu preso da un pescatore in riva al fiume.

"Tutto fa numero- disse l'uomo, guardando il suo scarso bottino - anche questo è meglio di niente e può servire da frittura per la cena: riponiamolo dunque con cura nel cestello".

Il povero carpioncino gli si rivolse allora, parlando come poteva nel suo linguaggio:

"Che contate fare di me? Non vedete che posso tutt'al più bastare per un mezzo boccone? Lasciatemi diventare adulto, poi mi ripescherete e mi potrete vendere a caro prezzo a qualche ricco signore per la sua tavola. Se mi teneste adesso, dovreste mettervi a cercarne almeno un centinaio della mia misura per allestire un piatto appena appena decente, date retta a me, appena appena decente".

"Va bene, va bene - borbottò il pescatore - simpatico pesciolino che sapete predicare tanto bene; per conto mio intanto vi butterò in padella e, dite pure quello che volete, vi farò friggere questa sera stessa".

Meglio un pesciolino oggi che due pesci domani, perché questo almeno è sicuro e gli altri non lo sono.

 

IL LUPO E L'AGNELLO (DA: JEAN DE LA FONTAINE )

 

Un agnello si dissetava alla corrente di un ruscello purissimo. Sopraggiunse un lupo in caccia: era digiuno e la fame lo aveva attirato in quei luoghi.

< Chi ti dà tanto coraggio da intorbidare l'acqua che bevo? > disse questi furioso.

< Sire... > rispose l'agnello < io sto dissetandomi nella corrente sotto di lei, per ciò non posso intorbidare la sua acqua!>

< La sporchi> insisté la bestia crudele < E poi so che l'anno scorso hai detto male di me.>

< Io?! Ma se non ero nato> rispose l'agnello.

< Se non sei stato tu, è stato tuo fratello.>

< Non ho fratelli.>

< Allora qualcuno dei tuoi; perché voi, i vostri pastori e i vostri cani ce l'avete me. Me l'hanno detto: devo vendicarmi.>

Detto questo il lupo trascinò l'agnello nel fitto della foresta e se lo mangiò.

 

IL LUPO E L'AGNELLO

 

Un lupo ed un agnello, spinti dalla sete, si trovarono per caso in riva ad un ruscello.

Più in alto, beveva il lupo, molto più in basso, l'agnello. Ad un certo punto, il lupo, assai affamato, cercò dei pretesti per litigare accusando ingiustamente l'agnello di rendergli torbida l'acqua, mentre lui beveva.

L'agnello, tutto impaurito, rispose: "Come posso inquinarti l'acqua che bevi, se tu sei piu' in alto di me, semmai sara' il contrario.........

Allora il lupo, non potendo ribattere, cerco un'altra scusa:" Sei mesi fa, tu mio caro agnello, parlasti male di me...". La povera bestiola, non sapendo piu' cosa fare, con voce tremante rispose:" Ma, ma .....io non ero ancora nato " beh, allora tuo padre" , ribatte' il lupo, parlo' male di me.....e cosi' trovo' la scusa per mangiarsi ingiustamente l'agnellino.

 

IL LUPO E LA CICOGNA JEAN DE LA FONTAINE

 

I lupi mangiano voracemente. Si racconta, dunque, che un lupo durante un banchetto si ingozzasse talmente che per poco non ci perse la vita.

Infatti un osso gli si conficcò in fondo alla gola. Per fortuna di quel lupo, che non poteva emettere un suono, passò lì vicino una cicogna. Le fece un cenno, lei accorse: ecco subito il chirurgo all'opera. Lei estrasse l'osso poi chiese il salario per il buon lavoro fatto

- Il tuo salario!? - esclamò il lupo. - Tu scherzi, mia buona comare! Come! Non è già molto che tu abbia potuto togliere il collo dalle mie fauci? Sei un'ingrata: attenta a non cadermi mai sotto le grinfie.

 

IL LUPO E IL CANE (DA FEDRO)

 

Un lupo magro e sfinito incontra un cane ben pasciuto, con il pelo folto e lucido. Si fermano, si salutano e il lupo domanda:

- Come mai tu sei così grasso? Io sono molto più forte di te, eppure, guardami: sto morendo di fame e non mi reggo sulle zampe.

- Anche tu, amico mio, puoi ingrassare, se vieni con il mio padrone. C'è solo da far la guardia di notte perché non entrino in casa i ladri.

- Bene, ci sto. Sono stanco di prendere acqua e neve e di affannarmi in cerca di cibo.

Mentre camminano, il lupo si accorge che il cane ha un segno intorno al collo.

- Che cos'è questo, amico? - gli domanda.

- Sai, di solito mi legano.

- E, dimmi: se vuoi puoi andartene?

- Eh, no - risponde il cane.

- Allora, cane, goditi tu i bei pasti. Io preferisco morire di fame piuttosto che rinunciare alla mia libertà.

 

IL LUPO E IL CANE

 

Un giorno un lupo stremato dalla fame incontrò un cane di bell'aspetto e ben nutrito. Il lupo stupito gli rivolse queste parole: "Come hai potuto, o cane, diventare così forte e robusto, mentre io che sono il lupo muoio di fame ".

Il cane rispose con molta schiettezza: "anche tu potresti godere degli stessi benefici, rendendo ad un padrone un servizio identico al mio", " quale ? ", disse il lupo.

Allora il cane: "di giorno fare la guardia alla sua porta e di notte difendere la casa dai ladri" . "Io sono pronto a fare cio', rispose il lupo, la vita che sto conducendo è ben più; patisco neve e pioggia nei boschi, dunque, volentieri ti seguirò per avere una vita più comoda". Cammin facendo il lupo si accorge che il cane ha il collo segnato e malconcio, allora, gli chiede quale ne sia la causa. Il cane risponde che il padrone lo lega spesso ad una catena perché si abitui a dormire di giorno per vegliare di notte, ma spiega che in cambio ha cibo a sufficienza, bocconcini prelibati e riparo sicuro. Benone "rispose il lupo" , " ma se ti salta in mente di andare in qualche posto, puoi farlo ?". Assolutamente no, "disse con fermezza il cane". A queste condizioni, rispose il lupo, "goditi pure i tuoi privilegi, che io mi tengo lo stomaco vuoto".

morale: la libertà, di tutte le cose, è il bene più prezioso

 

IL LEONE E IL TOPO (ESOPO)

 

Mentre un leone dormiva in un bosco, topi di campagna facevano baldoria. Uno di loro, senza accorgersene, nel correre si buttò su quel corpo sdraiato. Povero disgraziato! Il leone con un rapido balzo lo afferrò, deciso a sbranarlo.

Il topo supplicò clemenza: in cambio della libertà, gli sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Il re della foresta scoppiò a ridere e lo lasciò andare.

Passarono pochi giorni ed egli ebbe salva la vita proprio per la riconoscenza del piccolo topo. Cadde, infatti, nella trappola dei cacciatori e fu legato al tronco di un albero. Il topo udì i suoi ruggiti di lamento, accorse in suo aiuto e, da esperto, si mise a rodere la corda. Dopo averlo restituito alla libertà, gli disse: - Tempo fa hai riso di me perché credevi di non poter ricevere la ricompensa del bene che mi hai fatto. Ora sai che anche noi, piccoli e deboli topi, possiamo essere utili ai grandi.

 

IL LEONE E IL TOPO (DA: JEAN DE LA FONTAINE)

 

Un po' sbadatamente, un topo uscì dalla sua tana sotterranea, finendo tra le zampe di un leone.

Il re degli animali, in quell'occasione mostrò di essere quello che era e gli lasciò la vita.

Questa buona azione non fu perduta. Chi avrebbe mai creduto che un leone potesse aver bisogno di un topo?

Dunque successe che, nell'uscire dalla foresta, quel leone fosse preso in una rete: i suoi ruggiti non riuscirono a spezzarla. Accorse il topo e si diede tanto da fare con i denti che rosicchiò una maglia, quella giusta, e disfece la trappola.

La pazienza e il tempo fanno più della forza e della rabbia.

 

IL DROMEDARIO E I BASTONI GALLEGGIANTI FAVOLE, JEAN DE LA FONTAINE, 1621-1695

 

Chi per primo vide il dromedario scappò per lo spavento da un animale così straordinario; il secondo a guardarlo si fermò, e il terzo, fatto un laccio, un bel momento al collo della bestia lo gettò. A forza d'abitudine ciò che prima ti sembra orrido e strano diventa mano mano comune e ordinario. Come ancora dimostra la seguente favola, che mi passa per la mente. Vedendo alcune guardie della costa galleggiare da lontano un non so che: <<Ella è una nave>>, dicono, <<che si accosta, ella è, no, che non è...>>. Stanno a vedere e dopo alcuni istanti la nave diventò barca, battello, poi guscio, poi bastoni galleggianti. A noi capita spesso di creder grandi cose alla lontana, e quando non dappresso non è che una nebbia vana.

(Nessuno sa dove la scarpa fa male se non chi la porta.) Proverbio medievale

 

La mucca la capretta la pecora e il leone (Fedro)

 

Non mai la società d'alleanza con un potente è leale: questa favoletta conferma il mio parere. Una mucca, una capretta e una pecora tollerante delle offese furono compagne con un leone sulle montagne. Avendo questi catturato un cervo di grande corporatura, dopo aver fatto le parti, il leone così prese la parola: "Io prendo la prima poiché mi chiamo leone; mi concederete a me poiché sono forte; poi, perché valgo di più, la terza parte toccherà a me; finirà male, se qualcuno toccherà la quarta parte". Così l'arroganza di uno solo portò via l'intera preda.

 

La volpe e la maschera tragica. (Fedro)

 

Per caso una volpe aveva visto una maschera tragica: "Oh quanta bellezza, disse, ma non ha cervello!". Ciò è stato detto per coloro ai quali la sorte ha concesso onore e gloria ma ha tolto la comune intelligenza.

 

IL MEDICO IGNORANTE

 

C'era una volta un medico ignorante che curava un ammalato. Tutti i suoi colleghi dicevano che la malattia sarebbe stata lunga, ma che il paziente non correva alcun pericolo; lui solo, invece, lo invitò a provvedere alle cose sue, perché - dichiarava - non avrebbe passato il giorno dopo. Pronunciata questa sentenza, se ne andò. Passò del tempo; il malato si alzò e uscì, pallido, camminando a stento. Lo incontrò il nostro medico. "Salute", gli disse, "come stanno laggiù, quelli dell'Inferno?". E l'altro: "Se ne stanno in pace, perché hanno bevuto l'acqua del Lete . Poco tempo fa, però, la Morte e Ade minacciavano terribili vendette contro i medici, perché impediscono agli ammalati di morire, e registravano tutti i loro nomi. Volevano scrivere anche il tuo; ma io mi gettai ai loro piedi, e li supplicai, giurando che si tratta di pura calunnia, perché tu non sei un medico sul serio".

La presente favola mette alla gogna certi medici ignoranti, incolti e tutto chiacchiere.

IL PIPISTRELLO E LE DONNOLE

 

Un pipistrello, caduto per terra, fu afferrato da una donnola e, mentre stava per esser ucciso, la pregava di risparmiarlo. Quella dichiarò che non poteva lasciarlo andare, perché essa era per natura nemica di tutti gli uccelli. Allora il pipistrello spiegò che esso non era un uccello, ma un topo, e così fu lasciato andare. Più tardi cadde di nuovo, fu preso da un'altra donnola, e pregò anche quella di non divorarlo. Quella rispose che essa odiava tutti i topi, e il pipistrello, dichiarando che non era un topo bensì un uccello, se la cavò di nuovo. Ecco come fu che, con un cambiamento di nome, il pipistrello riuscì a sfuggire due volte alla morte.

La favola mostra che non bisogna ricorrere sempre agli stessi espedienti, ma riflettere come si possa sottrarsi ai pericoli adattandosi alle circostanze.

LA ZANZARA E IL LEONE

 

Una zanzara andò dal leone e gli disse: "Io non ti temo e tu non sei affatto più forte di me. Non ci credi? In che cosa consiste la

tua forza? Graffiare con le unghie e mordere coi denti? Ma questo lo fa qualsiasi donnetta quando litiga col marito. Io sì che sono molto più forte di te. Scendiamo pure in campo, se vuoi". E dato fiato alla tromba, la zanzara gli si gettò contro, punzecchiandolo intorno alle narici, in quella parte dove il muso non è protetto dai peli. Il leone con i suoi artigli non faceva che graffiare se stesso, finché rinunciò al combattimento. Risultata così vincitrice del leone, la zanzara sonò la tromba, cantò l'epinicio e poi prese il volo. Ma andò a sbattere nella tela di un ragno. E mentre questo se la succhiava, essa faceva lamento, essa che, dopo aver mosso guerra ai più potenti, periva ora per opera di un ragno, il più vile degli insetti.

LA PADRONA E LE ANCELLE

 

Una vedova tutta lavoro aveva delle servette, che svegliava d'abitudine al canto del gallo, perché attendessero alle loro faccende. Quelle, stanche delle continue fatiche, considerando responsabile dei loro mali il gallo, che svegliava di notte la padrona, pensarono che conveniva tirargli il collo. Ma, quando l'ebbero fatto, capitò loro di peggio, perché la padrona, non sapendo più l'ora della levata dei galli, prese a svegliarle a notte più fonda per farle lavorare.

Così, per molti uomini, sono fonte di sventura le loro proprie decisioni.

IL TAGLIALEGNA ED ERMES

 

A un taglialegna cadde l'accetta nel fiume presso cui stava lavorando. Non sapendo che fare, si mise a piangere, seduto sulla sponda. Ermes, saputa la ragione del suo pianto, si impietosì; fece un tuffo nel fiume e portò su un accetta d'oro, chiedendogli se era quella che aveva perduto. L'uomo rispose dl no, ed Ermes, tuffatosi di nuovo, ne portò sù una d'argento; e poiché l'uomo dichiarava che non era nemmeno quella, si tuffò una terza volta e gli portò fuori la sua. Allora il taglialegna disse che si trattava veramente di quella che aveva perduta, ed Ermes, soddisfatto della sua onestà, gliele diede tutte e tre. Il boscaiolo, ritornato tra gli amici, raccontò loro l'accaduto, e uno di essi pensò di poterne ricavare un uguale profitto. Andò al fiume, gettò a bella posta la sua accetta nell'acqua e poi si sedette lì a piangere. Anche a lui comparve Ermes e, informatosi del motivo del suo pianto, si tuffò e portò sù a lui pure un'accetta d'oro, chiedendogli se era quella che aveva perduta. "Ma sì, certo che è quella!", rispose l'altro, esultante. Il dio, indignato di tanta sfacciataggine, non solo si tenne l'accetta d'oro, ma non gli riportò nemmeno la sua.

La favola mostra che la divinità è tanto propizia agli onesti quanto ostile ai disonesti.

IL GATTO E I TOPI

 

C'era una casa piena di topi. Lo venne a sapere un gatto, che andò a stabilirvisi e, prendendoli uno alla volta, se li mangiava. I topi, fatti segno a quella sistematica distruzione, si rimpiattavano nelle loro buche, finché il gatto, non arrivando più a prenderli, capì che bisognava farli uscir fuori con qualche tranello. Perciò salì sopra un piolo, e, lasciandosi penzolare giù, fingeva d'essere morto. Ma quando un topo, facendo capolino, lo scorse, esclamò: "Caro mio, puoi diventare anche un sacco, ma noi vicino a te non ci verremo!"

Questa favola mostra come gli uomini prudenti, una volta fatta esperienza della malvagità di qualcuno, non si lascino più ingannare dalle sue finzioni.

IL PADRE E LE FIGLIE

 

Un tale che aveva due figlie, ne diede in moglie una un ortolano e l'altra a un vasaio. Dopo un po' di tempo, andò dalla prima e le chiese come stava e come andavano i loro affari. Ella rispose che tutto andava bene, e che aveva solo una cosa da chiedere agli dèi: temporali e piogge per innaffiare gli ortaggi. Poi il padre andò da quella che era moglie del vasaio e anche a lei chiese come andassero le cose. Questa rispose che non aveva bisogno di nulla, e che pregava soltanto che durasse il tempo sereno e un bel sole per seccare il vasellame. " E io", esclamò allora il padre, " per chi dovrò mai pregare, se tu chiedi il sereno e tua sorella la pioggia?"Così, se si mette mano contemporaneamente a due imprese contrastanti, è naturale che vadano male l'una e altra.

ZEUS E LA VOLPE

 

Ammirato dell'intelligenza e della versatilità della volpe, Zeus le conferì la sovranità sulle bestie. Ma poi volle vedere se, mutando sorte, s'era anche corretta delle sue abitudini meschine e, mentre essa passava in lettiga, le fece volare davanti agli occhi uno scarabeo. La volpe, incapace di dominarsi dinanzi all'insetto che continuava a svolazzare intorno alla lettiga, e incurante del suo decoro, balzò fuori per cercar d'acchiapparlo. Allora Zeus, sdegnatosi con lei, la retrocesse alla sua primitiva condizione.

La favola mostra che gli uomini dappoco non mutano affatto la loro natura, anche se si rivestono delle più splendide apparenze.

L'AQUILA E LA VOLPE

 

Un'aquila e una volpe, fattesi amiche, stabilirono di abitare una vicino all'altra, pensando che la vita in comune avrebbe rafforzato la loro amicizia. Ed ecco che la prima volò sulla cima di un albero altissimo e vi fece il suo nido; l'altra strisciò sotto il cespuglio che cresceva ai suoi piedi e qui partorì i suoi piccoli. Ma un giorno, mentre la volpe era uscita a cercar da mangiare, l'aquila, che si trovava a corto di cibo, piombò nel cespuglio, afferrò i volpacchiotti e se ne fece una scorpacciata insieme coi suoi figli. Quando, al suo ritorno, la volpe vide che cosa le avevano fatto, fu colta da un dolore che non era nemmeno tanto grande per la morte dei suoi piccoli, quanto per il pensiero della vendetta: animale di terra, essa non aveva infatti la possibilità di inseguire un volatile. Perciò, immobile, di lontano, unico conforto che rimane ai deboli e agli impotenti, scagliava maledizioni sulla sua nemica. Ma non passò molto e toccò all'aquila scontare il suo delitto contro l'amicizia. Infatti, un giorno che in campagna si offriva in sacrificio una capra agli dèi, essa piombò giù e si portò via dall'altare uno dei visceri che stava prendendo fuoco; ma quando l'ebbe trasportato nel suo nido, un forte soffio di vento lo investì e da qualche filo di paglia secca suscitò una vivida fiammata. Così i suoi piccoli - volatili ancora impotenti - furono abbruciati e cascarono al suolo. La volpe accorse e se li divorò tutti sotto gli occhi della madre.La favola mostra come coloro che tradiscono l'amicizia, se anche, per l'impotenza delle vittime, sfuggono alla loro vendetta, non riescono però mai ad evitare a punizione degli dèi.

ERMES E TIRESIA

 

Ermes, volendo mettere alla prova Tiresia, per vedere se realmente possedesse l'arte divinatoria, rubò i buoi che quello aveva nella sua campagna, e poi si recò in città, sotto forma umana, e si fece ospitare in casa sua. Quando giunse a Tiresia la notizia che il suo paio di buoi era scomparso, egli uscì fuori dalla città, per trarre dal volo degli uccelli un responso circa il furto patito, e prese con sé Ermes, pregandolo di dirgli che uccelli vedeva passare. Per prima cosa Ermes vide un'aquila che volava da sinistra a destra, e glielo annunciò; ma Tiresia dichiarò che questa non aveva nulla a che fare con loro. Poi Ermes vide una cornacchia che, appollaiata su un albero, ora guardava in sù, ora si chinava verso terra e lo disse a Tiresia. Ed egli, subito: "Ecco", esclamò, "questa cornacchia sta giurando, in nome del cielo e della terra, che i miei buoi io li potrò riavere, basta che lo voglia tu".

Questa è una favola di cui ci si potrebbe servire a proposito di un ladro.

 

IL MELOGRANO, IL MELO, L'OLIVO E IL ROVO

 

Il melograno, il melo e l'olivo vantavano ciascuno la propria feracità. La discussione si faceva animata, quando il rovo, che li udiva dalla siepe vicina, saltò su a dire: "Olà, amici, finiamola una buona volta di litigare!".

In tal modo, quando i migliori sono intenti a litigare, anche quelli che non valgon nulla cercano di darsi delle arie.

IL TROMBETTIERE

 

Il trombettiere, preso dal nemico mentre chiamava a raccolta l'esercito, si mise a gridare: "O soldati, non ammazzatemi così alla leggera e senza alcun motivo. Io non ho mai ucciso nessuno di voi e, all'infuori di questa tromba non posseggo altra arma". "Ragion di più per ammazzarti", risposero quelli; "non sei capace di combattere tu, e inciti gli altri a farlo".

La favola mostra che i più colpevoli sono coloro che incitano al male i principi cattivi e crudeli.

LA TALPA E SUA MADRE

 

Una talpa, animale cieco di natura, annunziò a sua madre che ci vedeva. Questa, per metterla alla prova, le diede un granello d'incenso e le domandò che cos'era. Essa dichiarò che era una pietruzza. "Creatura mia", esclamò allora la madre, "tu non solo non ci vedi, ma hai perso persino l'odorato!".

Così ci sono dei fanfaroni che promettono l'impossibile e poi fanno figuracce nelle cose più semplici.

IL CINGHIALE E LA VOLPE

 

Un cinghiale s'era messo vicino a un albero e vi aguzzava sopra le zanne. La volpe gli chiese perché mai, quando né cacciatori né altro pericolo gli sovrastava, egli aguzzava i denti. "Non lo faccio certo senza perché", rispose il cinghiale. "Se mi capitasse addosso qualche guaio, allora non avrei più il tempo per affilarle; ma se saranno pronte, me ne servirò".

La favola insegna che i preparativi si devono fare prima che si presenti il pericolo.

IL CINGHIALE, IL CAVALLO E IL CACCIATORE

 

Un cinghiale e un cavallo andavano a pascolare nello posto. Ma il cinghiale tutti i momenti calpestava l'erba e intorbidava l'acqua al cavallo, il quale, per vendicarsi, ricorse all'aiuto di un cacciatore. Questo gli rispose che non poteva far nulla per lui, se non si rassegnava a lasciarsi mettere il freno e a prenderlo in groppa; e il cavallo acconsentì a tutte le sue richieste. Allora il cacciatore gli salì in groppa, mise fuori combattimento il cinghiale e poi, condotto seco il cavallo, lo legò alla greppia.

Così molti, mossi da un cieco impulso di collera, per vendicarsi dei propri nemici, si precipitano sotto il giogo altrui.

LA SCROFA E LA CAGNA CHE SI INSULTAVANO A VICENDA

 

La scrofa e la cagna si insultavano a vicenda. La scrofa prese a giurare che lei - per Afrodite! - avrebbe sbranato la cagna. E la cagna, beffarda, le disse: "Sì, fai bene a giurarmelo su Afrodite, perché tutti sanno che la dea ti vuole un gran bene. Quelli che hanno assaggiata la tua sporca carnaccia, non permette nemmeno che entrino nel suo tempio!". "Ma questa", disse l'altra, "è una prova lampante dell'affetto che la dea nutre per me, perché essa respinge chiunque mi uccida o mi faccia in qualche modo del male. Quanto a te, poi, tu puzzi da viva e puzzi da morta".

La favola mostra come un abile oratore possa accortamente convertire in elogi gli insulti ricevuti dai nemici.

LE VESPE, LE PERNICI E IL CONTADINO

 

Vespe e pernici, afflitte dalla sete, andarono da un contadino a chiedergli da bere, promettendo che, in cambio l'acqua, gli avrebbero resi questi servizi: le pernici, di zappargli la vigna, e le vespe, di tener lontani i ladri con i loro pungiglioni, facendovi la guardia tutt'attorno.Il contadino rispose: "Ma io ho due buoi, che non promettono nulla e mi fanno tutto; dunque è meglio che dia da bere a loro che a voi".

La favola va bene per certi uomini rovinosi che, promettendo di aiutarci, ci recano gravi danni.

LA VESPA E IL SERPENTE

 

Una vespa, posatasi sulla testa di un serpente, lo tormentava, pungendolo senza tregua col suo aculeo. Quello sconvolto dal dolore, non riuscendo a vendicarsi della sua nemica, cacciò la testa sotto la ruota di un carro sì morì lui insieme con la vespa.

La favola mostra che c'è della gente disposta a morire pur far morire i suoi nemici.

LA CICALA E LA VOLPE

 

Una cicala cantava sull'alto di una pianta. Una volpe, che aveva voglia di mangiarsela, escogitò una trovata di questo genere: si fermò là dirimpetto e cominciò a far meraviglie per la dolcezza del suo canto e a pregarla di scendere, dichiarando che desiderava vedere com'era grossa la bestia dotata di una voce così potente. La cicala, che sospettava il suo gioco, staccò una foglia e la gettò giù. La volpe le si precipitò addosso, come avrebbe fatto con la cicala. E quella: "Ti sei sbagliata, cara mia, se speravi che io scendessi. Io, dal giorno che ho veduto delle ali di cicala in un cacherello di volpe, delle volpi non mi fido".

Le sventure del prossimo rendono accorti gli uomini di buon senso.

 

LA CICALA E LE FORMICHE

 

In una giornata d'inverno le formiche stavano facendo seccare il loro grano che s'era bagnato. Una cicala affamata venne a chiedere loro un po' di cibo. E quelle le dissero: "Ma perché non hai fatto provvista anche tu, quest'estate?". "Non avevo tempo", rispose lei, "dovevo cantare le mie melodiose canzoni". "E tu balla, adesso che è inverno, se d'estate hai cantato!", le dissero ridendo le formiche.

La favola mostra che, in qualsiasi faccenda, chi vuol evitare dolori e rischi non deve essere negligente.

IL MURO E IL CHIODO

 

Un muro, trafitto brutalmente da un chiodo, gridava: "Perché mi trafiggi, se io non ti ho mai fatto nulla di male?". E l'altro: "La colpa non è mia, ma di quello mi picchia dietro con tutta la sua forza".

L'AVARO

 

Un avaro aveva liquidato tutto il suo patrimonio e l'aveva convertito in una verga d'oro; poi l'aveva sotterrato in un certo luogo, sotterrandoci insieme la sua vita e il suo cuore, e tutti i giorni andava a farci un' ispezione. Un operaio lo tenne d'occhio, subodorando la verità, andò a scavare e si portò via la verga. Dopo un po' arrivò anche l'avaro e, trovando la sua buca vuota, cominciò a piangere e a strapparsi i capelli. Ma un tale, che l'aveva visto lamentarsi così dolorosamente, quando ne seppe la ragione, gli disse: "Non disperarti così, mio caro; tanto, oro non ne avevi nemmeno quando lo possedevi. Prendi una pietra, mettila al suo posto, e immagina d'avere il tuo oro: ti farà lo stesso servizio; perché vedo bene che, anche quando il tuo oro era là, tu non ne facevi nulla".

La favola mostra che nulla vale possedere una cosa senza goderla.

IL FABBRO E IL SUO CANE

 

Un fabbro aveva un cane che continuava a dormire mentre lui lavorava; appena però si metteva a tavola, se lo trovava al fianco. "Brutto poltrone", gli disse, gettandogli un osso, "dormi quando io batto l'incudine; ma basta che muova le mascelle, e ti svegli subito!".

La favola svergogna i dormiglioni, i pigri e tutti quelli che vivono delle altrui fatiche.

LA RONDINE FANFARONA E LA CORNACCHIA

 

La rondine diceva alla cornacchia: "Io sono una fanciulla, e sono d'Atene, e sono di sangue reale, e son figlia del re d'Atene", e continuava, con la storia di Tereo, e della violenza subita, e del taglio della lingua. "T'han tagliata la lingua", disse la cornacchia, "e hai tanta parlantina! Che cosa mai succederebbe se ce l'avessi?".

I fanfaroni, a forza di parlare a vanvera, con i loro discorsi si smentiscono da soli.

LA TARTARUGA E L'AQUILA

 

Una tartaruga pregava un'aquila perché le insegnasse a volare, e quanto più questa le dimostrava che era cosa aliena dalla sua natura, tanto più l'altra insisteva nelle sue preghiere. Allora l'aquila l'afferrò tra gli artigli, la sollevò in alto, e poi la lasciò cadere. La tartaruga casco su una roccia e si fracassò.

La favola mostra come, a dispetto dei consigli dei saggi, molti si rovinino per voler scimmiottare il prossimo.

LA TARTARUGA E LA LEPRE

 

Una tartaruga e una lepre continuavano a far discussioni sulla loro velocità. Finalmente, fissarono un giorno e un punto di partenza e presero il via. La lepre, data la sua naturale velocità, non si preoccupò della cosa: si buttò giù sul ciglio della strada e si addormentò. La tartaruga, invece, consapevole della sua lentezza, non cessò di correre, e così, passando avanti alla lepre che dormiva, raggiunse il premio della vittoria.

La favola mostra che spesso con l'applicazione si ottiene più che con i doni naturali non coltivati.

L'UCCELLATORE E LA PERNICE

 

Un uccellatore, essendo giunto da lui un ospite a sera tarda e non avendo nulla da imbandirgli, si volse alla sua pernice addomesticata e stava per ucciderla, quando questa cominciò ad accusano d'ingratitudine, perché intendeva ammazzarla, dopo esser stato tanto aiutato da lei che attirava gli uccelli della sua razza e glieli consegnava. "Ma questa ", disse lui, "sarà una ragione di più per sacrificarti, se non risparmi nemmeno i tuoi fratelli!"

La favola mostra che chi tradisce i suoi familiari, non acquista solo l'odio delle vittime, ma anche quello di chi si giova del suo tradimento.

LA GALLINA E LA RONDINE

 

Una gallina trovò delle uova di serpente e si mise a covarle con cura, finché, a forza di covare, riuscì a farle schiudere. La rondine, che era stata a guardarla, le disse: "Ma perché, stolta, vuoi allevare degli esseri che, appena adulti, cominceranno a far del male a te per la prima?".

La perversità è incorreggibile, anche se è fatta segno ai più grandi benefici.

LA GALLINA DALLE UOVA D'ORO

 

Un tale possedeva una bella gallina che faceva le uova d'oro. Pensando che avesse un mucchio d'oro nelle viscere, egli la uccise, e trovò che dentro era fatta come tutte le altre galline. Così, per la speranza di trovar la ricchezza tutta in una volta, restò privo anche del suo modesto provento.

Contentatevi di quello che avete e guardatevi dall'essere insaziabili.

IL RAGAZZO CHE FACEVA IL BAGNO

 

Una volta un ragazzo che faceva il bagno in un fiume stava per affogare. Vedendo uno che passava di là si mise a chiamarlo, che lo aiutasse. Quello cominciò a fargli rimproveri per la sua imprudenza. "Ma salvami, adesso" gli disse il fanciullo. "Poi, quando m'avrai salvato, farai la predica". Questa favola si applica a coloro che offrono spontaneamente lo spunto agli altri per offenderli.

IL DEPOSITARIO E IL GIURAMENTO

 

Un tale aveva ricevuto un deposito da un amico e contava di non restituirglielo. E poiché l'amico lo invitava a prestar giuramento, a buon conto, partì per la campagna. Giunto alle porte della città, vide uno zoppo che stava per uscirne, e gli chiese chi fosse e dove fosse diretto. Quello rispose che era il Giuramento e che andava a punire gli spergiuri. Allora egli gli domandò quanto tempo stava, di solito, prima di tornare in una città. "Quarat'anni; qualche volta anche trenta", rispose l'altro. Dopo di ciò, senza esitare, l'uomo prestò giuramento, affermando di non aver mai ricevuto quel tal deposito. Ma si trovò addosso il Giuramento, che lo condusse con sé per buttarlo giù da un precipizio. L'uomo protestava perché, dopo avergli dichiarato che ritornava ogni trent'anni, non gli aveva lasciato nemmeno un giorno di respiro. "Devi sapere", gli rispose il Giuramento, "che, quando mi si vuol provocare, allora ho l'abitudine di tornare anche in giornata". La favola mostra che non ci son date fisse per la vendetta di Dio contro gli empi.

IL PASTORE E LE SUE PECORE

 

Un pastore aveva condotto le sue pecore in un bosco di querce. Vedendo un albero grandissimo carico di ghiande, stese a terra il mantello e andò sù, per scuoterne i frutti. Le pecore, mangiando le ghiande, senza accorgersene; gli mangiarono insieme anche il mantello. Quando il pastore fu sceso, avvedendosi del guaio, esclamo: "Brutte bestiacce! fate la lana per i vestiti degli altri, e a me che vi dò da mangiare avete portato via anche il mantello".

Così molti uomini, per ignoranza, beneficiano degli estranei con cui non hanno nulla a che fare e si comportano villanamente con i loro familiari.

IL PASTORE CHE INTRODUCEVA IL LUPO NELL'OVILE E IL CANE

 

Un pastor, dentro l'ovil spingendo il gregge, insieme un lupo per poco non ci chiuse. Ma il cane se n'avvide. "Bravo!", gli disse, "staranno bene, codeste pecorelle, se dentro un lupo ci metti in compagnia!". La compagnia dei malvagi può procurare gravi danni ed essere anche causa di morte.

LA PECORA TOSATA

 

Stavano tosando malamente una pecora. E quella disse a colui che la tosava: "Se vuoi della lana, taglia più in su; ma se desideri della carne, ammazzami una volta tanto e smettila di torturarmi a poco a poco".La favola è adatta per coloro che fanno malamente il loro mestiere.

PROMETEO E GLI UOMINI

 

Obbedendo a un ordine di Zeus, Prometeo plasmò gli uomini e le bestie. Ma quando Zeus si accorse che le bestie erano molto

più numerose degli uomini, gli ordinò di disfare un po' di bestie per ridurle a uomini. Prometeo eseguì l'ordine. Ecco perché tutti coloro che la forma umana non l'avevano ricevuta originariamente, hanno da uomo, ma anima da bestia. Ecco una favola buona per un uomo grossolano e bestiale.

LA ROSA E L'AMARANTO

 

Un amaranto cresciuto vicino a una rosa le disse: "Che splendido fiore sei tu. Ti desiderano gli dèi e gli uomini, ti invidio per la tua bellezza e per il tuo profumo". "O amaranto", gli rispose la rosa, "io non vivo che pochi giorni e anche se nessuno mi recide, appassisco; ma tu fiorisci e vivi sempre così, in perenne giovinezza". Meglio durare a lungo, contentandosi di poco, che, dopo sfarzo, mutar sorte o magari morire.

LA FORMICA E LA COLOMBA

 

Una formica assetata era scesa in una fontana e, trascinata dalla corrente, stava per affogare. Se n'avvide una colomba e, strappato un ramoscello da un albero, lo gettò nell'acqua. La formica vi salì sopra e riuscì a salvarsi. Poco dopo, un uccellatore, con i suoi panioni pronti, si avanzò per prendere la colomba. La formica lo scorse e diede un morso al piede dell'uccellatore, che, nell'impeto del dolore, gettò via i panioni, facendo così fuggire immediatamente la colomba.

La favola mostra che bisogna ricambiare i benefattori.

IL TOPO DI CAMPAGNA E IL TOPO DI CITTÀ

 

Il topo cittadino da quel dei campi ch'era suo amico s'ebbe un invito a pranzo, e tosto lieto partì per la campagna. Ma il pranzo era erba e grano. "Vedi", gli disse, "che vita da formica meni, mio caro! E io d'ogni ben di Dio piena ho la casa; tu vieni meco, ché ti darò di tutto". Verso la città trottan gli amici tosto. L'ospite ostenta legumi e fichi secchi e cado e pane, datteri, miele e frutta. L'altro, stupito, di cuore lo ringrazia, il triste suo destino maledicendo. Ma quando il pranzo s'apprestano a gustare, capita un tale che l'uscio ti spalanca. I miseri al rumore, con un sussulto, corron dentro le buche del pavimento. Ne escon poi fuori, per via dei fichi secchi, ecco entra un altro, per non so qual faccenda. Scorgendolo, i meschini dentro le buche, in cerca di salvezza, balzan di nuovo. Il campagnolo allora, passando sopra all'appetito, sospira e dice all'altro: "Amico, addio! Saziati pur ben bene, goditi il pranzo con tutte le sue gioie, tutti i rischi e tutte quante le paure! Io meschinello, campando a grano ed erbe, senza sospetto vivrò, senza timore". E' meglio assai, dice la favoletta, vivere in santa pace vita modesta, che far del lusso sempre fra i batticuori.

IL MALATO E IL MEDICO

 

Un medico chiese al suo ammalato come stava, e quello gli rispose che aveva sudato in modo anormale. "Molto bene", disse il medico. Tornò una seconda volta a chiedergli come stava, e quello rispose che era stato colto da un brivido che l'aveva scosso da capo a piedi. "Molto bene anche questo", disse il medico. Quando andò a fargli la terza visita e gli chiese della sua malattia, l'ammalato gli annunziò che aveva avuto un attacco di diarrea. "Bene, bene anche questo", dichiarò il medico, e se ne andò. Così, quando uno dei suoi parenti venne a trovano e gli chiese come andava, l'ammalato rispose: "A forza di andar bene sto morendo".

Così molte volte gli uomini sono dal loro prossimo, con una valutazione puramente esteriore, ritenuti felici per qualche fatto che nel loro intimo è causa delle più vive sofferenze.

I VIANDANTI E L'ORSO

 

Due amici viaggiavano insieme, quand'ecco apparire davanti ad essi un orso. Uno, più svelto, salì su un albero e vi restò nascosto, mentre l'altro, che già stava per esser preso, si gettò al suolo, fingendo d'esser morto. L'orso gli avvicinò il muso, annusandolo, ed egli tratteneva il respiro, perché, a quel che dicono, l'orso non tocca i cadaveri. Quando l'orso si fu allontanato, quello che era sull'albero discese e chiese all'altro che cosa gli avesse detto nell'orecchio l'orso. "Di non viaggiar mai più con dei compagni che nel pericolo non restano al tuo fianco", gli rispose quello. La favola mostra che le disgrazie mettono alla prova la bontà degli amici.

I VIANDANTI E IL CORVO

 

Alcuni tali che viaggiavano per un certo affare, incontrarono un corvo cieco da un occhio. Essi si volsero a guardarlo, e uno consigliò di tornare indietro, perché tale era il significato del presagio. "Ma come potrebbe profetare il futuro a noi quest'uccello, che non è stato nemmeno capace di prevedere la perdita del suo occhio, in modo da evitarla?" disse un altro. Così anche tra gli uomini, chi non è in grado di dirigere i propri affari non merita fiducia quando dà consigli al prossimo.

L'ASINO VESTITO DELLA PELLE DEL LEONE E LA VOLPE

 

Un asino si mise addosso la pelle di un leone e andava attorno seminando il terrore fra tutte le bestie. Vide una volpe e volle provarsi a far paura anche a lei. Ma quella, che per caso aveva già sentito la sua voce un'altra volta, gli disse: "Sta' pur sicuro che, se non ti avessi mai sentito ragliare, avresti fatto paura anche a me". Così ci sono degli ignoranti che, grazie alle loro false apparenze, sembrerebbero persone importanti, se la smania di parlare non li tradisse.

L'ASINO CHE LODAVA LA SORTE DEL CAVALLO

 

L'asino decantava la sorte del cavallo, perché era nutrito senza economia e fatto segno a tutte le cure, mentre esso non aveva nemmeno paglia a sufficienza e doveva sopportare tante fatiche. Ma quando sonò l'ora della guerra, un soldato in armi balzò sul cavallo, portandolo da una parte e dall'altra, e finalmente lo lanciò nella mischia contro il nemico, dove la bestia cadde colpita a morte. A questa vista l'asino cambiò parere, e compianse il cavallo.

La favola mostra che non bisogna invidiare i potenti e i ricchi, ma star contenti della povertà, pensando all'invidia e ai pericoli da cui essi sono circondati.

L'ASINO E LE RANOCCHIE

 

Un asino, con un carico di legna sul dorso, traversava un acquitrino. Scivolò, cadde, e, non riuscendo a tirarsi mise a piangere e a lamentarsi. Quando le ranocchie del luogo udirono i suoi lamenti, gli dissero: "Caro mio, tu piagnucoli tanto per esser caduto qui pochi minuti: che cosa avresti mai fatto se ci fossi rimasto tanto tempo come noi? ".

Di questa favola potrebbe servirsi uno che affronta coraggiosamente i mali più gravi, per rivolgersi a un debole che mal sopporta le più lievi fatiche.

L'ASINO E IL MULO CHE PORTAVANO UN CARICO EGUALE

 

Un asino e un mulo avanzavano uno accanto all'altro. L'asino, osservando che i loro due carichi erano eguali, era indignato e si lamentava, perché il mulo, che pur era ritenuto degno di una doppia razione, non portava nulla più di lui. Ma quando ebbero proceduto alquanto nella via, l'asinaio s'avvide che l'asino non poteva reggere, e allora gli tolse una parte del carico, aggiungendolo al mulo. Dopo che ebbero proseguito ancora un poco, vedendo che l'asino era sempre più stanco, gli tolse di nuovo una parte del carico, e, alla fine, prese tutto quanto e lo passò da lui al mulo. Allora questo diede una sbirciatina all'asino: "Ehi, tu, non ti par giusto, ora, che mi faccian l'onore di una doppia razione? ".

Anche noi, per giudicare la condizione di ciascuno, non dobbiamo guardare come comincia, ma come va a finire.

L'ASINO E IL CAGNOLINO OVVERO IL CANE E IL SUO PADRONE

 

Un tale che possedeva un cagnolo maltese e un asino, continuava a far moine al cane e, se per caso andava fuori a pranzo, portava a casa qualche bocconcino per gettarglielo, quando la bestiola gli veniva incontro scodinzolando. Allora l'asino, geloso, corse incontro al padrone e, a forza di saltellare, gli lasciò andare un calcio. Adirato, il padrone ordinò di allontanarlo a randellate e di legarlo alla greppia.

La favola mostra che non tutti sono nati per le stesse cose.

L'ASINO E IL CANE CHE VIAGGIAVANO INSIEME

 

Un asino e un cane che facevano strada insieme, trovarono per terra una lettera chiusa. L'asino la raccolse, spezzò i suggelli, l'aperse e si mise a leggerla al cane che ascoltava. Nella lettera si parlava di roba da mangiare, voglio dire di fieno, di orzo, di paglia. Mentre l'asino leggeva tutte quelle cose, il cane se ne stava lì annoiato , e poi gli disse: "Guarda un po' più avanti, caro, che saltando tu non trovi anche qualche informazione che riguardi carne o ossa". L'asino scorse tutta la lettera ma non ci trovò niente di quel che il cane cercava; e allora questo soggiunse: "Buttala pur via, mio caro, non c'è niente di interessante".

IL LEONE E L'ASINO CHE ANDAVANO A CACCIA INSIEME

 

Fatta società, il leone e l'asino uscirono insieme a caccia. Giunti dinanzi ad una caverna dove c'erano delle capre selvatiche, il leone si fermò davanti all'entrata per prenderle a mano a mano che uscivano, mentre l'asino entrava e, balzando in mezzo ad esse, ragliava per spaventarle. Quando il leone le ebbe prese quasi tutte, l'asino venne fuori e gli chiese se non si era mostrato un valoroso guerriero nella cacciata delle capre. "Ma sai", gli rispose il leone, "che persino io avrei avuto paura di te, se non avessi saputo che eri un asino?".

Così, chi fa il fanfarone davanti a quelli che lo conoscono bene, si guadagna giustamente le beffe.

IL LEONE, L'ASINO E LA VOLPE

 

Il leone, l'asino, e la volpe fecero società fra loro e se ne andarono a caccia. Quand'ebbero fatto un buon bottino, il leone

invitò l'asino a dividerlo tra di loro. L'asino fece tre parti uguali e invitò il leone a scegliere. La belva inferocita gli balzò addosso, lo divorò e poi ordinò alla volpe di far lei le parti. Essa radunò tutto in un mucchio, lasciando fuori per sé solo qualche piccolezza, e poi lo invitò a scegliere. Il leone allora le chiese chi le aveva insegnato a fare le parti così. "E' stata la disgrazia dell'asino", rispose la volpe.

La favola mostra che le disgrazie del prossimo sono per gli uomini fonte di saggezza.

IL LEONE INFURIATO E IL CERVO

 

Un leone era infuriato. "Poveretti noi!", disse un cervo, scorgendolo di tra le piante del bosco, "che cosa mai non farà, ora che è su tutte le furie, costui, che noi non riuscivamo a sopportare nemmeno quand'era in buona?".

Teniamoci tutti lontani dagli uomini violenti e usi al male, quando essi si impadroniscono del potere e signoreggiano sugli altri.

IL LEONE CHE EBBE PAURA D'UN TOPO E LA VOLPE

 

Mentre il leone dormiva, un topo gli fece una corsa su per il corpo. Quello si destò e si girava da tutte le parti per cercare quel che gli era venuto addosso. La volpe, a quella vista, prese a canzonarlo perché lui, che era un leone, aveva paura di un topolino. "Non è che io abbia paura di un topo", rispose lui, "ma mi meraviglio che qualcuno abbia osato correre addosso al leone mentre dormiva ".

La favola mostra che gli uomini assennati non trascurano nemmeno le piccole cose.

 

I LUPI E LE PECORE

 

I lupi, che facevano la posta a un gregge di pecore, non riuscivano ad impadronirsene a causa dei cani che lo sorvegliavano, e allora decisero di ricorrere all'astuzia per raggiungere il loro scopo. Mandarono ambasciatori alle pecore, e chiesero la consegna dei cani, affermando che erano essi i responsabili delle loro relazioni ostili. Una volta che li avessero in mano, la pace avrebbe regnato tra di loro. Le pecore, senza sospettare quel che le aspettava, consegnarono i cani; e i lupi, una volta padroni di questi, sterminarono senza difficoltà il gregge rimasto indifeso.

Così anche quegli Stati che consegnano senza difficoltà i loro capi, senz'avvedersene sono tosto soggiogati dai nemici.

 

IL LUPO E L'AGNELLO

 

Un lupo vide un agnello presso un torrente che beveva e gli venne voglia di mangiarselo con qualche bel pretesto. Standosene là a monte, cominciò quindi ad accusarlo di insudiciare l'acqua, così che egli non poteva bere. L'agnello gli fece notare che, per bere, esso sfiorava appena l'acqua col muso e che, d'altra parte, stando a valle non gli era possibile intorbidare la corrente a monte. Venutogli meno quel pretesto, il lupo allora gli disse: "Ma tu sei quello che l'anno scorso ha insultato mio padre." E l'agnello a spiegargli che a quella data non era ancor venuto al mondo. "Bene" concluse il lupo, "se tu sei così bravo a trovar delle scuse, io non posso mica rinunziare a mangiarti.

La favola mostra che contro chi ha deciso di far un torto non c'è giusta difesa che valga.

IL LUPO E L'AGNELLINO RIFUGIATO NEL TEMPIO

 

Un lupo inseguiva un agnellino, e questo andò a rifugiarsi in un tempio. Il lupo cominciò a chiamarlo e ad avvertirlo che, se il sacerdote lo coglieva là, lo avrebbe immolato al dio. "Meglio immolato a un dio", rispose l'agnello, "che sbranato da te!".

La favola mostra che, se si deve morire, è meglio morire con onore.

 

LA MOSCA

 

Una mosca, caduta in una pentola di carne, mentre stava per affogare nel brodo, diceva tra sé: "Ebbene, io ho mangiato, ho bevuto, ho fatto il bagno; e se muoio, pazienza!".

La favola mostra che gli uomini si rassegnano facilmente alla morte, quando essa sopraggiunge senza sofferenze.

 

LE MOSCHE

 

In una dispensa s'era versato del miele. Le mosche, accorse, se lo succhiavano, e la dolcezza era tale che non sapevano staccarsene. Quando però le loro zampe vi rimasero impigliate e, incapaci di levarsi a volo, esse si sentirono affogare, esclamarono: "Poverette noi! Per un attimo di dolcezza ci rimettiamo la vita".

Così la ghiottoneria è causa di numerosi guai per molte persone.

LA FORMICA

 

Un tempo, quella che oggi è la formica era un uomo che attendeva all'agricoltura e, non contento del frutto del proprio lavoro, guardava con invidia quello degli altri e continuava a rubare il raccolto dei vicini. Sdegnato della sua avidità, Zeus lo trasformò in quell'insetto che chiamiamo formica; ma esso, mutata natura, non mutò costumi, perché anche oggi gira per i campi, raccoglie il grano e l'orzo altrui e li mette in serbo per sé.

La favola mostra che chi è cattivo di natura, anche se è gravemente punito, non muta costumi.

LA FORMICA E LO SCARABEO

 

Nella stagione estiva la formica s'aggirava per i campi, raccogliendo grano e orzo, e mettendolo in serbo come sua provvista per l'inverno. Lo scarabeo l'osservava e faceva gran meraviglie della sua eccezionale attività, perché essa s'affannava a lavorare proprio nella stagione in gli altri animali hanno tregua dalle loro fatiche e si danno alla bella vita. La formica non disse nulla, lì per lì; ma più tardi, quando sopraggiunse l'inverno, e la pioggia lavò via tutto lo sterco, lo scarabeo affamato andò da lei, scongiurandola di dargli un po' da mangiare: "Oh scarabeo ", gli rispose quella, "il cibo non ti mancherebbe ora, se tu avessi lavorato allora, quando io m'affaccendavo e tu mi canzonavi".Così coloro che nel momento dell'abbondanza non pensano al futuro, quando i tempi cambiano, debbono sopportare le più gravi sofferenze.

LA CORNACCHIA E IL CORVO

 

La cornacchia, gelosa del corvo, il quale dà auspici agli uomini, prevede il futuro ed è perciò da essi invocato come testimonio, si mise in testa di fare altrettanto. Vedendo passare dei viandanti, volò su un albero e piantatasi là, cominciò a gracchiare a tutta forza. Al suono della sua voce, quelli si volsero spaventati, ma uno disse subito: "Niente, niente, amici, andiamo pure avanti. E' soltanto una cornacchia, e le sue grida non significano nulla".

Così anche tra gli uomini, chi si mette a gareggiare coi più potenti di lui non solo non riesce ad uguagliarli, ma si guadagna anche le beffe.

LA CORNACCHIA E IL CANE

 

Una cornacchia che offriva ad Atena una vittima, invitò un cane al banchetto sacrificale. "Perché sprechi i tuoi quattrini in sacrifici?", le chiese il cane. "Tanto,la dea ti ha così in uggia che impedisce alla gente di credere ai tuoi presagi". E la cornacchia: "Ma io le offro i sacrifici proprio per questo. Cerco di conciliarmela, dato che mi vede di mal occhio".

Così ci son molti che, per paura, non esitano a beneficare quelli che li odiano.

LE CHIOCCIOLE

 

Un contadinello faceva arrostire delle chiocciole e, sentendole crepitare, diceva: "Brutte bestie, mentre le vostre case bruciano, voi vi mettete a cantare".

La favola mostra che tutto quel che si fa fuori tempo è biasimevole.

IL CIGNO PRESO PER UN'OCA

 

Un signore allevava insieme un'oca e un cigno, non allo stesso scopo, naturalmente, ma l'uno per il canto e l'altra per la mensa. Quando giunse il momento in cui l'oca doveva far la fine per cui era stata allevata, era notte, e il buio non permise di distinguere l'uno dall'altra. Così fu preso il cigno invece dell'oca. Ma ecco che esso intona un canto, preludio di morte; col canto rivela la sua natura e, grazie alla sua voce, sfugge al supplizio. La favola mostra come spesso la musica riesca a differire la morte.

IL CIGNO E IL SUO PADRONE

 

Dicono che i cigni si mettano a cantare al momento della morte. A un tale capitò di veder messo in vendita un cigno e, sentendo che era un uccello dal canto dolcissimo, lo acquistò. Un giorno che aveva ospiti a tavola andò ad invitarlo perché cantasse alla fine del banchetto, ma in quell'occasione il cigno rimase zitto. Giunse però Il giorno in cui sentì vicina la morte, e allora intonò il suo canto di dolore. Il padrone, sentendolo, disse: "Ma se tu non canti altro che quando stai per morire, lo stupido ero io, che stavo lì a rivolgerti delle preghiere, invece di ammazzarti". Così anche tra gli uomini ci son quelli che, ciò che non voglion fare per piacere, lo fanno poi per forza.

I DUE CANI

 

Un tale che aveva due cani ne addestrò uno alla caccia e allevò l'altro per guardia della casa. Quando poi il primo, andando a caccia, prendeva della selvaggina, ne gettava una parte anche all'altro. Allora il can da caccia, sdegnato, cominciò ad insultare il compagno, perché lui andava fuori, sobbarcandosi a continue fatiche, mentre l'altro godeva il frutto del suo lavoro, senza far nulla. Il cane domestico gli rispose: "Non con me devi prendertela, ma col nostro padrone, che mi ha insegnato, non a lavorare, bensì a sfruttare il lavoro altrui".

Così non si possono biasimare i fanciulli pigri, quando li rende tali l'educazione dei loro genitori.

LE CAGNE AFFAMATE

 

Certe cagne affamate che avevano visto delle pelli messe a bagno nell'acqua d'un fiume, non riuscendo ad afferrarle, stabilirono tra di loro di ber prima tutta l'acqua, per poter poi arrivare ad esse. Ma andò a finire che creparono a forza di bere, prima di giungere a toccare le pelli.

Così ci son uomini che, nella speranza di un guadagno, si sobbarcano a pericolose fatiche e, prima di raggiungere il loro scopo, si rovinano.

IL CANE E LA CONCHIGLIA

 

Un cane, abituato a ingollarsi delle uova, vide una conchiglia; convinto che fosse un uovo, spalancò la bocca e con un violento sforzo riuscì a mandarla giù. Quando poi sentì il peso e i dolori di stomaco: "Ben mi sta", disse "perché m'ero messo in testa che tutte le cose fossero uova".

Questa favola ci insegna che chi affronta un'impresa senza riflettere può impensatamente trovarsi impigliato fra strani fastidi.

IL CANE E LA LEPRE

 

Un cane da caccia che aveva catturato una lepre, un momento la mordeva e un momento le leccava il muso. "Ehi, tu", gli disse, sfinita, la lepre, "o smettila di mordermi o smettila di baciarmi, ch'io possa capire se sei per me un amico o un nemico". Questa è una favola adatta per un uomo ambiguo.

IL CANE E IL MACELLAIO

 

Un cane balzò dentro una macelleria e, mentre il macellaio era occupato, afferrò un cuore e se la diede a gambe. Il macellaio si volse e, vedendolo fuggire, esclamò: "Ehi, galantuomo! Sta' pur certo che ti terrò d'occhio dovunque tu sia; il cuore non l'hai mica portato via a me, sai; anzi a me ne hai aggiunto dell'altro'.

La favola insegna che le sventure servono di ammaestramento agli uomini.

IL LEONE E IL TOPO RICONOSCENTE

 

Un topolino correva sul corpo di un leone addormentato, il quale si svegliò e, acchiappatolo, fece per ingoiarlo. La bestiola cominciò a supplicare di risparmiarlo e a dire che, se ne usciva salvo, gli avrebbe dimostrata la sua riconoscenza. Il leone scoppiò a ridere e lo lasciò andare. Ma dopo non molto gli capitò un caso in cui dovette davvero la sua salvezza alla riconoscenza del topolino. Alcuni cacciatori riuscirono a catturarlo e lo legarono con una corda a un albero. Il topo allora udì i suoi lamenti, accorse, rosicchiò la corda e lo liberò, soggiungendo: "Tu, quella volta, t'eri fatto beffe di me, perché non immaginavi mai di poter avere una ricompensa da parte mia. Sappi ora che anche i topi sono capaci di gratitudine". La favola mostra come, col mutar delle circostanze, anche i potenti possono aver bisogno dei deboli.

IL LEONE E L'ONAGRO

 

Il leone e l'onagro andavano a caccia di bestie selvatiche, il leone mettendo a profitto la sua forza, e l'onagro la velocità delle sue gambe. Quando ebbero catturato una certa quantità di selvaggina, il leone fece le parti; divise tutto in tre mucchi, e dichiarò: "La prima spetta al primo, cioè a me che sono il re. La seconda mi spetta come socio a pari condizioni. Quanto a questa terza, ti porterà ben disgrazia, se non ti decidi a squagliarti".

Conviene commisurare ogni nostra azione alle nostre forze, e coi più potenti di noi non immischiarsi né associarsi.

IL GRANCHIO E SUA MADRE

 

La madre del granchio lo ammoniva a non camminare di traverso e a non sfregare il fianco contro la roccia umida. E quello: "Mamma, se vuoi che impari, cammina dritta tu, e io, vedendoti, farò come te". Chi vuol rimproverare gli altri, deve anzitutto viver bene lui e rigar dritto, e poi insegnare a far altrettanto.

IL NOCE

 

Un noce cresciuto al margine di una strada e bersagliato dalle sassate dei passanti, disse tra sé sospirando: "Ma son proprio un disgraziato, io! Continuo tutti gli anni a procurarmi insulti e dolori!" Questa favola allude a certe persone le quali, dai propri beni, non ricavano che dolori.

IL CASTORO

 

Il castoro è un quadrupede che vive negli stagni, e i suoi genitali pare che servano per la cura di certe malattie. Quando qualcuno lo scopre e lo insegue per tagliarglieli, esso, che sa a qual fine gli danno la caccia,sino a un certo punto, per conservarsi intatto, fugge, fidando nella velocità dei piedi; ma quando poi si vede a portata dei suoi inseguitori, si strappa da solo i genitali e li getta via; così riesce a salvare la vita.

Anche tra gli uomini, danno prova di saggezza coloro che vedendosi minacciati a causa del loro denaro, lo lasciano perdere, per non mettere a repentaglio la loro vita.

L'ORTOLANO CHE INNAFFIAVA GLI ORTAGGI

 

Un tale si fermò davanti a un ortolano che innaffiava le sue verdure e gli domandò perché mai le piante selvatiche sono fonde e robuste, mentre quelle coltivate sono gracili e stente. E l'ortolano gli rispose: "Perché di quelle la terra è veramente la madre, ma di queste è soltanto la matrigna."

Anche tra i ragazzi, chi è allevato dalla matrigna non mangia come quello che ha la propria madre.

L'ORTOLANO E IL CANE

 

Il cane di un ortolano cascò in un pozzo, e l'ortolano, per tirarlo fuori, scese giù anche lui. Ma il cane, pensando che egli venisse per cacciarlo più a fondo, si rivoltò al padrone e lo morse. Allora quello, dolorante, se ne tornò sù dicendo: "Ben mi sta: perché affannarmi tanto per salvare un suicida?".

Ecco una favola per gli uomini ingiusti ed ingrati.

IL CITAREDO

 

Un sonator di cetra da strapazzo cantava tutto il giorno tra le ben cementate pareti di una stanza, e poiché queste riecheggiavano i suoni, si immaginò d'avere una bella voce potente. Montatosi così la testa, decise che era il caso di affrontare anche il teatro. Ma, giunto sul palcoscenico, cantò veramente da cane e fu cacciato via a sassate.

Così ci sono degli oratori che, fin che si esercitano nelle scuole fanno bella figura, ma, quando affrontano la vita pubblica, si scopre che non valgono nulla.

IL TORDO

 

Un tondo andava a cibarsi in una macchia di mirti, e tanto eran dolci quelle bacche che non sapeva staccarsene. Un uccellatore osservò che il luogo gli piaceva, vi mise le panie e ce lo prese. "Me infelice!", esclamò il tordo prima di morire, "Ecco che per il gusto della gola ci rimetto la vita".

Questa è una favola che si adatta a uno di quegli uomini sregolati che si rovinano per amor dei piaceri.

I LADRI E IL GALLO

 

I ladri penetrarono in una casa, ma non ci trovarono altro che un gallo. Lo presero e se ne andarono. Quando fu lì per essere ammazzato, il gallo cominciò a pregare che lo risparmiassero, dicendo che egli era utile agli uomini, perché li svegliava a buio, così che potessero attendere alle loro faccende. "Ma questa è una ragione di più per tiranti il collo", gli risposero gli altri, "Svegliando loro, tu impedisci a noi di rubare".

La favola mostra che quel che dà più fastidio ai bricconi sono proprio i servizi resi alle persone dabbene.

IL VENTRE E I PIEDI

 

Il ventre e i piedi disputavano chi di loro fosse il più forte, e i piedi continuavano a dire che, in fatto di forza, erano tanto superiori, che il ventre stesso si faceva portare a spasso da loro. "Cari miei, se non ci fossi io a darvi da mangiare, neanche voi sareste in grado di portarmi", rispose il ventre.

Così, anche in un esercito, il numero non conta nulla, se non ci sono dei capi col cervello a posto.

IL GRACCHIO E LA VOLPE

 

Un gracchio affamato s'era posato su un fico e, trovati dei piccoli fichi ancor acerbi, aspettava che diventassero grossi e maturi. La volpe che lo vedeva continuamente là fermo, quando ne seppe il motivo, gli disse: "Caro mio, se ti attacchi alla speranza, sbagli di grosso. La speranza è un pastore che ti porta a spasso, ma la pancia non te la riempie".

IL GRACCHIO E I CORVI

 

Un gracchio che era più grosso di tutti gli altri, disprezzando i compagni della sua razza, se ne andò in mezzo ai corvi, e pretendeva di vivere con essi. Ma quelli, che non conoscevano né la sua faccia né la sua voce, lo picchiarono e lo cacciarono via. Respinto dai corvi, esso tornò allora di nuovo ai suoi gracchi. Questi, a loro volta, indignati per l'affronto, non lo vollero ricevere. Ecco come avvenne che esso fu escluso dalla società degli uni e degli altri.

Questo succede anche agli uomini che abbandonano la loro patria e preferiscono i paesi altrui: in questi sono malvisti perché sono stranieri, e si rendono odiosi ai loro concittadini perché li hanno disprezzati.

IL SOLE E LE RANE

 

Si celebravano, in piena estate, le nozze del Sole. Tutti gli animali ne erano lieti, e anche le ranocchie si davano alla pazza gioia. Ma una di esse saltò sù: "Perché tutta questa allegria, o sciocche? Se, una volta sposato, il Sole metterà al mondo un figlio come lui, che cosa mai non ci toccherà patire, dato che ora, da solo, riesce già a farci seccare tutti i pantani?"

Ci sono molti uomini con poco sale in zucca che festeggiano avvenimenti per cui non ci sarebbe proprio ragione di rallegrarsi.

LA MULA

 

Una bella mula rimpinzata di biada si mise a scalpitare, dichiarando ad alta voce a se stessa: "Cavallo dal rapido piede fu mio padre; ed io son tutta lui". Ma un giorno si presentò la necessità di correre e la mula doveva farlo davvero. Quando ebbe finita la corsa, si sentì triste, e le venne in mente, all'improvviso, che suo padre era un asino.

La favola mostra che, anche quando le circostanze rendono un uomo famoso, egli non deve mai dimenticare le proprie origini, perché questa vita è piena di incertezze.

IL MEDICO E L'AMMALATO

 

Un medico aveva in cura un ammalato, che gli morì. "Ecco", diceva a quelli che ne seguivano il funerale, "se quest'uomo si fosse astenuto dal vino e avesse fatto dei clisteri, non sarebbe morto". Ma uno dei presenti lo interruppe: "Mio caro, queste cose avresti dovuto dirle quando egli poteva approfittare dei tuoi consigli; non ora che non servono più a nulla".

La favola mostra che gli amici devono prestare il loro aiuto nel momento del bisogno, e non sputar sentenze quando ogni speranza è perduta.

IL NIBBIO E IL SERPENTE

 

Un nibbio afferrò un serpente e si levò a volo. Ma il sente si rivoltò, lo morse, ed entrambi caddero dall'alto. Mentre il nibbio moriva, il serpente gli disse: "Perché sei stato così folle da voler far del male a me, che non ti facevo nulla? Ecco che hai avuto il giusto castigo per avermi rapito".

Chi fa il prepotente e oltraggia i deboli, se s'abbatte in uno più forte di lui, quando men se l'aspetta, paga anche il male che ha fatto prima.

IL NIBBIO CHE NITRIVA

 

Il nibbio aveva un tempo una voce acuta, diversa da quella d'ora. Poi, avendo udito un cavallo che emetteva dei magnifici nitriti, volle imitarlo; e, ostinandosi in questo esercizio, a rifar bene il nitrito, non ci riuscì, ma perse la propria voce; così non ebbe né quella del cavallo né quella che aveva avuto prima.

Gli uomini mediocri che, mossi dall'invidia, cercano di imitare quello che è alieno dalla loro natura, perdono anche le loro doti naturali.

IL CAMMELLO E ZEUS

 

Vedendo un toro tutto imbaldanzito per le sue corna, al cammello invidioso venne voglia d'averle anche lui. Presentatosi dunque a Zeus, cominciò a supplicarlo che gli assegnasse un paio di corna. Ma Zeus si sdegnò con lui perché, non contento della sua forza e della sua statura, voleva ancora qualche cosa d'altro. Così, non solo non gli aggiunse le corna, ma gli mozzò anche la punta delle orecchie.

Questo capita a molti, che, avidi, guardano con invidia gli altri e intanto, senza avvedersene, perdono anche quello che hanno.

IL CAMMELLO BALLERINO

 

Un cammello, costretto dal suo padrone a ballare esclamò: "Ma se sono goffo persino quando cammino, altro che quando ballo!".

La favola si può citare a proposito di qualsiasi atto di garbo.

IL CAMMELLO VISTO PER LA PRIMA VOLTA

 

Quando gli uomini videro per la prima volta il cammello, si spaventarono e, atterriti dalle sue dimensioni, si diedero alla fuga. Ma quando, col passar del tempo, si resero conto della sua mansuetudine, trovarono il coraggio di avvicinarglisi; poi, poco per volta, accorgendosi che esso è un animale incapace di collera, giunsero a tal punto di disprezzo che gli misero persino una cavezza al collo e lo diedero da condurre a dei ragazzi.

La favola mostra che l'abitudine rende tollerabili anche le cose spaventose.

I DUE SCARABEI

 

In un'isoletta pascolava un toro, e del suo sterco vivevano due scarabei. Al sopraggiungere della cattiva stagione, uno di essi annunciò all'altro che intendeva volare sul continente; così lì ci sarebbe stato abbastanza da mangiare per il compagno rimasto solo, mentre egli, trasferitosi laggiù, ci avrebbe passato l'inverno. Aggiungeva poi che, se avesse trovato cibo in abbondanza, ne avrebbe portato anche a lui. Passò dunque sul continente e, trovatoci sterco a iosa, ma molto molle, vi si stabilì e cominciò a mangiarselo. Passato l'inverno, rivolò di nuovo alla sua isola. Quando l'altro lo vide così bello grasso e florido, lo rimproverò perché, dopo tante promesse, non gli aveva portato nulla. "Non devi prendertela con me" , gli rispose il compagno, "ma con quel paese, che è fatto così: da mangiare ce n'è; ma non si può portar via niente".

IL GRANCHIO E LA VOLPE

 

Un granchio, uscito fuori dal mare, se ne viveva solo soletto su una spiaggia. Lo scorse una volpe affamata e, visto che non aveva proprio nulla da mangiare, gli saltò addosso e lo afferrò. "Questa me la son proprio meritata", esclamò il granchio, mentre l'altra stava per ingoiarlo. Ero animale di mare e ho voluto diventare animale di terra!".

Così, anche tra gli uomini, chi lascia le proprie faccende per immischiarsi di quel che non lo riguarda, è naturale che vada a finire in mezzo ai guai.

LE RANE VICINE DI CASA

 

Due ranocchie erano vicine di casa: una abitava in stagno profondo e discosto dalla strada, l'altra in una pozzanghera sulla strada stessa. Quella dello stagno consigliava l'altra a trasferirsi da lei, per godere una vita più comoda e più sicura, ma questa non le dava retta e diceva che non poteva staccarsi dalla sua dimora abituale; così andò a finire che passò di là un carro e la schiacciò.

Così, anche tra gli uomini, ci sono di quelli che, attaccati loro sciocche abitudini, piuttosto che cambiare in meglio, son disposti a morire.

LE RANE DEL PANTANO

 

Due rane, abbandonato il pantano dove abitavano, perché nell'estate s'era prosciugato, andavano cercandone un altro. Capitarono presso un profondo pozzo, e una di esse, quando lo vide, disse all'altra: "Ehi, tu! scendiamo giù insieme in questo pozzo". Ma l'altra le rispose: "E se poi l'acqua secca anche qui, come faremo a uscirne fuori?".

La favola mostra che non bisogna mai avventurarsi imprudentemente in un'impresa.

IL RANOCCHIO MEDICO E LA VOLPE

 

Standosene nel suo pantano, un ranocchio annunciava un giorno a gran voce a tutti gli animali: "Io sono un medico e pratico di ogni sorta di cure". E la volpe, udendolo disse: "Ma come potrai guarire gli altri, tu che sei zoppo e non sei capace di curare te stesso?".

Come potrà insegnare agli altri chi è digiuno di scienza. Questa è la morale della favola.

LA MOGLIE E IL MARITO UBRIACONE

 

Una donna che aveva il marito sempre ubriaco, volendo correggerlo del suo vizio, escogitò una trovata di questo genere. Aspettò che egli fosse tanto inebetito per la sbornia da essere insensibile come un morto, e, caricatolo sulle spalle, lo portò al cimitero, lo mise giù, e se ne andò. Quando suppose che avesse smaltito la sbornia, ritornò e bussò alla porta del cimitero. " Chi bussa?", chiese lui. E la donna: "Sono quello che porta da mangiare ai morti". E l'altro: "Ma no, mio caro, non da mangiare; portami da bere, piuttosto. Mi strazi l'anima a parlar di mangiare e non di bere". Allora la moglie, battendosi il petto, esclamò: "caro il mio marito, non solo non ti sei corretto, ma sei diventato peggiore di prima, perché il tuo vizio è ormai una seconda natura".

La favola mostra che non bisogna persistere nei costumi, perché viene un momento in cui l'abitudine si impone a un uomo anche contro la sua volontà.Me disgraziata! Tutta la astuzia non m'ha servito a nulla: tu,

L'ABETE E IL ROVO

 

Disputavano tra loro l'abete e il rovo. L'abete si vantava, dicendo: "Io sono bello; io sono slanciato; io sono alto; io servo per i tetti dei templi e per le navi. Come osi misurarti con me?". Ma il rovo osservò: "Se ti venissero in mente le scuri e le seghe che ti faranno a pezzi, certo preferiresti essere un rovo anche tu".

Non è il caso di esaltarsi per la propria gloria in questa vita, perché l'esistenza degli umili è priva di pericoli.

ZEUS E GLI UOMINI

 

Zeus, quando ebbe plasmati gli uomini, ordinò a Ermes di versarvi dentro l'intelligenza. E quello, fatto un misurino uguale per tutti, cominciò a versarla in ognuno essi. Capitò così che agli uomini piccolini, la loro porzione bastò per riempirsene e diventare saggi; ma gli uomini grandi e grossi, a cui il liquido non giunse in tutto il corpo, risultarono piuttosto sciocchi.

La favola va bene per un uomo grande di corpo ma povero di spirito.

ZEUS E APOLLO

 

Zeus e Apollo disputavano sul tiro dell'arco. Apollo tese il suo arco e scoccò una freccia. Ma Zeus allungò un piede, ed eccolo là dove era diretta la saetta d'Apollo. Così a combattere con i più forti, non solo non la si spunta ma ci si guadagnano anche le beffe.

ZEUS E LA TARTARUGA

 

Al banchetto nuziale di Zeus erano invitati tutti gli animali. Mancava soltanto la tartaruga. Ignorandone la ragione, il giorno dopo, Zeus le chiese come mai essa sola non era intervenuta al pranzo. "La mia casa è la mia reggia", rispose lei. Ma Zeus, seccatosi, la sua casa, le ordinò di caricarsela sulle spalle e di portarsela attorno.

Ce ne sono molti, uomini così, i quali preferiscono vivere modestamente a casa propria che passarsela da signori in casa altrui.

ZEUS GIUDICE

 

Zeus aveva stabilito che Ermes scrivesse le colpe degli uomini sopra dei cocci, deponendoli in un'arca al suo fianco, sì che egli potesse assegnare ad ognuno il suo castigo. Ma poi i cocci si mescolarono tra di loro e così certi arrivano più tardi e certi più presto nelle mani di Zeus, per esservi sottoposti al suo infallibile giudizio.

Non bisogna meravigliarsi che gli ingiusti e i malvagi non siano più presto puniti dei loro misfatti.

LA VOLPE E IL ROVO

 

Una volpe, nel saltare una siepe, scivolò e, stando per cadere, s'aggrappò, come sostegno, a un rovo. "Ahimè!", gli disse tutta indolorita, quand'ebbe le zampe insanguinate dalle sue spine, io mi rivolgevo a te per avere un aiuto, e tu mi hai conciato ben peggio". "L'errore è tuo, mia cara", le rispose il rovo, "hai voluto aggrapparti proprio a me che, d'abitudine, son quello che si aggrappa a tutto".

Questa favola mostra come siano stolti, anche fra gli uomini, coloro che ricorrono per aiuto a chi, d'istinto, è piuttosto portato a far del male.

LA VOLPE E L'UVA

 

Una volpe affamata vide dei grappoli d'uva che pendevano da un pergolato e tentò d'afferrarli. Ma non ci riuscì. "Robaccia acerba!", disse allora fra sé e sé; e se ne andò.

Così, anche fra gli uomini, c'è chi, non riuscendo, per incapacità, a raggiungere il suo intento, ne dà la colpa alle circostanze.

LA VOLPE E IL SERPENTE

 

Una volpe, vedendo un serpente coricato, fu presa d'invidia per la sua lunghezza, e le venne voglia di uguagliarlo: si stese giù vicino a lui e cercò di tendersi, fino a che, per gli eccessivi sforzi, la malaccorta crepò.

Questo capita a coloro che si mettono a gareggiare coi più forti: prima di poterli raggiungere, vanno in malora.

LA VOLPE CHE NON AVEVA MAI VEDUTO UN LEONE

 

Una volpe che non aveva mai veduto un leone, la prima volta che per caso se lo trovò davanti, provò un tale spavento alla sua vista che quasi ne morì. Avendolo però incontrato una seconda volta, si spaventò sì, ma non proprio come la prima. Quando poi lo vide per la terza volta, trovò tanto coraggio da avvicinarglisi e da attaccare persino discorso.

La favola mostra che l'abitudine rende tollerabili anche le cose spaventose.

 

LA VOLPE E LA MASCHERA

 

Una volpe penetrò nella casa di un attore e, frugando in mezzo a tutti i suoi costumi, trovò anche una maschera da teatro artisticamente modellata. La sollevò tra le zampe ed esclamò: " Una testa magnifica! ma cervello, niente ".

Ecco una favola per certi uomini belli di corpo ma poveri di spirito.

IL MARITO E LA MOGLIE BISBETICA

 

Un tale aveva una moglie bisbetica all'eccesso con tutti quelli di casa. Gli venne voglia di sapere se essa si comportava così anche nella famiglia del proprio padre, e trovò un pretesto plausibile per mandarla da lui. Al suo ritorno, dopo pochi giorni, le chiese come l'avevano accolta quelli di casa sua. "C'erano i bovari e i pecorai", rispose lei, "che non mi potevano vedere". E il marito, allora: "O moglie mia, se sei riuscita a farti odiare da quelli che escono all'alba per portar fuori il bestiame e non rientrano che la sera, che cosa mai ci si può aspettare da quelli con cui passavi l'intera giornata?".

Così spesso dalle cose piccole si argomentano le grandi, dalle cose manifeste si arguiscono quelle celate.

L'IMBROGLIONE

 

Un imbroglione s'era impegnato con un tale a dimostrare che l'oracolo di Delfi mentiva. Nel giorno stabilito, prese in mano un passerotto e, copertolo col mantello, andò al tempio, si fermò in faccia all'oracolo, e gli chiese se quel che teneva tra le mani respirava o no. Se gli fosse stato risposto di no, egli intendeva mostrare il passero vivo: se invece gli fosse stato detto che respirava, l'avrebbe strozzato prima di tirarlo fuori. Ma il dio, comprendendo il suo malizioso proposito, rispose: "Smettila, uomo, perché sta in te far sì che ciò che hai in mano vivo oppure morto".

La favola insegna che la divinità non può esser colta in fallo.

IL NAUFRAGO

 

Un ricco Ateniese compiva, insieme con altri passeggeri, un viaggio per mare. Si levò una gran tempesta e la nave si capovolse. Mentre tutti gli altri nuotavano, l'Ateniese continuava ad invocare Atena, facendole un monte di promesse, se mai riuscisse a salvarsi. Allora uno dei naufraghi, che stava nuotando lì accanto, gli disse: "Intanto che chiami Atena, muovi un po' le braccia anche tu! ".

Noi pure, dunque, oltre a pregar gli dèi, dobbiamo provvedere personalmente ai fatti nostri. E' preferibile guadagnarsi il favore del cielo coi propri sforzi, anziché esser salvati dalla divinità mentre noi trascuriamo i nostri stessi interessi. Quando capita una disgrazia, bisogna aiutarci con tutte le nostre forze e, così facendo, invocare anche l' aiuto di Dio.

IL CIECO

 

Un uomo cieco si era abituato a distinguere al tatto qualsiasi animale gli mettessero tra le mani. Una volta diedero un lupacchiotto. Egli lo palpò, rimase incerto, e poi disse: "Io non so se sia figlio di lupo, o di volpe, o di altro animale del genere; quel che so bene, è che non è bestia da mandare insieme con un gregge di pecore".

Con l'animo dei malvagi spesso traspare persino dal loro aspetto fisico.

LE RANE CHE CHIESERO UN RE

 

Le ranocchie, stanche di vivere senza alcuno che le governasse, mandarono ambasciatori a Zeus, pregandolo di largire loro un re. E Zeus, vedendo la semplicità dell'animo loro, buttò giù nello stagno un pezzo di legno. A tutta prima, atterrite dal tonfo, le ranocchie si tuffarono nel fondo; ma poi, dato che il legno rimaneva immobile, risalirono a galla, e giunsero a tal punto di disprezzo per il loro re che gli saltarono addosso e vi si accomodarono sopra. Infine, vergognandosi d'avere un sovrano di tal fatta, andarono nuovamente da Zeus, e lo pregarono di mandarne loro un altro in cambio, perché il primo era troppo indolente. Allora Zeus perdette la pazienza, e mandò una biscia d'acqua, che cominciò ad afferrarle e a divorarsele.

La favola mostra che è meglio avere governanti infingardi ma non cattivi, piuttosto che turbolenti e malvagi.

L'AQUILA E LO SCARABEO

 

Un'aquila inseguiva una lepre; la quale, in mancanza d'altri protettori rivolse le sue Suppliche al solo essere che il caso le pose sott'occhio: uno scarabeo. Questo le fece animo e, quando vide avvicinarsi l'aquila, cominciò a pregarla di non portargli via la sua protetta. Ma quella, piena di disprezzo per il minuscolo insetto, si divorò la lepre sotto i suoi occhi. Da allora lo scarabeo, tenace nel suo rancore, non perdette più di vista i nidi dell'aquila: appena essa deponeva le uova, saliva su a volo, le faceva rotolare e le rompeva; fino al giorno in cui, cacciata da ogni parte, l'aquila, che l'uccello sacro a Zeus, si rifugiò presso dì lui e lo scongiurò di trovarle un luogo sicuro per covare. Zeus le concedette di deporre le uova nel suo proprio grembo. Ma quando lo Scarabeo se ne avvide, fece una pallottola di sterco, si levò a volo e, giunto sopra il grembo del dio, ve la lasciò cadere. Zeus, per scuotersi di dosso lo sterco, si alzò e, senz'avvedersene, gettò a terra le Uova. Da allora, dicono, nella stagione in cui compaiono gli scarabei, le aquile non covano.

Questa favola insegna a non disprezzare nessuno, perché nessuno è tanto debole che, offeso, non sia in grado giorno di vendicarsi.

L'AQUILA DALLE ALI MOZZE E LA VOLPE

 

Una volta un'aquila fu catturata da un uomo. Questi le mozzò le ali e poi la lasciò andare, perché vivesse in mezzo al pollame di casa. L'aquila stava a capo chino e non mangiava più per il dolore: sembrava un re in catene. Poi la comperò un altro, il quale le strappò le penne mozze e, con un unguento di mirra, gliele fece ricrescere. Allora l'aquila prese il volo, afferrò con gli artigli una lepre e gliela portò in dono. Ma la volpe che la vide, ammonì: "I regali non devi farli a questo, ma piuttosto al padrone di prima: questo è già buono per natura; l'altro invece è meglio che tu lo rabbonisca, perché non ti privi delle ali se ti acchiappa di nuovo".

Sta bene ricambiare generosamente i benefattori, ma bisogna anche guardarsi prudentemente dai malvagi.

L'USIGNUOLO E LO SPARVIERO

 

Posato su un'alta quercia, un usignuolo, secondo il suo solito, cantava. Lo scorse uno sparviero a corto di cibo, gli piombò addosso e se lo portò via. Mentre stava per ucciderlo, l'usignuolo lo pregava di lasciarlo andare, dicendo che esso non bastava a riempire lo stomaco di uno sparviero: doveva rivolgersi a qualche uccello più grosso, se aveva bisogno di mangiare. Ma l'altro lo interruppe, dicendo: "Bello sciocco sarei, se lasciassi andare il pasto che ho qui pronto tra le mani, per correr dietro a quello che non si vede ancora! ".

Così, anche tra gli uomini, stolti sono coloro che, nella speranza di beni maggiori, si lasciano sfuggire quello che hanno in mano.

L'USIGNUOLO E LA RONDINE

 

La rondine consigliava all'usignolo a nidificare, come lei, sotto il tetto degli uomini e a condividere la loro dimora. Ma quello rispose: "Non desidero ravvivare la memoria delle mie antiche sventure; per questo vivo nei luoghi solitari.

Chi è stato colpito da una sventura cerca di sfuggire persino il luogo dove questa gli accadde.

IL DEBITORE ATENIESE

 

Ad Atene, un debitore, a cui era stato ingiunto dal creditore di pagare il suo debito, sulle prime lo pregò di concedergli una dilazione, dichiarando che si trovava in cattive acque. Non riuscì però a convincerlo; e allora gli portò una scrofa, l'unica che possedeva, e, in sua presenza, la mise in vendita. Gli si avvicinò un compratore, chiedendo se quella era una scrofa che figliava, e lui l'assicurò che non solo figliava, ma presentava anche una particolarità straordinaria: alla stagione dei Misteri figliava femmine, e per le Panatenee, maschi. A questo discorso, l'ascoltatore rimase a bocca aperta. Ma il creditore soggiunse: " E perché ti meravigli? Questa è una scrofa che, per le Dionisiache, ti figlia anche dei Capretti"

Questa favola ci mostra come molti, per il proprio interesse, giurino senza esitare le più inverosimili falsità.

IL MORO

 

Un tale comperò uno schiavo moro, pensando che il suo colore fosse dovuto all'incuria del precedente proprietario. Condottolo a casa, provò su di lui tutti i detersivi e tentò di sbiancarlo con lavacri di ogni sorta. Ma non riuscì a cambiargli il colore; anzi, con tutti i suoi sforzi lo fece ammalare.

Questa favola ci mostra come le qualità naturali si conservino quali si sono manifestate originariamente.

IL PESCATORE CHE BATTEVA L'ACQUA

 

Un pescatore pescava in un fiume. Dopo aver teso le reti e sbarrato la corrente dall'una all'altra riva, batteva l'acqua con una pietra legata a una funicella, perché i pesci, fuggendo all'impazzata, andassero ad impigliarsi tra le maglie. Vedendolo intento a quest'operazione, uno degli abitanti del luogo si mise a rimproverarlo perché insudiciava il fiume e rendeva loro impossibile di bere un po' d'acqua limpida. E quello rispose: "Ma se non intorbido così l'acqua, a me non resta che morir di fame".

Così anche negli Stati, per i demagoghi gli affari vanno bene specialmente quando essi son riusciti a seminare il disordine nel loro paese.

L'ALCIONE

 

L'alcione è un uccello amante della solitudine, che vive sempre sul mare e fa, dicono, il suo nido sugli scogli vicini alla costa, per sfuggire alla caccia degli uomini. Un giorno un alcione che stava per deporre le uova, posandosi su di un promontorio, scorse una roccia a picco sul mare, e andò a farci il nido. Ma una volta, mentre esso era fuori in cerca di cibo, accadde che il mare, gonfiato dal soffio impetuoso del vento, si sollevò fino all'altezza del nido e lo inondò, affogando i piccoli. Quando, al suo ritorno l'alcione vide quel che era accaduto: "Me misero", esclamò, "per guardarmi dalle insidie della terra mi rifugiai sul mare; e il mare mi si è dimostrato ben più infido di quella.

Questo capita anche a certi uomini, che, mentre si guardano dai loro nemici, senz'avvedersene, vanno a cascare in mezzo ad amici che sono ben peggiori di quelli.

LE VOLPI SUL MEANDRO

 

Un giorno un branco di volpi si radunò sulle rive del fiume Meandro per abbeverarsi. Ma, per quanto si esortassero a vicenda, non osavano scendere, intimorite dallo scroscio della corrente. Allora una di esse venne fuori a svergognare le compagne e, irridendo alla loro pusillanimità, come colei che si credeva più brava delle altre, balzò arditamente nell'acqua. La corrente la trasportò nel mezzo. Le compagne, stando sulla riva, le gridavano: Non abbandonarci; torna indietro a farci vedere da che parte si passa per bere senza pericolo! E quella, mentre la corrente la trascinava via: "Devo portare una risposta a Mileto , diceva, e non voglio mancare. Quando torno indietro ve lo farò vedere"

Questa va a chi si caccia da solo nei guai, per far lo spavaldo.

LA VOLPE CON LA PANCIA PIENA

 

Una volpe affamata, vedendo, nel cavo di una quercia, del pane e della carne lasciativi da qualche pastore, vi entrò dentro e li mangiò. Ma quando ebbe la pancia piena, non riuscì più a venir fuori, e prese a sospirare e a gemere. Un'altra volpe che passava a caso di là, udì i suoi lamenti e le si avvicinò, chiedendogliene il motivo. Quando seppe l'accaduto: "E tu resta lì", le disse, "finché non sarai Questa favola mostra che il tempo risolve le difficoltà. ritornata com'eri quando c'entrasti: così ne uscirai facilmente .

IL SALE (H.C.Andersen)

 

In una bellissima città della Russia viveva un tempo un ricco mercante che aveva tre figlioli: Fedor, Vassilij e Ivan. I primi due erano abili e svelti negli affari, ma il minore non rivelava alcuna inclinazione per questo genere di attività, perciò il padre aveva ben poca stima di lui, e i fratelli ancor meno. Un giorno il vecchio mercante chiamò i due figli maggiori e disse:

- E' tempo che mi diate un aiuto e dimostriate che cosa sapete fare. Ho allestito per voi due navi cariche di mercanzie preziose: tappeti, pellicce. Essenza odorose, legni pregiati. Fate vela per qualche porto lontano e commerciate: vedrò, al vostro ritorno, che di voi due avrà saputo far fruttare meglio la sua ricchezza. Vi do un anno di tempo.

I due fratelli furono contentissimi e si prepararono a partire; ma il terzo, poiché non gli era stato affidato alcun incarico, incominciò a lamentarsi:

- Padre mio, perché mai non avete fatto allestire una nave anche per me?

- Perché tu non hai il bernoccolo degli affari. Sciuperesti la roba e torneresti a mani vuote.

- Forse no! Lasciatemi provare, come i miei fratelli.

Ivan tanto pregò e supplicò che finalmente il padre si decise ad affidargli una nave; ma non volendo metter in gioco mercanzie rare, convinto di non rivederle più, fece caricare la nave di pali, assi e tavole di legno di infimo valore. Così che Ivan poté partire, e il vento gli fu tanto favorevole che in tre giorni raggiunse i suoi fratelli. Veleggiarono per un po' l'uno dietro l'altro, ma a un tratto li colse una burrasca che sconvolse il mare e scatenò un vento furioso: le tre navi si dispersero, e quando ritornò il sereno, Ivan si accorse di essere rimasto solo. Senza sgomentarsi, il giovane continuò il suo viaggio, e dopo qualche tempo approdò a un'isola sconosciuta. "Chissà che non possa fare buoni affari, qui?" pensò; e scese a terra accompagnato dai marinai. Ma l'isola sembrava deserta e non si vedeva in giro né una capanna né un uomo. La spiaggia, tutta la terra e anche un'alta montagna erano ricoperte di una polvere bianca e scintillante. "Forse sbaglio, ma questo è sale" pensò Ivan. Ne raccolse un pizzico e l'assaggiò. Era sale davvero, e il giovane, assai contento pensando ai guadagni che avrebbe potuto ricavarne, ordinò:

- Gettate in acqua assi e pali e fate, invece, un carico di sale.

Così fu fatto; il bastimento riprese il mare e veleggiò per molto tempo fino a quando giunse al porto di una grande e ricca città. Sceso a terra, Ivan seppe che proprio in quel luogo viveva lo zar. Allora, dopo aver riempito un sacchetto di sale, si fece indicare il palazzo reale e chiese di essere ricevuto.

- Che cosa vuoi straniero? - gli chiese lo zar - Vedo che arrivi da lontano: hai qualcosa da mostrarmi?

- Maestà, io vendo sale - rispose Ivan - vorrei vendere a voi e a tutti gli abitanti della città.

- Sale? Non so cosa sia. Mostrami questa tua strana merce.

Subito il giovane aprì il sacchetto, ma il sovrano scoppiò a ridere:

- Questa è soltanto sabbia molto bianca! Mi dispiace per te, straniero, ma da noi questa roba non si vende: si regala! Vattene in pace e torna soltanto quando potrai mostrarmi qualcosa di meglio.

Ivan uscì dal palazzo molto deluso, e pensò "Aveva ragione mio padre: ho fatto soltanto un cattivo affare! Tuttavia voglio entrare nelle cucine reali per vedere che specie di sale mettono nelle vivande". Si presentò al capocuoco e chiese di potersi sedere accanto al fuoco per riscaldarsi e riposare.

- Entra, fratello, e riposati quanto vuoi - rispose il capocuoco, e Ivan, dalla sua panca, poté osservare il personale di cucina che preparava le pietanze dello zar.

Chi manipolava la pasta, chi rimestava, chi puliva i pesci, che faceva rosolare l'arrosto: cuochi e cuoche aggiungevano nelle vivande erbe aromatiche e spezie di ogni genere: ma di sale neanche l'ombra. Quando il pranzo fu pronto, tutti uscirono per imbandire la mensa, e Ivan, rimasto solo, aperse il suo sacchetto e gettò rapidamente un pizzico di sale nelle pentole e nei tegami. Poi sgattaiolò fuori e tornò alla sua nave. Quel giorno, a tavola, lo zar ebbe una serie di sorprese: la minestra era squisita, il pesce aveva un sapore delicato e persino il dolce era più buono del solito. Allora chiamò i cuochi.

- E' la prima volta che assaggio cibi così gustosi! Come li avete cucinati?

- Come il solito, maestà - risposero i cuochi - Non riusciamo a capire neppure noi perché oggi il pranzo sia uscito così bene.

- Però - esclamò ad un tratto il capocuoco - in cucina c'era uno straniero, che, adesso, è tornato alla sua nave. Forse egli ne sa qualcosa.

- Venga subito alla mia presenza - comandò lo zar; e non appena Ivan si presentò, gli chiese con voce irata: - Che cosa hai aggiunto nelle mie vivande?

Ivan si gettò in ginocchio: - Perdonatemi, maestà: ho nei cibi un pizzico di sale. Dalle nostre parti si usa così.

- E' meraviglioso! - esclamò lo zar - Comprerò io, tutto il tuo sale. Quanto chiedi?

- Poco: per ogni misura di sale, voglio una misura d'oro e una misura d'argento.

- E' un prezzo conveniente. Fa scaricare la nave mentre io preparerò il compenso.

Così fu fatto. Per scaricare il sale occorsero tre giorni, e altrettanti per caricare l'oro e l'argento. La stiva fu tanto piena che non ne sarebbe entrato un grammo di più. Il giovane Ivan era già pronto a spiegare le vele, quando al porto giunse la figlia dello zar accompagnata dalle damigelle.

- Straniero, non ho mai visitato una nave - disse la fanciulla - posso veder questa?

Ivan fu ben contento di fare da guida alla bella principessa, ma mentre la conduceva sul ponte, il cielo si oscurò e sul mare scoppiò una violenta burrasca. Trascinata dal vento, la nave ruppe gli ormeggi e fu spinta a tale distanza che quando ritornò il sereno, la terra non si vedeva più. La principessa si mise a piangere, e Ivan cercò di consolarla:

- E' il destino che vuole così: ti farò conoscere il mio paese, e se vorrai ci sposeremo.

Ivan era un bel giovane: la principessa sorrise. Il viaggio continuò allegramente, e dopo molti giorni furono avvistate altre due navi. Erano i fratelli di Ivan che facevano ritorno in patria. Ivan li salutò con gioia, e ingenuo e semplice com'era, presentò loro la bella principessa mostrò le sue ricchezze, convinto che i fratelli ne avrebbero gioito con lui. Ma i fratelli invece divennero verdi per l'invidia e il dispetto e guardarono il giovane con occhi cattivi: poi presero a confabulare tra loro. Quella notte, mentre Ivan dormiva, Vassilij e Fedor lo afferrarono e lo gettarono in mare. Poi comandarono minacciosamente la principessa di non fiatare e ripresero il viaggio verso casa. Intanto Ivan, toccato il fondo marino, era svenuto. Quando riaperse gli occhi si trovò seduto sopra uno scoglio, vicino a un gigante che toccava il fondo del mare con i piedi, e usciva dall'acqua fino ai gomiti.

- Ti ho salvato io - spiegò il giovane che aveva i baffi lunghi due metri - e se vuoi sapere anche il resto, ti dirò che la tua principessa sposerà Fedor, mentre Vassilij si prenderà le tue ricchezze.

- ti prego - implorò Ivan - fammi ritornare a casa! Aiutami!

- Avrei voluto tenerti con me - borbottò il gigante - ma non sarebbe stato giusto. Perciò ti accompagnerò a casa, ma, prima di lasciarti andare vorrei che tu rispondessi a questa domanda: qual è la cosa più preziosa che ci sia in terra e in mare?

- Il sale - rispose Ivan.

Allora il gigante si mise il giovane sulle spalle, e lo trasportò fino alla soglia di casa: poi scomparve. Ivan fece per entrare quando udì suo padre che diceva:

- Siete stati molto bravi, figli miei! Ma dove sarà finito Ivan?

- Nella taverna di qualche porto - risero i fratelli.

In quel momento Ivan spalancò la porta. La principessa lo vide e gli corse incontro, buttandogli le braccia al collo. Il padre guardò i figli maggiori e chiese tutto sorpreso:

- Che cosa significa questo?

Ma i figli non diedero spiegazioni: balzarono fuori dall'uscio e corsero fino alle navi, spiegarono le vele e si allontanarono al più presto. Ivan e la bella principessa si sposarono e vissero felici per moltissimi anni.

LA PICCOLA FIAMMIFERAIA (H.C.Andersen)

 

Era l'ultimo giorno dell'anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell'acqua, l'altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l'ultimo giorno dell'anno e lei non pensava ad altro! Si sedette in un angolo, fra due case. Il freddo l'assaliva sempre più. Non osava ritornarsene a casa senza un soldo, perché il padre l'avrebbe picchiata. Per riscaldarsi le dita congelate, prese un fiammifero dalla scatola e crac! Lo strofinò contro il muro. Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco... ma la fiamma si spense e la stufa scomparve. La bambina accese un secondo fiammifero: questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un'oca arrosto le strizzò l'occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani... ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero. Giunse così la notte. "Ancora uno!" disse la bambina. Crac! Appena acceso, s'immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l'anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli... il fiammifero si spense... le fiammelle sembrarono salire in cielo... ma in realtà erano le stelle. Una di loro cadde, tracciando una lunga scia nella notte. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta. La vecchia nonna le aveva detto spesso: Quando cade una stella, c' è un'anima che sale in cielo". La bambina prese un'altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. Le sorrise con dolcezza.

- Nonna! - gridò la bambina tendendole le braccia, - portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l'oca arrostita e il bell'albero di Natale.

La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un'altra scatoletta, uno dopo l'altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. I fiammiferi diffusero una luce più intensa di quella del giorno:

"Vieni!" disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell'anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto!

 

LA PASTORELLA E LO SPAZZACAMINO (H.C.ANDERSEN)

 

L'armadio che si trovava nel salotto era antichissimo e molto bello. Tutto scolpito in rilievo, con foglioline e arabeschi, aveva una cornice di rose e di tulipani. Nel centro invece, c'era la figura di un uomo dall'aspetto stranissimo: aveva le gambe di capra, una testa sormontata da due piccole corna e un viso aguzzo e sogghignante, con una barbetta a punta: I bambini lo avevano soprannominato " Il Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone ", titolo forse un po' lungo, ma del quale poche persone sono state insignite fino a oggi. Sulla mensola che sosteneva il grande specchio abitava da tanto tempo una pastorella di porcellana, graziosissima; aveva le trecce bionde arrotolate sulle orecchie, portava le scarpette verdi, una gonna ornata di un nastro azzurro e sosteneva sulle spalle una graziosa gerla. Vicino a lei c'era uno spazzacamino pure di porcellana. Sorreggeva con grazia la scala sotto il braccio e il suo visetto era bianco e roseo come un fiore, cosa stranissima, perché, come spazzacamino, gli sarebbe forse stata bene un po' di fuliggine. La pastorella e lo spazzacamino erano là da tanto tempo, perciò avevano incominciato a volersi bene e infine si erano fidanzati. Tutti e due erano giovani e belli, tutti e due di porcellana, tutti e due fragili e leggeri. Poco lontano da loro c'era un'altra statuetta, tre volte più grande: rappresentava un vecchio cinese e poteva dir di sì e di no tentennando la testa. Affermava di essere il nonno della pastorella, forse perché era di porcellana anche lui; ma la pastorella non ci credeva. Tuttavia il cinese dichiarava di avere autorità sopra di lei e quando il Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone gli domandò la mano della fanciulla, dondolò la testa affermativamente.

- Che marito avrai! - disse con entusiasmo alla presunta nipotina. - Che marito! Credo persino che sia di mogano, e tu sarai chiamata la Signora Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone. E' anche molto ricco, perché ha tutto l'armadio pieno di argenteria, senza contare ciò che tiene nascosto nei cassetti segreti...

- Ma io non entrerò mai in quell'armadio buio - protestò la pastorella. - Ho sentito dire che vi sono già chiuse dentro undici statuette di porcellana.

- Ebbene, tu sarai la dodicesima - concluse il cinese. - Questa notte, quando tutti i mobili si sveglieranno e incominceranno a scricchiolare, sarà celebrato il matrimonio.

Detto questo, fece ancora di si con la testa, poi si addormentò. La pastorella incominciò a piangere, guardando lo spazzacamino.

- Non voglio sposare quell'uomo dai piedi di capra - singhiozzò. - Dobbiamo scappare di qui. Aiutami, ti prego.

- Farò tutto ciò che vorrai - rispose il piccolo spazzacamino. -Fuggiamo di qui. Io guadagnerò la vita anche per te, col mio mestiere di spazzacamino.

- Perché si riesca a scendere dalla mensola - osservò la pastorella preoccupata.

Lo spazzacamino la rassicurò e andò per primo, mostrandole dove bisognava posare i piedi, sugli angoli intagliati e sulle foglie in rilievo. L'aiutò anche con la scala e in poco tempo raggiunsero il pavimento. Ma quando si volsero verso l'armadio, videro che l'allarme era già stato dato. Il Gran Generale Comandante in Capo gamba di Caprone fece addirittura un salto, gridando al vecchio cinese:

- Ecco li che sfuggano! Fuggono!

La pastorella e lo spazzacamino ebbero una gran paura e , lesti lesti, si nascosero nel cassetto di un piccolo mobile. In quel cassetto c'erano alcuni mazzi di carte incompleti e anche un piccolo teatro di cartone per burattini. In quel momento vi si stava rappresentando una commedia e tutte le dame di quadri, di cuori, di fiori e di picche erano sedute nei primi posti e si facevano vento con dei tulipani. I fanti stavano dietro e avevano una testa in alto e una in basso, come nelle carte da gioco. La commedia rappresentata narrava la storia di due giovani che si volevano bene e non riuscivano a sposarsi, e la pastorella pianse molto perché quella storia assomigliava alla sua. A un certo punto esclamò:

- Mi fa troppo soffrire. Io debbo uscire dal cassetto.

Lo spazzacamino l'accompagno subito fuori, ma quando misero piede sul pavimento e guardarono la mensola, videro che il vecchio cinese si agitava violentemente.

- Di sicuro viene a riprenderci - gridò la pastorella spaventata e, per la paura, cadde sulle ginocchia di porcellana.

- Ho un'idea - suggerì lo spazzacamino. - Andiamo a nasconderci in quell'anfora che sta nell'angolo. E' piena di fiori, ma noi ci acquatteremo fra le rose e la lavanda e se il cinese verrà,gli getteremo l'acqua negli occhi.

- No, sarebbe inutile - disse la pastorella .- So che il cinese e l'anfora sono stati fidanzati molto tempo fa, ma sono rimasti sempre buoni amici. Non ci rimane altra risorsa che fuggire nel vasto mondo.

- Ma tu ne hai davvero il coraggio? - chiese lo spazzacamino. - Hai pensato che il mondo è tanto grande e che noi potremmo anche non tornare mai più?

- Ho pensato a tutto.

Lo spazzacamino la guardò a lungo, poi disse:

- Secondo me, la strada migliore è la cappa del camino. Ti senti di scivolare con me nella stufa e di arrampicarti lungo i tubi? Soltanto per questa via potremo giungere al comignolo. Lassù mi sentirò a mio agio, ma prima bisogna salire in alto in alto e arrivare a un buco attraverso il quale usciremo nel mondo.

La pastorella accennò di si, e allora il fidanzato la condusse allo sportello della stufa e lo aperse.

- Dio mio, com'e' buoi! - eclamò lei.

Ma si fece coraggio ed entrò con lui nella stufa. Pian piano risalirono i tubi e giunsero proprio nella cappa del camino.

- Il peggio è passato e tra poco saremo fuori - disse lo spazzacamino. - Guarda in alto che magnifica stella!

C'era infatti nel cielo una stella che sembrava indicare la strada ai due fuggitivi: scintillava proprio sulle loro teste; ed essi continuarono ad arrampicarsi coraggiosamente. Era una strada ripida, nera, interminabile; ma lo spazzacamino sosteneva la pastorella e le indicava i punti migliori dove mettere i piedini di porcellana. Così finalmente arrivarono all'orlo del camino e sedettero proprio sul comignolo per riposarsi un po'. Erano davvero molto stanchi. Sopra di loro si stendeva il cielo pieno di stelle e ,sotto, i tetti innumerevoli della grande città. Essi guardarono giù, guardarono intorno, tutto il vasto mondo. Come era grande!. La povera pastorella non lo aveva immaginato così!. Ebbe paura: posò la fronte sulla spalla del compagno e incominciò a piangere. Lo spazzacamino tentò invano di farle coraggio.

- E' troppo! - singhiozzava. - E' troppo grande! E' più grande di quando io possa sopportare. Oh, se fossimo ancora sulla mensola vicina allo specchio! Ti prego, riaccompagnami là! Non sarò contenta finché non ci sarò ritornata. Io ti ho seguito nel vasto mondo, ma adesso devi ricondurmi a casa, se mi vuoi bene.

Lo spazzacamino cercò di calmarla e di farla ragionare; le ricordò il vecchio cinese e il Gran Generale in Capo Gamba di Caprone; ma lei continuava a piangere disperatamente e non resto altro rimedio che accontentarla. Rientrati nella cappa del camino, incominciarono a scender con gran fatica, poi si ritrovarono di nuovo nei tubi oscuri. Non era di certo un viaggio di piacere!. Infine giunsero nella stufa e si fermarono ad ascoltare dietro lo sportello, per capire che cosa succedeva nella stanza; ma non udirono alcun rumore. Allora cautamente sporsero la testa e guardarono. Ahimè, il vecchio cinese giaceva sul pavimento, rotto in tre pezzi: nel tentativo di inseguirli era caduto dalla mensola. Il busto si trovava distaccato dal resto del corpo, la testa era rotolata in un angolo. Il Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone conservava, invece, l'atteggiamento consueto.

- E' terribile! - disse la pastorella. - Il vecchio nonno si è rotto e la colpa è nostra! Oh, non riuscirò mai a sopravvivere a questa disgrazia! - E ricominciò a piangere.

- Si potrà aggiustarlo - la consolò lo spazzacamino. - Si, certamente è possibile. Non disperarti, via: se gli riattacchiamo il busto alla gambe e gli metteremo un buon sostegno nel collo, ritornerà come se fosse nuovo...e potrà dirci ancora una quantità di cose sgradevoli.

- Lo credi? - domandò la pastorella un po' rasserenata.

Così dicendo pian piano uscirono dalla stufa e si arrampicarono di nuovo sulla mensola, vicino al grande specchio.

- Ecco a che punto siamo - commentò lo spazzacamino. -Quanta fatica per nulla!

- Oh, se soltanto il vecchio nonno fosse riappiccicato! - disse la pastorella.

Il vecchio nonno, infatti, venne rimesso insieme con po' di colla. Gli fu applicato un sostegno per tener ferma la testa e ritornò come nuovo; ma non poteva più dire di sì o di no .

- Uh, come fate il sostenuto, da quando vi siete rotto - Gli disse il Gran Comandante in Capo Gamba di Caprone. - Allora, volete darmi in moglie vostra nipote si o no?

Lo spazzacamino e la pastorella guardavano ansiosamente il vecchio cinese, ma egli non poteva più piegare il collo e si sarebbe vergognato di confessare che aveva dentro un sostegno. Ma grazie appunto a questo, le due statuine di porcellana poterono mettersi il cuore in pace e vivere tranquille insieme, fino al giorno fatale in cui anch'esse si ruppero.

 

POLLICINA (H.C.ANDERSEN)

 

Molto tempo fa viveva una donna che desiderava moltissimo avere un bambino. Disperando ormai di poterlo avere, si recò a trovare una vecchia strega molto conosciuta.

- Vorrei avere un bambino; dimmi come posso fare.

- Niente di più facile, - replicò la maga. - Ecco questo granello d'orzo: non appartiene ad una specie comune di cui si cibano gli uccelli. Piantalo in un vaso di fiori e vedrai...

- Grazie - disse la visitatrice.

Pagò la strega con dodici monete e poi ritornò a casa dove, piena di speranza, piantò il granello d'orzo.

Ben presto spunto dalla terra un grande fiore simile al tulipano, ma con i petali chiusi intorno al pistillo. All'improvviso risuonò un leggero scoppio; i petali rossi e gialli si aprirono mostrando all'interno una piccolissima bambina delicata e graziosa. Alta come una pulce, graziosa come la principessa di una favola, la bambina fu chiamata Pollicina. Il suo lettino era un guscio di noce colorato; il materasso era di foglie di violette; la coperta un petalo di rosa. Di giorno la bambina giocava sulla tavola dove c'era un bicchiere colmo d'acqua. Pollicina si sedeva sul bordo di una foglia del tulipano, poi aiutandosi con due crini bianchi di cavallo usati come remi, si spingeva da una parte all' altra del recipiente. Offriva così uno spettacolo affascinante mentre cantava con voce pura e melodiosa. Con grande gioia della sua mamma adottiva, che l'adorava, alla bambina piaceva molto cantare! Ahimè! Una notte, mentre dormiva, un brutto rospo saltò nella stanza. Enorme ed appiccicoso, vide Pollicina che dormiva sotto il petalo di rosa.

- Che graziosa bambina ho trovato, adatta a mio figlio, - disse il rospo.

Impadronendosi del guscio di noce, scappò dalla finestra. In fondo al giardino c'era uno stagno. Il rospo abitava là con il suo brutto e sporco figlio.

- Crac! Crac! - gracidò il figlio vedendo la fidanzata che il padre gli aveva scelto.

- Sss! Svegliala dolcemente, - gli consigliò il vecchio rospo. - Agile com'è, ci potrebbe scappare facilmente. Mettiamola su quella grande foglia di lappola in mezzo al vicino ruscello. Sarà come su un isola e non potrà più scapparci. Nel frattempo prepareremo, in mezzo allo stagno, una grande camera che diventerà il vostro alloggio.

E così fecero. Quando il mattino seguente la sfortunata bambina si risvegliò, scoppiò in singhiozzi non trovando via di fuga. Le onde provocate dai due rospi agitarono pericolosamente il guscio di noce e il più vecchio di loro, inchinandosi profondamente davanti a Pollicina, le disse:

- Ecco mio figlio, il tuo futuro sposo; abiterai con lui sul fondo dello stagno. Adesso ti metteremo con il tuo ridicolo guscio di noce, indegno della sposa di un rospo, su quella bellissima foglia verde.

Rimasta sola, la bambina scoppiò in pianto, pensando al suo triste futuro. I pesciolini che avevano sentito le parole del vecchio rospo accorsero intorno alla bambina.

- Questo matrimonio è inaudito! - esclamarono. Tagliando il gambo della foglia la liberarono e, portata dalla corrente, Pollicina si allontanò dal suo brutto fidanzato. Mentre passava davanti agli alberi che ornavano le rive, la bambina sentiva cantare gli uccelli:

"Ah! che divertimento. Buon viaggio, ragazzina!"

Cammin facendo, un'incantevole farfalla tutta bianca incominciò a volteggiare intorno al fragile scafo. Pollicina fece un nodo scorsoio con la sua cintura attaccandone un' estremità alla foglia. L'altra la legò alla vita della farfalla. Quest'ultima, riprendendo il volo, trascinò rapidamente la barca e la sua felice passeggera. L'acqua dorata scintillava sotto il sole, mentre Pollicina canticchiava. All'improvviso un grosso maggiolino si gettò sulla bambina e, bruscamente, la prese con le zampe, poi si alzò in volo, mentre la foglia continuava la sua rotta, tenendo prigioniera la farfalla legata al suo gambo. Che spavento per la bambina, e che dispiacere per la farfalla in pericolo. Sarebbe morta di fame prigioniera della foglia?

Il maggiolino dopo aver posato Pollicina su di un ramo di quercia le fece mille complimenti e le servì per cena polline d'acacia.

- Puah! Com'è brutta senza ali e senza antenne! Abbandonala!

Così dichiarò la tribù dei maggiolini, riunita intorno alla nuova venuta. Contrariato per lo sdegno che manifestava la sua famiglia, il grosso insetto prese Pollicina e con sgarbo la depose ai piedi dell'albero. Per alcune settimane la bambina visse felicemente, nutrendosi del succo dei fiori e dissetandosi con quello delle rose. Ahimè! ben presto arrivò il vento e dopo le fredde piogge cadde anche la neve sulla spoglia foresta. Poiché stava per morire di fame e di freddo, Pollicina si arrischiò ad entrare in un grande campo di grano gelato. Un topo di campagna vi aveva fabbricato la sua casa. Sottoterra aveva arredato una confortevole cucina, seguita da un salone e da una cantina piena di grano. Il bravo topo, impietosito dall'infelicità della bambina, le offrì un grano d'orzo, poi le rispose:

- Se mi racconterai belle favole e mi curerai la casa, ti concederò di trascorrere l'inverno qui con me al caldo.

Pollicina accettò riconoscente. Poco tempo dopo andarono a visitare il signor Talpa, grande amico e vicino di casa. In seguito Pollicina trovò, in fondo alla sua stanza, una rondinella che stava morendo. La bambina, che adorava gli uccelli e soffriva di vivere quasi al buio, si affrettò a riscaldarla. Riuscì a rianimarla e durante tutto l'inverno, all'insaputa dei suoi due amici, le portava cibo ogni notte. In effetti la talpa confessava spesso di detestare gli uccelli, perché troppo imprevidenti: in estate cantavano "cip! cip!" e in inverno morivano. I due roditori ritenevano una maledizione nascere uccelli, obbligati a vivere nell'aria. Quando arrivò la primavera la rondinella si accomiatò dalla bambina:

- Vuoi salire sulle mie spalle e raggiungere la foresta, buona Pollicina? Questi luoghi sotterranei sono così tristi!

Ma la bambina rifiutò sapendo che il topo le si era affezionato. Maledizione! Dopo qualche tempo il signor Talpa la domanda in moglie e il topo, felicissimo le fece il corredo. Durante i lunghi mesi estivi in cui la natura era lussureggiante, Pollicina, con tristezza, tagliò, cucì e orlò sotto lo sguardo paterno e vigilante del topo. Il grano, divenuto alto, formava sull'entrata del sotterraneo una foresta impenetrabile per la minuscola bambina, diventata così doppiamente prigioniera. Come sospirava, la poveretta! Il signor Talpa, pretenzioso, miope e panciuto, non le era mai stato simpatico. L'idea di passare tutta la vita in una galleria scura e soffocante la rattristava. Una bella sera, Pollicina, si avvicinò all'uscita della tana del topo. Senti sopra di sé una voce: "Cip! Cip!". Due ali nere tagliarono l'aria fresca di quella bella serata d'autunno, mentre la rondinella amica si posò vicino alla bambina meravigliata,

- Parto verso i paesi caldi, - Disse l'uccello. - Vieni con me, piccola cara, dove il sole risplende: l'estate è eterna e i numerosi fiori profumano l'aria leggera!

- Accetto con gioia, - Disse Pollicina.

Saltò sul dorso dell'uccello e attaccò la sua cintura al collo della rondinella che rapidamente prese i volo, abbandonando per sempre quel triste luogo sotterraneo! Nel cielo, a quella altezza, faceva troppo freddo e l'aria pungente le arrossì la punta del naso; con il corpicino minuscolo, si rifugiò fra le calde piume. Ma si guardò bene dal riparare il visino per poter ammirare l'incantevole spettacolo della terra vista da quella altezza: i ghiacciai rosati dal sole, il susseguirsi di verdi foreste e le sinuosità di luoghi e calmi fiumi! Le due amiche si fermavano ogni notte per ristorarsi e riposarsi e la rondinella si preoccupava di sistemare Pollicina in alti nidi per proteggerla da animali malvagi. Dopo alcune settimane arrivarono nei paesi caldi, là dove la vite cresce in tutti i fossati e i frutteti di aranci e limoni si stendono a perdita d'occhio. Lungo le strade polverose i bambini giocavano con grosse farfalle variopinte. La meta del loro viaggio era un chiaro lago, in cui si specchiava un antico castello di marmo. Colonne slanciate si ergevano nel parco che discendeva dolcemente verso il lago. La rondinella depose a terra Pollicina.

- Piccola amica, siamo arrivati alla fine del nostro viaggio. Il mio nido è deposto sopra un'alta colonna e sarebbe troppo pericoloso per te. Scegli tu stessa un fiore e io ti ci porterò.

Pollicina scelse un grande giglio dall'alto calice immacolato. Quando l'uccello se ne andò, dopo un ultimo saluto, Pollicina rimase stupefatta nel vedere sul pistillo del fiore un omino tutto bianco, trasparente come il vetro. Aveva sulla testa una corona d0oro e due paia d'ali di madreperla sulle spalle. Era il genio dei gigli, il re di ogni minuscola coppia che viveva in quei fiori. Quando annunciarono il loro matrimonio, Pollicina ricevette in regalo un paio d'ali trasparenti, mentre coppie lillipuziane, danzando su tutti i fiori dei dintorni, le rendevano omaggio, e la offrivano altri regali.

- Adesso ti chiamerai Maia, - Le disse il genio - un nome degno della tua bellezza. Ascolta! Sento un uccello che sta cantando per noi.

- Addio, - disse la rondinella - andrò a raccontare la tua storia a tutti i bravi ragazzi del mondo. Cip! Cip! Regina Maia.

 

LA SETTIMANA DI UN PICCOLO ELFO (H.C.ANDERSEN)

 

Nessuno al mondo sa raccontare tante storie come Serralocchi. E come le racconta bene!. Verso sera, quando i bambini sono seduti tranquillamente a tavola o sulla loro seggiolina, Serralocchi arriva. Non lo si ode salire la scala, perché ha le pantofole di velluto; apre adagio, adagio la porta e, appena entrato, butta del latte negli occhi dei bambini con molta delicatezza e nello stesso tempo in tale quantità ch'essi non possano vederlo. Scivola dietro a loro, soffia loro nel collo, cosa che rende la testa pesante...si, ma questo non fa male. Il piccolo Serralocchi non ha cattive intenzioni, vuole soltanto che i bambini siano buoni, e i bambini lo sono soltanto quando dormono. Vuole che siamo buoni e tranquilli per poter raccontare le sue storie che sono sempre molto belle e divertenti. Quante ne conosce!. Appena i bambini sono addormentati, Serralocchi siede sul loro lettino. E' molto ben vestito: indossa un abitino di seta di un colore indefinibile, a riflessi verdi, rossi, blu, secondo da che lato lo si guarda. Sotto ogni braccio ha un parapioggia:uno ornato di belle figure, lo apre sulla testa dei bambini buoni, e allora essi sognano tutta la notte bellissime storie; l'altro, lo apre sulla testa dei bambini cattivi, e così essi non sognano nulla. Serralocchi, per una settimana, andò tutte le sere a trovare un bambino che si chiamava Ialmar; ed ecco le storie che gli raccontò: sette come i giorni della settimana. Se volete potete ascoltarle anche voi e...buon divertimento.

Lunedì.

- Ascolta, - disse Serralocchi la sera, dopo che Ialmar fu coricato - incomincia il mio compito.

In quel momento i fiori nei vasi divennero alberi e distesero i loro rami fin sul tappeto e sulle pareti, in modo che la camera sembrò un boschetto. Tutti i rami erano coperti di fiori, e ogni fiore era più bello di una rosa ed esaltava un profumo squisito. Vi erano anche frutti che brillavano come l'oro, e dolci ripieni d'uva. Tutto era meraviglioso, di una bellezza incomparabile. Ma improvvisamente, dal cassetto dove Ialmar teneva i suoi libri, uscirono grandi lamenti.

- Che cosa succede?- domandò Serralocchi.

Corse al tavolo e aprì il cassetto: qualche cosa si moveva disperatamente sull' ardesia di una lavagnetta: era un numero sbagliato nell'operazione. Il gessetto si staccò dallo spago che lo teneva legato come un cagnolino, e cercò di correggere l'operazione, ma non vi riuscì. Nello stesso tempo, anche dai quaderni di Ialmar si levarono dei lamenti. Era terribile! Dall'alto in basso, su ogni pagina, vi erano grandi lettere che erano servite da modello; vicino ad esse le lettere scritte da Ialmar erano coricate, come se le avessero fatte cadere dalla riga su cui dovevano star ritte.

- Su, - dicevano le lettere modello - state diritte, un po' di dignità!

- Lo vorremmo ben volentieri, - rispondevano le lettere di Ialmar - ma non possiamo, siamo ammalate. - In questo caso vi daremo una medicina.

- Oh, no! - gridarono le lettere rialzandosi così vivacemente che erano deliziose a vedersi.

- Ora non ho tempo di raccontare storie - disse Serralocchi. - Devo fare gli esercizi di ginnastica a queste poverette. Uno, due! Uno, due!

E fece fare tanta ginnastica alle lettere ch'esse finirono con il prendere una posizione eretta e graziosa come quella delle lettere modello.

- Finalmente! - gridò Ialmar felice.

Allora Serralocchi se ne andò; quando all'indomani Ialmar si svegliò, andò subito a guardarle, ma con grande disappunto le trovò ammalate come prima. Martedì.

Appena Ialmar fu a letto, Serralocchi toccò con la sua bacchetta incantata i mobili della camera, che incominciarono subito a chiacchierare. Sopra il cassettone era appeso un grande quadro in cornice dorata, che rappresentava un paesaggio. Vi si vedevano vecchi alberi enormi, fiori tra l'erba e un largo fiume che, girando intorno alla foresta, passava davanti a diversi castelli e andava poi a sfociare nel mare agitato. Serralocchi toccò il quadro con la sua bacchetta magica, e improvvisamente gli uccelli presero a cantare, i rami si mossero e le nuvole si misero a correre. Allora Serralocchi alzò il piccolo Ialmar fino al quadro e lo posò in mezzo all'erba alta. Egli corse verso l'acqua e sedette su una barchetta dipinta di rosso e di bianco. Le vele brillavano come l'argento, e una mezza dozzina di cigni, con collane d'oro intorno al collo e una stella azzurra sulla testa, trascinarono la barca davanti alla verde foresta, dove gli alberi raccontavano storie di briganti e i fiori ripetevano le avventure degli elfi e le belle parole che avevano udite dalle farfalle. Bellissimi pesci coperti di scaglie d'oro e d'argento seguivano la barca: di quando in quando facevano rapidi guizzi e l'acqua cantava intorno a loro. Le zanzare danzavano, i maggiolini ronzavano, tutti volevano accompagnare Ialmar e tutti avevamo delle favole da raccontagli.

Era proprio una bella gita!.Qua e là si vedevano castelli di vetro e di marmo, le principesse si curvavano ai balconi: erano tutte ragazzine che Ialmar conosceva e con le quali aveva spesso giocato. Ognuna porgeva al viaggiatore un biscotto a forma di cuore. Ialmar afferrò l'angolo di un cuore, ma la principessa lo teneva così stretto che il biscotto si spezzò, e ne ebbero ognuno un pezzetto, la principessa il più piccolo, Ialmar il più grosso. A un tratto il bambino passò dalla città in cui abitava la balia che lo aveva tanto amato; ella lo riconobbe, e gli cantò dei versi composti da lei stessa. Ascoltandola, i fiori si dondolavano sul loro esile stelo, i vecchi alberi chinavano la testa, proprio come se il piccolo elfo Serralocchi raccontasse le sue belle storie. Mercoledì.

Come pioveva! Ialmar udiva la pioggia cadere mentre dormiva. Serralocchi aprì la finestra: fuori tutto era diventato un grande lago, e vicino alla casa era ancorato un bastimento.

- Vuoi venire con me, piccolo Ialmar? - disse Serralocchi. - Potrai arrivare questa notte stessa in paesi stranieri!

A un tratto Ialmar, con il suo vestito della domenica, si trovò sul bastimento; il tempo si rimise al bello, ed essi attraversarono il grande lago. Navigarono a lungo, finché ebbero perso di vista la terra. Improvvisamente scorsero uno stormo di cicogne che lasciavano anch'esse le loro case per andare nei paesi caldi. Ve n'era una così stanca che le ali non la reggevano più, era l'ultima della fila. Improvvisamente si abbassò con le ali aperte, sfiorò i cordami del bastimento, scivolò lungo le vele e cadde sul ponte. Un mozzo la prese e la mise nel pollaio. La povera cicogna era molto imbarazzata fra quegli animali.

- Com'è grossa! - esclamarono le galline.

Il gallo si gonfiò più che poté e le chiese chi fosse. Le anatre indietreggiarono di qualche passo dicendo con superbia: - Che roba è questa?

Allora la cicogna disse chi era e parlò dei suoi lunghi viaggi: raccontò dell'Africa ardente, delle piramidi, dello struzzo che, simile a un cavallo selvaggio, corre nel deserto infuocato. Ma le anatre non capirono e si fecero ancora più altezzose.

- Siamo tutti d'accordo nel pensare che è stupida - sentenziarono.

Allora la cicogna tacque e pensò solo alla sua Africa.

- Che zampe! - osservò un tacchino. - Quando le hai pagate al metro?

- Kuan, kuan, kra, kra- fecero le anatre minacciose, ma la cicogna sembrava non accorgersene.

- Perché non ridi con noi?- continuò il tacchino. - La mia domanda non ti sembra spiritosa? Forse è troppo intelligente per te. Come sei ottusa!

Detto questo fece glu, glu, glu, e le anitre fecero kuan, kuan. Come si divertivano! Ma Ialmar andò verso il pollaio, aprì la porta e chiamò la cicogna, che saltò verso di lui per ringraziarlo. Poi aprì le ali e volò verso i paesi caldi. Le galline starnazzarono, e la cresta del gallo si fece rossa come il fuoco.

- Domani faremo un buon pasto, con voi! - disse allora Ialmar, e si svegliò.

Che strano viaggio gli aveva fatto fare quella notte il piccolo elfo Serralocchi!. Giovedì.

- Ascolta - disse Serralocchi - e non aver paura: ti voglio mostrare un sorcetto.

E gli mostrò una graziosa bestiola che aveva in mano.

- E' venuto per invitarti a un matrimonio: stanotte si sposano due sorcetti: essi abitano sotto la finestra della sala da pranzo e hanno una bellissima casa. Credo che rimarrebbero molto male se tu non accettassi il loro invito.

- Ma come potrò entrare attraverso un buco tanto piccolo?

- Lascia fare a me, ti renderò così sottile che ci passerai - rispose Serralocchi che sapeva il fatto suo.

Toccò Ialmar con una bacchetta incantata, e il bambino incominciò a rimpicciolire, finché fu ridotto alle dimensioni di un dito.

- Prendi ora i vestiti di uno dei tuoi soldatini di piombo: ne troverai certamente uno alto come te. E' bello indossare l'uniforme quando si va a una festa importante.

- E' vero - disse Ialmar; e presto fu vestito come il bel soldatino di piombo.

- E adesso entra nel ditale di tua mamma - intervenne il sorcetto - e io ti trascinerò.

Così, dopo aver attraversato un grande viale illuminato a giorno, arrivarono alla festa di nozze dei sorcetti.

- Non senti che buon odore? - chiese il sorcetto che lo trascinava. - tutto il viale è stato unto di lardo.

Quindi entrarono nella sala. A destra erano raggruppate tutte le signore sorrette, e chiacchieravano tra di loro, come se ognuna si divertisse a prendere in giro la vicina; a sinistra erano riuniti i sorcetti, i quali si accarezzavano i baffi con le zampine. In mezzo alla sala c'erano gli sposi: stavano in piedi su una fetta di formaggio e si guardavano felici. La sala, come il viale, era stata unta di lardo e l'odore saziava i presenti come un pranzo. La frutta consisteva in un grosso pisello verde su cui un sorcetto aveva inciso coi denti le iniziali degli sposi.La conversazione era varia e divertente. Tutti i sorci dichiararono che non si era mai vista festa di nozze più bella. Ialmar tornò a casa nel ditale. Era felice d'essere stato invitato da persone tanto distinte, anche se era stato costretto a diventare piccolo, piccolo e a rivestire la divisa di uno dei suoi soldatini di piombo. Venerdì.

- E' incredibile - disse Serralocchi - quanta gente anziana desideri vedermi! Sono soprattutto le persone cattive. " Carissimo," mi dicono quando non possono dormire " non possiamo chiudere occhio: tutta la notte sfilano davanti a noi le nostre cattive azioni, sotto forma di stregoni che ci lanciano addosso acqua bollente. Se tu venissi a scacciarli e a procurarci un buon sonno! " E aggiungono: " Ti pagheremmo bene, Serralocchi, il denaro è già contato vicino alla finestra".

Ma io non faccio nulla per denaro - concluse il piccolo elfo.

- Allora, questa notte che cosa faremo? - chiese Ialmar.

- Se ne hai voglia, andremo a un'altra festa di nozze, ma molto diversa da quella di ieri sera.Il bambolotto di tua sorella, quello che si chiama Ermanno, si deve sposare con la bambola Berta; inoltre è anche il compleanno della bambola, perciò avranno magnifici regali.

- Ah, so di che cosa si tratta - disse Ialmar. - Tutte le volte che le bambole hanno bisogno di vestiti nuovi, mia sorella dice che è il loro compleanno, oppure che devono sposarsi. E' la centesima volta che questo accade.

- Ebbene, questa sera sarà la centunesima. Guarda un po' da quella parte, ora.

Ialmar volse gli occhi verso il tavolo. La casa di cartone era tutta illuminata; fuori, i soldatini di piombo presentavano le armi. I fidanzatini stavano seduti sul pavimento tutti pensierosi ( e avevano le loro buone ragioni ). Serralocchi, vestito con l'abito nero della nonna, li sposò. Quando il matrimonio fu celebrato, i mobili della camera cantarono una bella canzone. Poi gli sposi ricevettero i regali, ma rifiutarono gentilmente i cibi, poiché il loro amore bastava a nutrirli.

- Che facciamo, adesso? Cerchiamo una casa per la villeggiatura oppure viaggiamo? - chiese lo sposo.

La bambola Berta non sapeva cosa rispondere. Allora consultarono la rondine, vecchissima viaggiatrice, e una vecchia gallina che aveva covato le uova cinque volte La rondine parlò di paesi dove l'aria è sempre mite.

- In quei paesi, però - disse la gallina - non ci sono i buoni cavoli rossi!

- Qui, però, fa sempre cattivo tempo.

- E' un clima che fa bene ai cavoli - riprese la gallina. E continuò con severità. - Colui che trova dei difetti al nostro paese non merita di abitarci.

- La gallina è ragionevole -disse la bambola Berta. - E' meglio andarci a stabilire fuori porta, passeggeremo nel giardino dei cavoli rossi.

E cosi fecero. Sabato.

- Mi racconti una favola? - chiese Ialmar, appena Serralocchi lo ebbe addormentato.

- Questa sera non ho tempo - rispose il piccolo elfo aprendo sul bambino il suo magnifico parapioggia.

- Guarda un po' questi cinesi. Ti piacerebbe essere vestito come loro?- Ialmar allungò il collo per vedere meglio.

- Si, - rispose - mi piacerebbe soprattutto quel largo cappellone di paglia!

Il parapioggia assomigliava a una grande coppa cinese coperta di alberi blu e di ponti aguzzi formicolanti di cinesi, che continuavano a farsi graziosi inchini.

- Domani è domenica, - continuò Serralocchi - e devo sbrigare parecchi lavoretti. Devo salire sul campanile per vedere se le campane sono ben pulite, perché possano dare un suono gradevole, devo andare nei campi a vedere se il vento ha tolto bene la polvere all'erba e alle foglie, e poi devo andare a prendere le stelle per lucidarle. Le metto nel mio grembiule, ma le devo contare tutte e numerare il buco nel quale sono incastrate. Se non facessi così potrei sbagliarmi nel rimetterle a posto, e allora ci sarebbero troppe stelle cadenti.

Ialmar lo guardava con gli occhini spalancati per la meraviglia.

- Sentite, caro signor Serralocchi, - disse a un tratto un vecchio, dal ritratto appeso alla parete - sono il bisnonno di Ialmar; vi ringrazio perché gli raccontate tante belle storie, ma non vorrei che lo esaltasse. Com'è possibile staccare le stelle per lucidarle?

- Grazie del consiglio, vecchio bisnonno, - disse Serralocchi - ma non ne avevo bisogno; tu sei il capo della famiglia, è vero, ma io sono più vecchio di te, io sono un vecchio pagano. I Romani e i Greci mi chiamavamo il dio dei sogni. Sono sempre stato ricevuto nelle migliori famiglie e lo sono ancora. So benissimo come si devono trattare tanto i grandi quando i piccini. D'altra parte, se ce la fai, racconta tu le favole.

- Ma guarda, ma guarda! - brontolò il vecchio dal ritratto. - Adesso non è neppure più permesso esprimere il proprio parere.

Serralocchi, seccato, chiuse il suo ombrello, e Ialmar si sveglio di colpo.

Domenica.

- Buona sera - disse Serralocchi, entrando pian, piano, nella stanza di Ialmar.

Il bambino lo salutò, poi corse alla parete a voltare il ritratto del bisnonno, perché non si intromettesse più nella conversazione.

- Adesso raccontami una bella storia.

- No, non dobbiamo esagerare con le favole - rispose Serralocchi, e preso in braccio il piccolo Ialmar, lo portò alla finestra dicendo:- Ora, invece ti presento mio fratello, l'altro Serralocchi. Lo vedi? Ha una bella divisa da ussaro, tutta ricamata d'argento e una cappa di velluto nero che ondeggia dietro di lui. Guarda come viene al galoppo.

Ialmar vide il fratello di Serralocchi portare sul suo cavallo una quantità di persone. Alcune le metteva davanti a sé, altre dietro, e diceva a tutte:

- Aprite i vostri quaderni: voglio vedere se avete meritato buoni voti.

- Buonissimi - rispondevano tutti tenendo ben stretti i loro quaderni.

- Voglio vedere io stesso.

Tutte le persone in groppa furono costrette a mostrare i lo voti. Coloro che avevano bene o benissimo presero posto sul davanti del cavallo e udirono storie meravigliose; coloro che avevano mediocre, o cattivo salirono dietro e dovettero ascoltare storie terrificanti: tremavano e piangevano, volevano saltare giù da cavallo, ma non potevano: una strana forza li costringeva a rimanere dov'erano

- Tuo fratello - disse Ialmar a Serralocchi - mi sembra magnifico e io non ho paura di lui.

- Hai ragione - rispose il piccolo elfo - ma cerca di avere sempre buoni voti sul tuo quaderno.

- Ecco una cosa molto istruttiva - mormorò il bisnonno dal ritratto - Questa volta è proprio utile francamente la propria opinione.

E parve soddisfatto.

Questa è la storia del piccolo elfo Serralocchi; e se torna stasera, ti racconterà altre favole. Ma...mi raccomando, sii buono, altrimenti non sognerai nulla!

 

LA REGINA DELLE NEVI (H.C.ANDERSEN)

 

Tanto, tanto tempo fa, c'erano un bambino chiamato Kai e una bambina chiamata Gerda. Vivevano porta a porta e si volevano molto bene.

Fra le due case c'era un giardino nel quale i due ragazzi giocavano tutta l'estate tra i fiori. Il fiore preferito di Gerda era la rosa e lei aveva perfino inventato una poesia dedicata a Kai:

"Le rose non perdono il profumo mai e amici per sempre saran Gerda e Kai." Durante l'inverno, sedevano accanto alla stufa ad ascoltare le storie che la nonna di Kai narrava sulla perfida Regina delle Nevi:

"Vola nella grandine e ricopre i campi di neve. Paralizza i fiori con la brina e ghiaccia i fiumi. Il suo cuore è di ghiaccio e vorrebbe che anche quello degli altri fosse come il suo."

Una sera, mentre la nonna parlava, il vento fischiava intorno alla casa e una finestra si spalancò. Una folata di grandine colpì Kai al viso e una scheggia di ghiaccio gli entrò in un occhio e gli arrivò fino al cuore.

Lì per lì Kai dette un grido di dolore. Ma pochi momenti dopo stava ridendo di nuovo. E Gerda non ci pensò più.

Il giorno dopo, Kai stava andando a giocare nella piazza del paese con gli altri ragazzi.

"Posso venire anch'io?" gli chiese Gerda. Ma Kai si rivoltò con uno scatto: "No davvero. Sei solo una ragazzina stupida."

Gerda rimase molto ferita da queste parole. Ma come poteva sapere che la scheggia penetrata nel cuore di Kai glielo aveva reso di ghiaccio?

Uno dei giochi favoriti dai ragazzi era quello di legare gli slittini ai carri dei contadini e farsi così trascinare sulla neve. Ma quel giorno, sulla piazza, c'era una grossa slitta bianca, col conducente avvolto in una bianca pelliccia.

"Questo è meglio del carro dei contadini", pensò Kai e legò il suo slittino alla parte posteriore della slitta bianca.

La slitta si mosse, sempre più veloce finché Kai cominciò a spaventarsi.Voleva slegarla, ma non poteva sciogliere il nodo. Correvano sempre più lontano,oltre i confini del paese, volando nel vento.

"Aiuto! Aiuto!" gridava Kai, ma nessuno lo sentiva. Filarono via per ore, poi all'improvviso la slitta si fermò e il conducente si alzò in piedi. Era una donna alta e sottile vestita tutta di neve. Kai la riconobbe subito. Era la Regina delle Nevi! Mise Kai sulla slitta vicino a lei e lo avviluppò nel suo mantello. "Tu hai freddo", disse e lo baciò in fronte.

Il suo bacio era come il ghiaccio, ma lui non sentì più freddo.

La guardava e pensava che nessuna al mondo fosse più bella della Regina delle Nevi.

Infatti era stata proprio lei a mandare il vento che aveva fatto entrare il ghiacciolo nel cuore di Kai, che ora era un blocco di ghiaccio. Kai aveva già dimenticato Gerda, la nonna e la sua casa.

Gerda pianse amaramente quando Kai non tornò a casa. Tutti dicevano che era sicuramente morto, sepolto chissà dove nella neve.

Gerda aspettò tutto l'inverno, ma Kai non tornò. Alla fine, arrivò la primavera e Gerda ricevette in dono un paio di scarpette rosse. Se le mise e andò fino al grande fiume.

"Avete visto il mio amico Kai?" chiese alle onde. "Vi darò le mie scarpette rosse se mi dite dov'è."

Le onde annuirono con le loro creste spumeggianti. Essa allora montò su una piccola barca attraccata fra le canne, e lanciò le scarpe nell'acqua, più lontano che poté.

In quel mentre, la barca si allontanò dalla riva e cominciò a correre lungo il fiume. Gerda aveva paura, ma non osava saltar giù.

"Forse la barca mi porterà da Kai", pensò.

La barca trascinò Gerda giù lungo il fiume, fino a una casetta dal tetto di paglia circondata da un giardino di ciliegi.

Una strana vecchia signora, con un gran cappello in testa, uscì dalla casetta e con il suo lungo bastone ricurvo agganciò la barchetta e la tirò in secco.

"Povera bambina", disse a Gerda.

"Come mai stavi navigando tutta sola per il mondo?"

Gerda raccontò la sua storia alla vecchia signora e le chiese se per caso avesse visto Kai.

"Ancora non l'ho visto, cara, ma sono sicura che verrà molto presto." La portò in casa e le offrì delle ciliege. E mentre Gerda mangiava, la vecchia signora le pettinava i capelli.

Ora, dovete sapere che in verità la vecchia signora era una maga, che si sentiva molto sola, e perciò desiderava tenere Gerda con sé. E con il suo pettine magico aveva cancellato tutti i suoi ricordi, perfino quello di Kai!

I giorni passavano e Gerda giocava nel giardino dei ciliegi.Ma, una mattina di sole, mentre girellava tra i fiori del giardino, vide un cespuglio pieno di boccioli di rose. Gerda baciò le rose con trasporto e si ricordò immediatamente di Kai.

"Sono rimasta qui troppo a lungo!" gridò e la sua voce disturbò una grossa cornacchia nera che gracchiò:

"Che succede ragazzina?"

"Devo trovare il mio amico Kai. L'hai forse visto?"

"Un ragazzo è passato di qui la settimana scorsa. Ha fatto innamorare di sé una principessa e ora è principe anche lui. Vivono in un bel palazzo non lontano da qui."

"Oh, sarei proprio felice per Kai se fosse diventato un principe", rise Gerda. "Puoi mostrarmi la strada per raggiungerlo?"

E la cornacchia accompagnò Gerda fino al palazzo. Poi si appollaiò sulla sua spalla e insieme salirono su una lunga scala buia e arrivarono nella camera del principe.

Gerda guardò il principe addormentato e scoppiò in lacrime: "Ma non è Kai! Dovrò continuare a cercarlo e sono così stanca!"

Il suo pianto svegliò il giovane principe e la principessa che si stupirono moltissimo alla vista di una fanciulla in lacrime ai piedi del loro letto e con una cornacchia sulla spalla, per di più. Ma ascoltata la sua storia furono molto comprensivi.

"Ti darò il mio vestito più bello per rallegrarti" disse la principessa.

"E io ti darò il mio cocchio d'oro" disse il principe, "così potrai viaggiare più velocemente e trovare al più presto il tuo amico."

Con la carrozza del principe, Gerda si avventurò in una cupa foresta, ma la vettura dorata riluceva troppo fra gli alberi e dei banditi la videro.

"È oro, oro!" gridavano, e al primo crocicchio la circondarono.

Tirarono giù Gerda dalla carrozza e la portarono nel loro covo. Sulla soglia c'era una bambina dagli occhi neri che era la figlia del capo dei banditi.

Quando si resero conto che Gerda non era una ricca principessa e che non c'era niente da rubarle, decisero di ucciderla.

"Oh no, non lo fate!" gridò la figlia del bandito. "Giocherà con me e io potrò indossare i suoi bei vestiti!"

Il capo dei banditi si accigliò. "Va bene, ma la terrò sotto chiave perché non scappi e non denunci il nostro nascondiglio."

Quella sera Gerda raccontò alla sua nuova amica la storia di Kai. Mentre parlava, le colombe che stavano appollaiate sulle travi e una vecchia renna, sentirono tutto.

Dopo un po' una delle colombe disse: "Cuu, cuu, noi abbiamo visto il piccolo Kai. Era sulla slitta della Regina delle Nevi e andava verso la Lapponia."

"È vero", disse la renna. "Io ci sono nata in Lapponia, dove tutto scintilla di neve e di ghiaccio e la Regina ha il suo palazzo estivo."

"Devo andarci subito!" esclamò Gerda. "Ora capisco perché Kai è stato così duro quel giorno. Il suo cuore era già di ghiaccio."

I ladroni dormivano; la figlia del capo scivolò furtivamente vicino al padre che russava e gli rubò la chiave della porta.

"Porta Gerda in Lapponia" disse alla renna "E aiutala a ritrovare Kai."

La renna era felicissima di tornare a casa sua e corse via per brughiere e paludi. Viaggiarono per diversi giorni e infine arrivarono nella gelida Lapponia.Faceva un freddo terribile e dappertutto c'era ghiaccio e neve.

"Guarda laggiù!" gridò Gerda. In lontananza, il palazzo estivo della Regina delle Nevi scintillava come una montagna di diamanti.

Intanto, nel Palazzo, la Regina aveva fatto di Kai il suo schiavo. Era una donna fredda e dispettosa e lo costringeva a lucidare continuamente i grandi pavimenti gelati.

Kai avrebbe pianto, se il suo cuore non fosse stato di ghiaccio. Poi un giorno la Regina delle Nevi dette a Kai dei ghiaccioli e gli disse:

"Se con questi riesci a formare la parola ETERNITÀ, può anche darsi che ti lasci libero." Poi volò via. Kai venne lasciato solo con i ghiaccioli. Le sue mani erano livide dal gelo ma lui non sentiva freddo. Stava ancora tentando di formare la parola ETERNITÀ quando Gerda trovò la strada che conduceva al palazzo e alla grande sala ghiacciata.

"Kai" gridò. "Finalmente ti ho trovato!" E gli gettò le braccia al collo. Ma Kai rimase impassibile.

"Chi sei? Che ci fai qui? Vattene e non mi toccare."

Gerda non gli diede retta. Malgrado gli sguardi ostili continuò a stringerlo a sé e pianse lacrime di gioia. E mentre piangeva, le sue lacrime calde caddero negli occhi di Kai... e sciolsero il ghiaccio del suo cuore.

Kai si ricordò subito di lei. "Gerda! Sei tu!" e finalmente rideva.

Si abbracciarono e si baciarono e danzarono di gioia. Anche i pezzettini di ghiaccio danzavano e composero da soli la parola ETERNITÀ sul pavimento.

"Ora sono libero!" gridò Kai. "La Regina delle Nevi non ha più potere su di me. Il mio cuore è di nuovo mio!"

Gerda guidò Kai dove la renna stava aspettando. Sulla sua groppa fecero il viaggio di ritorno e quando arrivarono a casa era di nuovo estate.

E le rose del giardino erano in piena fioritura.

 

L'UOMO DI NEVE (H.C.ANDERSEN)

 

"Fa così freddo che scricchiolo tutto" disse l'uomo di neve. "Il vento, quando morde, fa proprio resuscitare! Come mi fissa quello là!" e intendeva il sole, che stava per tramontare. "Ma non mi farà chiudere gli occhi, riesco a tenere le tegole ben aperte."Infatti i suoi occhi erano fatti con due pezzi di tegola di forma triangolare. La bocca invece era un vecchio rastrello rotto, quindi aveva anche i denti.Era nato tra gli evviva dei ragazzi, salutato dal suono di campanelli e dagli schiocchi di frusta delle slitte.Il sole tramontò e spuntò la luna piena, rotonda e grande, bellissima e diafana nel cielo azzurro."Eccolo che arriva dall'altra parte!" disse l'uomo di neve. Credeva infatti che fosse ancora il sole che si mostrava di nuovo.

"Gli ho tolto l'abitudine di fissarmi, ora se ne sta lì e illumina appena perché io possa vedermi. Se solo sapessi muovermi mi sposterei da un'altra parte. Vorrei tanto cambiare posto! Se potessi, scivolerei sul ghiaccio come hanno fatto i ragazzi, ma non sono capace di correre."

"Via, via!" abbaiò il vecchio cane alla catena. Era un po' rauco, lo era diventato da quando non stava più in casa e non dormiva più vicino alla stufa. "Il sole ti insegnerà senz'altro a correre! L'ho già visto con il tuo predecessore dell'anno scorso, e con quello dell'anno prima. Via, via! e tutti ve ne andrete!"

"Non ti capisco, amico!" disse l'uomo di neve. "Quello lassù mi deve insegnare a correre?" e intendeva la luna. "È corso via infatti, quando l'ho fissato prima, ma ora spunta fuori da un'altra parte!"

"Tu non sai nulla" gli rispose il cane alla catena "ma sei appena stato fatto! Quella che tu vedi si chiama luna, quello che se n'è andato era il sole. Tornerà domani e ti insegnerà a scorrere nel fosso. Tra poco cambierà il tempo, lo sento dalla zampa posteriore che mi fa male. Cambierà il tempo."

"Non lo capisco" commentò l'uomo di neve "ma ho la sensazione che stia dicendo qualcosa di spiacevole. E quello che mi fissava e se ne è andato si chiama sole, non deve essermi amico neppure lui, lo sento."

"Via! Via!" abbaiò il cane alla catena, poi girò tre volte su se stesso e si ritirò nella cuccia per dormire.

Il tempo cambiò davvero. Una nebbia fitta e umida si stese durante la mattinata su tutto il territorio, all'alba cominciò a soffiare il vento, un vento gelato che fece spuntare dappertutto il ghiaccio, ma che splendore quando comparve il sole! Tutti gli alberi e i cespugli erano ricoperti di ghiaccio, era come vedere un intero bosco di coralli bianchi, come se tutti i rami fossero ricoperti di lucenti fiori bianchi. Quei rami sottili che d'estate non si possono vedere a causa delle molte foglie si mostravano ora uno per uno, sembravano un ricamo, e tutto era bianco splendente come se da ogni ramo sgorgasse un bianco splendore. La betulla si piegava al vento, c'era vita in lei, come in tutti gli alberi nel periodo estivo, era uno splendore senza fine. Quando brillò il sole ogni cosa scintillò, come se tutto fosse stato ricoperto di una polvere lucente, e sulla distesa di neve che ricopriva la terra luccicavano grandi diamanti, o meglio si poteva credere che bruciassero infiniti lumini ancora più bianchi della bianca neve.

"È una meraviglia incredibile!" disse una fanciulla che con un giovane attraversava il giardino, poi si fermò proprio vicino all'uomo di neve e si mise a guardare quei meravigliosi alberi "In estate non c'è una vista così bella!" disse, e le brillavano gli occhi."E non abbiamo neppure un tipo come questo qui!" disse il giovane indicando l'uomo di neve. "È proprio bello!"La fanciulla rise, fece una riverenza all'uomo di neve e ballò col suo amico sulla neve che scricchiolò sotto di loro, come fosse stata di celluloide."Chi erano quei due?" chiese l'uomo di neve al cane alla catena. "Tu vivi da più tempo qui nel cortile, li conosci?""Certo!" disse il cane alla catena. "Lei mi ha accarezzato, e lui mi ha dato un osso. Così non li mordo."

"Ma che cosa rappresentano qui?" chiese l'uomo di neve.

"Innamo-o-r-a-t-i" disse il cane. "Si trasferiranno in un canile e rosicchieranno insieme le ossa. Via! Via!"

"E due come loro sono importanti quanto te e me?" chiese l'uomo di neve.

"Appartengono alla classe dei padroni" disse il cane. "Non si sa proprio nulla quando si è nati ieri, lo vedo bene guardando te! Io invece sono vecchio e ho una grande conoscenza delle cose, conosco tutti qui nel cortile! E ho conosciuto un tempo in cui non stavo qui al freddo e alla catena. Via! Via!"

"Il freddo è bello" disse l'uomo di neve. "Racconta, racconta! ma non devi agitare la catena perché mi fa scricchiolare."

"Via! Via!" abbaiò il cane. "Io ero un cucciolo; piccolo e grazioso, così dicevano, quando stavo su una sedia di velluto o mi prendeva in grembo il padrone più importante; mi baciavano sulla gola e mi asciugavano le zampette con un fazzoletto ricamato. Mi chiamavamo "Bellissimo", "Tesoruccio", ma poi divenni troppo grande per loro, allora mi diedero alla governante. Passai così al pianterreno. Lo puoi vedere da dove ti trovi, puoi vedere in quella cameretta dove io sono stato padrone, quando ero dalla governante. Naturalmente era più piccola di quella di sopra, ma era molto più piacevole: non venivo stuzzicato e trascinato dappertutto dai bambini, come accadeva di sopra; e avevo del buon cibo, proprio come prima, anzi di più! avevo il mio cuscino e poi c'era una stufa che in questa stagione è la cosa più bella del mondo! Mi raggomitolavo lì sotto e era come se sparissi. Oh, quella stufa me la sogno ancora. Via! Via!"

"È bella la stufa?" chiese l'uomo di neve. "Mi assomiglia?"

"È proprio il tuo contrario! È nera come il carbone, ha un lungo collo e uno sportelletto d'ottone; divora pezzetti di legno, così le esce il fuoco dalla bocca. Bisogna mettersi proprio di fianco, vicini vicini, o anche sotto, che meraviglia! Tu dovresti riuscire a vederla attraverso la finestra!"

L'uomo di neve guardò e vide veramente un grande oggetto nero, lucido, con una porticina di ottone, e il pavimento intorno tutto illuminato. L'uomo di neve si sentì molto strano, aveva una sensazione che non riusciva a spiegarsi, sentiva qualche cosa che non conosceva, ma che tutti conoscono se non sono fatti di neve. "Perché l'hai lasciata?" chiese l'uomo di neve: sentiva che doveva essere una creatura femminile. "Come hai potuto lasciare un posto simile?"

"Ci fui costretto" spiegò il cane alla catena. "Mi cacciarono fuori e mi misero alla catena. Avevo morso il padrone più giovane alla gamba, perché aveva dato un calcio a un osso che stavo rosicchiando. Osso per osso, pensai io! Ma loro se la presero molto e da allora mi trovo alla catena e ho perso la mia bella voce: senti come sono rauco! Via! Via! E così finì la bella vita per me."

L'uomo di neve non ascoltava più, fissava continuamente la stanza della governante dove si trovava la stufa sulle quattro gambe di ferro: sembrava alta quanto lui. "Come scricchiolo!" disse. "Riuscirò mai a entrare? Sarebbe un desiderio innocente e tutti i nostri desideri innocenti dovrebbero venire esauditi. È la mia massima aspirazione, il mio unico desiderio, e sarebbe quasi ingiusto se non venisse esaudito. Devo andare lì dentro, devo arrivare fino a lei, anche se devo rompere il vetro."

"Non entrerai mai!" rispose il cane alla catena. "E se mai arrivassi alla stufa, allora te ne andresti, hai capito? te ne andresti."

"È come se fossi già andato!" disse l'uomo di neve. "Mi viene da vomitare."

Per tutto il giorno l'uomo di neve guardò in quella stanza; nella penombra il locale sembrava ancora più bello, dalla stufa proveniva una luce così tenue che neppure la luna o il sole sapevano eguagliare, un bagliore tipico di una stufa quando c'è qualcosa dentro. Se aprivano la porta, allora usciva una fiammata, era una sua abitudine; questa fece diventare il bianco volto dell'uomo di neve tutto rosso, e lo illuminò fino al petto. "Non resisto più!" disse. "Come le dona tirar fuori la lingua!"

La notte fu molto lunga, ma non per l'uomo di neve che si era abbandonato ai suoi bellissimi pensieri, e questi, gelando, scricchiolavano. Al mattino le finestre del pianterreno erano gelate, ricoperte dei più bei fiori di ghiaccio che un uomo di neve possa desiderare, ma gli toglievano la vista della stufa. Il ghiaccio dei vetri non voleva sciogliersi, così lui non riusciva a vederla. Si sentiva uno scricchiolio, un crepitio, era proprio un tempo da gelo che doveva divertire un uomo di neve, ma lui non era per niente divertito: avrebbe potuto sentirsi felicissimo ma non lo era, perché aveva nostalgia della stufa.

"È una pessima malattia per un uomo di neve!" commentò il cane alla catena. "Ho sofferto anch'io di quella malattia, ma ormai l'ho superata. Via! Via! Ora cambierà il tempo."

E infatti il vento cambiò, e sciolse la neve. Venne il caldo, e l'uomo di neve dimagrì. Non disse nulla, non scricchiolò, e questo era proprio il segno della fine. Una mattina crollò. Nel punto in cui si trovava rimase infilzato qualcosa che assomigliava a un manico di scopa: i ragazzi ce lo avevano costruito intorno. "Adesso capisco quella sua nostalgia!" disse il cane alla catena. "L'uomo di neve aveva un raschiatoio della stufa in corpo; è quello che lo turbava, ma adesso tutto è finito. Via! Via!"

E ormai anche l'inverno era quasi finito.

"Via! Via!" abbaiava il cane alla catena, ma le bambine in giardino cantavano:

Affrettati, mughetto, bello e fresco,

getta i rametti, o salice.

Venite, cuculi, allodole, cantate!

C'è già primavera alla fine di febbraio!

Io canto con voi, cuculi, cucù!

Vieni, caro sole, esci anche tu!

E nessuno pensò più all'uomo di neve.

 

LA DILIGENZA A DODICI POSTI (H.C.ANDERSEN)

 

La notte era gelida e limpidissima: il cielo brillava di stelle. L'orologio della chiesa scoccò dodici rintocchi, e subito i mortaretti incominciarono a scoppiettare e una vecchia latta volò fuori da una finestra, perché era l'ultima notte dell'anno. In quel preciso momento, una vecchia diligenza sconquassata venne a fermarsi alla porta della città; portava dodici viaggiatori, quanti erano i posti.

I nuovi arrivati scesero dalla diligenza. Tutti erano forniti di passaporto e di bagaglio e portavano persino dei doni per me, per voi, per tutti.

- Buon anno! - augurò la sentinella. - avanti il primo: dichiarate nome e professione.

Il primo viaggiatore era tutto avvolto in una pelliccia d'orso e calzava stivaloni di pelo.

- Potete consultare il mio passaporto-disse - io sono colui a cui tutti guardano sempre con speranza. Distribuisco mance e regali, e ne darò uno anche a voi, se verrete a trovarmi domani. Faccio inviti e feste di ballo, ma non posso darne più di trentina. Le mie navi sono imprigionate in mezzo ai ghiacci, ma nella mia casa fa caldo.Mi chiamo Gennaro.

- Avanti il secondo - disse allora la sentinella.

Questi era un personaggio gioviale e pazzerellone: organizzava balli e divertimenti di ogni genere. Portava seco un grosso barile.

- Quando c'è questo, c'è baldoria - dichiarò. - Voglio stare allegro, perché ho poco tempo da vivere: ventotto giorni soltanto. Ogni tanto mi aggiungono un altro giorno per la buona misura, ma non ne faccio gran calcolo. - Poco chiasso! - ammonì la sentinella.

- Io posso fare tutto il chiasso che voglio - replicò l'altro. - Sono il Principe Carnevale, ma viaggio in incognito sotto il nome Febbraio.

Il terzo viaggiatore era magro come la quaresima. Studiava il cielo camminando col naso in aria, perché predicava il tempo e le stagioni. Al risvolto della giacca portava un mazzolino di violette piccine, piccine. Il quarto viaggiatore gli batté la mano sulla spalla.

- Don Marzo, - esclamò sento odor di punch! Nella saletta dei doganieri stanno preparando la tua bevanda preferita. Corri subito a vedere!

Non era vero: il nuovo venuto voleva soltanto giocare un tiro al suo compagno di viaggio; infatti si chiamava Aprile e incominciava la sua carriera con un pesce. Aveva un aspetto gaio, forse perché lavorava poco. Dopo di lui scese una bella fanciulla che si chiamava Maggiolina. Indossava un vestito color dell'erba tenera. Aveva nei capelli un mazzolino di anemoni e profumava di tino. Quel profumo era tanto forte che la sentinella starnutì.

- Dio vi benedica! - disse la fanciulla.

- Fate largo che scende la dama di Giugno - avvertì il cocchiere.

La signora scese. Era una dama molto bella e un poco altera. L'accompagnava Luglio, suo fratello minore. Questi era un giovane grassoccio, indossava abiti estivi e portava sulla testa un largo cappello di panama. Un po' affannata e rossa in viso scese poi Mamma Agostina. Era una venditrice di frutta, proprietaria di molti terreni, sempre in faccende. Dalla diligenza, dopo di lei, sbucò un pittore: il professor Settembre. Aveva per sbaglio i tubetti del colore, perché il colore era la sua passione. Infatti appena entrava nelle foreste, gli alberi e le foglie sfoggiavano la più variopinta magnificenza; qua rosso acceso, là giallo, più in là bruno dorato. Comparve poi un gentiluomo di campagna, il Conte Ottobre. Amatissimo della caccia, portava con sé il fucile, il cane e il carniere pieno di noci. Novembre, il suo compagno, era tormentato da una violenta infreddatura. Era provveditore dei Focolari e doveva pensare alle provviste di legna, spaccarla e segarla. E finalmente ecco l'ultimo viaggiatore: Nonno Dicembre, che stringeva lo scaldino fra le mani. Era freddoloso e intirizzito, e portava in braccio anche un piccolo abete.

- Voglio che cresca tanto da toccare il soffitto, alla sera di Natale - disse, - Così si potrà adornarlo con palle d'argento, candeline colorate e angioletti. Il doganiere lo interruppe:

- Ogni passaporto è valido per un mese - avvertì. - Io lì ritirerò e, scaduto il tempo consentito, scriverò le note relative alla vostra condotta. Finito l'anno, cari lettori, credo che anch'io saprò dirvi che cosa i dodici viaggiatori avranno portato in regalo a me, a voi, a tutti, ma per ora davvero non lo so! Forse non lo sanno neanche loro. Si vive in tempi così strani...

 

IL LINO (H.C.ANDERSEN)

 

Il lino era fiorito: si era coperto di corolle celesti leggere come le ali di una farfalla. Il sole lo accarezzava: ogni tanto una pioggerella leggera lo rinfrescava, ma gli faceva bene, come fa bene il bagno ai bambini che, dopo, sembrano ancora più belli. " Tutti coloro che passano dicono che è un piacere guardarmi " sussurrava " sono molto cresciuto, e un giorno diventerò una tela altrettanto bella. Come sono contento! " I pali dello steccato scricchiolavano in tono ammonitore:

- Tu non sai che cosa sia la vita. La tua sta per terminare!

"Terminare già?" pensava il lino "Ah no! Il giorno sorgerà anche domani, e sole e pioggia mi faranno sempre tanto bene!". Ma la vita stava per cambiare davvero, perché vennero nel campo certi uomini che strapparono brutalmente il lino dalla terra con le radici e tutto, poi lo immersero nell'acqua come se volessero affogarlo, quindi lo passarono sul fuoco come per abbrustolirlo: sembrava che tutti lo odiassero a morte! "Non può sempre andare bene" pensava il lino "per acquistare un po' d'esperienza, bisogna pur patire qualche cosa!". Ma sembrava che le sofferenza non dovessero finire più: il lino venne battuto, sfilacciato, messo sul filatoio, e in quel vorticoso turbinare non riusciva più nemmeno a raccapezzarsi. "Sono stato troppo contento in passato " diceva a sé stesso per consolarsi "bisogna essere riconoscenti del bene che si è goduto, anche se non esiste più.". E ripeté queste parole fino a quando non fu messo sul telaio e si trasformò in una bianca, magnifica pezza di tela. "E' strano: sono diventato meraviglioso!" pensò " I pali dello staccato sbagliavano quando dicevano: la tua vita sta per terminare! Sembrava, invece, che incominci appena. Adesso tutti si preoccuperanno per me: le donne di servizio mi espongono al sole, mi rimuovono e mi voltano ogni mattino quando fanno il letto; e perfino la moglie del sindaco ha parlato di me in pubblico affermando che non c'è in tutto il paese, una tela che mi somigli." Un bel giorno la tela di lino fu messa sulla tavola di casa, e a forza di forbici e di aghi divenne una bella dozzina di capi di biancheria. "Anche se siamo dodici, possiamo considerarci uno solo" pensò il lino "ci sono tante cose importanti, al mondo, che si contano a dozzine! Almeno serviamo a qualcosa. E' il destino più bello che avessi mai potuto sperare! Ah, che consolazione!" Il tempo passò, e a lungo andare i dodici capi si logorarono. "Avrei potuto durare un po' più a lungo" pensava ciascuno di loro "ma non si deve pretendere l'impossibile! Più che vecchi non si campa." E infatti furono stracciati e ridotti in brandelli; conclusero, rassegnati, che per loro era finita. E invece no: furono portati al macero, sfilacciati, triturati, impastati... e divennero una splendida carta di lusso, bianca e levigata.

- Che meravigliosa sorpresa! - disse la carta - Ora sono diventata proprio una cosa nuova e qualcuno scriverà su di me.

E infatti sulla carta furono scritte tante novelle che la gente aspettava con ansia perché quelle storie rendevano gli uomini migliori; e questa era davvero una benedizione. "Non avrei mai immaginato" pensava il lino "che un giorno avrei potuto diffondere fra gli uomini saggezza e consolazione. Quando ero una povera pianticella del campo credevo che la mia vita fosse giunta al suo termine, come dicevano i pali dello steccato: e invece ogni mio fiorellino azzurro è diventato un pensiero gentile e duraturo: ora mi manderanno in giro per il mondo. Chi può essere più contento di me?". Invece la carta di lino non fu mandata per il mondo, ma portata in tipografia, dove le parole furono stampate su tanti fogli, riuniti, poi, in libri. "Meglio così" si consolò la carta "io resto tranquillamente a casa, rispettata come una vecchia nonna, e per il mondo vanno le parole che furono scritte sopra di me. Innumerevoli persone, così, le leggeranno". La carta di lino fu riunita in un pacco messa in uno scaffale. "Dopo tanta attività, è dolce il riposo" pensava "posso meditare in pace. E adesso, che cosa mi capiterà?". Un giorno quella carta preziosa fu gettata nel camino. Non si poteva assolutamente permettere che finisse dal droghiere per avvolgere il riso o gli spaghetti! Tutti i bambini di casa sedettero intorno al focolare per vedere la bella fiammata. Le lingue di fuoco erano alte, più alte della pianticella di lino e la loro luce era bianca e abbagliante, più bianca della candita tela. In un momento tutte le parole dello scritto bruciarono e diventarono incandescenti.

- Adesso salirò dritta fino al cielo - disse una voce in mezzo a quella vampata.

E mille piccole creature invisibili corrispondenti ai fiori del lino, danzarono sulla carta che si trasformava in cenere. Le impronte infuocate restavano dove esse avevano posato i loro piedini. I bimbi di casa erano felici di guardarle e cantavano:

- La canzone è finita...

- No - rispondevano le creaturine invisibili - la canzone, come la vita, non finisce mai, e la storia è bella appunto per questo!

I bambini ascoltavano attenti, senza però riuscire a capire il vero significato di quelle parole. Ma che cosa importava? I bambini non possono capire tutto.

 

LA PRINCIPESSA SUL PISELLO (H.C.ANDERSEN)

 

C'era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma ella doveva essere una principessa vera, una fanciulla di sangue blu. Perciò se ne andò in giro per il mondo cercando la giovinetta dei suoi sogni. Di fanciulle che affermavano di essere vere principesse egli ne trovò moltissime, ma al momento di sposarsi il principe era assalito da un dubbio: " Sarà proprio una principessa di sangue blu, oppure no? ". Qualcosa, infatti, nel loro modo o nel loro portamento era poco reale e non convinceva del tutto il principe. Egli quindi non si decideva a sceglierne alcuna e, infine, dopo tanto vagare per il mondo, se ne tornò al suo castello, deluso per non aver trovato ciò che desiderava. Una sera si scatenò un temporale: i lampi si incrociavano, il tuono brontolava, cadeva una pioggia torrenziale: non si era mai vista una bufera così!. Qualcuno bussò alla porta del castello, e il vecchio re si affrettò ad aprire. Era una principessa. Ma come l'avevano ridotta la pioggia e il temporale! L'acqua cadeva a rivoli dai suoi capelli e dai suoi vestiti, e le entrava nelle scarpe, uscendone dalla suola. Tuttavia ella si presentò affermando di essere una vera principessa. "E' ciò che sapremo presto " pensò la vecchia regina, e senza dire nulla a nessuno entrò in una camera e mise un pisello nel letto che era in mezzo alla stanza. Quindi prese venti materassi, li stese uno sopra l'altro sul pisello, e vi aggiunse ancora venti piumini. Era quello il letto destinato alla principessa sconosciuta. La principessa venne accompagnata nella camera che le era stata destinata, e si coricò. Ma, per quanto fosse sfinita dalla stanchezza, non riusciva assolutamente ad addormentarsi. Da qualunque parte si girasse, sentiva sempre qualcosa di duro che le dava fastidio. L'indomani mattina, il re la regina e il principe bussarono alla sua porta, le diedero il buon giorno e le chiesero come avesse passato la notte.

- Male! Molto male! - ella rispose - Non ho potuto chiudere occhio! Dio solo sa quello che c'era nel letto! Era qualcosa che mi ha fatto venire la pelle livida. Che supplizio ho dovuto sopportare per tutta la notte! Ho provato a guardare fra le lenzuola. Ma non ho trovato nulla.

Il re, la regina e il giovane principe si diedero uno sguardo d'intesa: dalla risposta della fanciulla essi avevano capito che si trattava di una vera principessa! Ella aveva infatti sentito un pisello attraverso venti materassi e venti piumini. Chi mai, se non una vera principessa, una principessa di sangue blu poteva avere una pelle così delicata e sensibile? Il principe, convinto ormai che si trattava di una giovane di sangue reale, la scelse subito come sposa. Il pisello fu messo nel museo, dove credo si trovi ancora, a meno che qualche persona non lo abbia portato via. Ecco, bambini, vi ho raccontato una storia vera, vera come la bella principessa.

 

IL SOLDATINO DI PIOMBO (H.C.ANDERSEN)

 

- Mamma, guarda come sono belli! - Esclamò il bambino saltellando dalla gioia.

Il coperchio della scatola di legno, aperto con impazienza, fece ammirare una ventina di soldatini di piombo allineati come in una parata. Le uniformi rosso fiammante davano ai piccoli militari un fiero portamento: giacche scarlatte, pantaloni blu scuro, copricapi neri con piume rosse e bianche. Ognuno portava con fierezza il suo fucile. Il bambino li prese uno ad uno e li mise sul tavolo, guardandoli meravigliato. L'ultimo gli sembrò molto curioso: rimaneva perfetta-mente diritto, magnifico come il resto della truppa... ma aveva una gamba sola! Malgrado questo difetto, o forse proprio per questo, aveva uno sguardo più fiero, più audace degli altri. Subito, il ragazzino lo prese in simpatia e divenne il suo soldatino preferito. Sulla tavola si trovava anche un castello di carta... Con il tetto d'ardesia, le mura di pietra con i riflessi dorati, la scala con le ringhiere in ferro, questo castello assomigliava ad un maniero feudale. Era in mezzo ad un parco verdeggiante ricco di alberi e piante multicolori. Due cigni bianchissimi navigavano maestosamente in un lago di carta argentata. Ma la cosa più interessante era una graziosa ragazza che stava sulla porta d'entrata: i biondi capelli raccolti in trecce, gli occhi limpidi come l'acqua del lago, il sorriso dolce e attraente, la rendevano la più bella delle ballerine. Un vestito etereo, stretto in vita, la faceva sembrare ancora più delicata e fragile. Con le braccia alzate sopra la testa, rimaneva in perfetto equilibrio sulla punta di un piede. L'altra gamba, tesa in aria, era in parte nascosta dall'ampia gonna. Dopo essere uscito dalla scatola, il soldato, attratto dalla bellezza della ballerina, non smise di guardarla nemmeno un attimo. Egli credeva che avesse una sola gamba come lui e questa supposta infermità rinforzava il suo amore appena nato. Cercò allora di conoscerla e decise di andarle a far visita appena fosse venuta sera. Per far ciò, era indispensabile che il bambino si dimenticasse di allinearlo nella scatola. Il soldatino si lasciò scivolare dietro ad un cofanetto e li rimase sdraiato ed immobile. Come previsto, il bambino rimise i suoi soldati nella scatola dimenticandosi del nostro eroe! Venuta la sera, il silenzio invase la casa. Tutti i suoi abitanti dormivano tranquillamente... ad eccezione dei giocattoli. Nella penombra, incominciò una folle scorribanda: i palloni giocarono ai quattro cantoni, gli animali di peluche fecero alcune piroette e i soldatini di piombo sfilarono al suono del tamburo di un clown variopinto. In mezzo a tutta questa agitazione, rimanevano tranquille solo la ballerina di carta, che rimaneva nella sua posa acrobatica, e il soldatino di piombo che, nascosto dal cofanetto, continuava a fissarla. Malgrado la sua aria marziale e la sua prestanza, era timido e ritardava di minuto in minuto il momento dell'approccio. Questi momenti di esitazione gli furono fatali! Tutto preso dalla contemplazione della ballerina, il soldato di piombo non si accorse di un losco figuro, uno gnomo nero e gobbo come un diavoletto. Innamorato follemente della ragazza, vedeva nel soldatino un rivale pericoloso, giovane e bello. Cieco d'invidia, lo chiamò più volte, ma il giovane militare non lo ascoltò neppure. Allora lo gnomo lo fulminò con gli occhi e lo minacciò:

- Tu mi ignori! Ma ti accorgerai di me ben presto...

Il mattino seguente il bambino si accorse che il soldatino di piombo era rimasto nascosto dietro al cofanetto; lo prese e lo posò sul davanzale della finestra. Immediatamente, un malaugurato soffio di vento, o forse il soffio vendicatore del rivale, lo fece cadere nel vuoto. Girando su sé stesso, la testa in basso e i piedi in alto, cadde vertiginosamente. Non potendo chiudere gli occhi, vide avvicinarsi spaventosamente il terreno. Quando toccò il suolo, la sua baionetta, con la violenza del colpo, si infisse nell'asfalto e così restò, capovolto. Il bambino si precipitò in strada per cercarlo, ma le carrozze e i passanti lo nascosero ai suoi occhi. Disperato, ritornò a casa, piangendo la perdita del suo soldatino preferito. Improvvisamente cominciò a cadere una violenta pioggia estiva. In un attimo si formarono rivoli di acqua che inondarono gli scarichi che portano alle fogne. Due sfaccendati videro il soldatino di piombo ed ebbero la curiosa idea di metterlo in una barchetta di carta che stavano costruendo. Poi deposero l'imbarcazione sull'acqua. Sballottato, il fragile scafo fu rapidamente preso dalla corrente turbolenta e scomparve in un gorgo buio. Il soldatino, convinto che il responsabile delle sue disavventure fosse lo gnomo, pensò che fosse giunta la sua ultima ora. Passò momenti interminabili nell'oscurità, bagnato dagli spruzzi dell'acqua agitata. Nessun dubbio! navigava nelle fogne... Infine vide la luce del sole in lontananza. La luce si fece sempre più forte e divenne un grande orifizio aperto sulla campagna e la liberta.

- Uff! Sono sano e salvo... Sono scampato all'inferno. - Pensò il soldatino sospirando con sollievo.

Invece i suoi dispiaceri non erano finiti: un'enorme topo di fogna dall'aria feroce, bloccava l'uscita. I suoi occhi acuti avevano notato il naufrago che stava cercando una via d'uscita. La corrente era cosi forte che il topo, malgrado le sue cattive intenzioni, non poté prenderlo e con rabbia in cuore lo vide allontanarsi... Dopo l'ultimo scampato pericolo, la barchetta di carta continuò il suo viaggio attraverso i prati e i campi. Il corso d'acqua s'allargò diventando un ruscello. In piedi sull'imbarcazione, il soldatino di piombo osservava i fiori che ornavano le rive tranquille. Dopo questa momentanea calma, i flutti ridivennero violenti, il ruscello si trasformò in una cascata che si riversava in un lago. Presa da queste correnti, la barca non riuscì a resistere e si capovolse. Il soldatino di piombo colò a picco. Addio graziosa ballerina! Un enorme pesce che girovagava lo prese per una preda di cui era molto goloso, in un solo boccone lo afferrò e lo inghiotti tutto intero. Per il soldatino di piombo ci fu di nuovo l'oscurità... Poco dopo, il pesce venne catturato dalla rete di un pescatore del mercato. Il caso volle che il pesce fosse proprio comprato dalla cuoca al servizio dei genitori del bambino. Aprendo il ventre dell'animale per pulirlo, fu meravigliata di trovarci il soldatino perduto. Lo mise sul tavolo, vicino al castello di cartone. La ballerina gli mandò un sorriso così dolce da cui capì che anche lei lo amava. Che felicità dopo tante peripezie!

Ma lo gnomo non aveva ancora rinunciato alla sua vendetta. Malgrado i suoi sortilegi, infatti, i due giovani si amavano. Per farla finita suggerì al bambino di sbarazzarsi del soldatino con una sola gamba che rovinava la sua collezione. L'ingrato, dimenticandosi del suo preferito, lo gettò nel caminetto. Il soldatino si sciolse rapidamente per il calore, ma la testa, ancora intatta, continuava con gli occhi tristi bagnati di lacrime di piombo, a fissare la ballerina. All'improvviso s'aprì violentemente la porta, una corrente d'aria invase la stanza scaraventando il castello di carta sulle braci ardenti. Nello stesso istante prese fuoco e bruciò. Il giorno seguente, facendo le pulizie di casa, qualcuno mescolò le ceneri, ignorando, contrariamente alle intenzioni del diavoletto, di unire per l'eternità il soldatino di piombo e la ballerina di carta. A meno che il vento non disperda il piccolo mucchio di polvere grigia!

 

L'ACCIARINO MAGICO (H.C.ANDERSEN)

 

Un soldato marciava allegramente verso il suo villaggio: uno, due! Uno, due! Con lo zaino in spalla e la sciabola al fianco, ritornava dalla guerra. Improvvisamente incontrò una strega molto vecchia e brutta.

- Buongiorno, soldato, - gli disse, - hai una bella sciabola, ma il tuo zaino sembra vuoto. Ti piacerebbe possedere molti soldi?

- Si, certo, rispose il soldato.

- Bene, allora scendi nel tronco cavo di questo albero. Prima ti attaccherò una corda intorno alla vita, per farti poi risalire quando me lo domanderai, - continuò la strega.

- Che cosa troverò in questo grosso albero? - domandò il giovane soldato.

- Denaro, soldato, tanto quanto ne vorrai. Quando sarai arrivato sul fondo, vedrai una galleria illuminata da un centinaio di lampade. Sulla sinistra troverai tre porte: ciascuna di esse apre una stanza. Nella prima camera vedrai un cofano sul quale è seduto un cane con due occhi grandi e piatti. Non averne paura, stendi per terra il mio grembiule blu a quadri, afferra poi il cane e mettilo su di esso: come per incanto, resterà immobile. Apri pure il cofano e prendi tutti i soldi di rame che desideri. Se preferisci invece le monete d'argento, entra nella seconda stanza. Anche qui c'è un cofano difeso da un cane con due occhi grandi come le macine di un mulino. Agisci come la prima volta e prendi tutti i soldi d'argento che desideri. Ma se vuoi l'oro, entra nella terza stanza. Anche là troverai un cane con due occhi grandi come la torre rotonda di Copenaghen. Fai come prima e prendi tutte le monete d'oro che desideri.

- Certo che mi conviene molto, - mormorò il soldato. - E voi cosa desiderate in cambio di queste ricchezze?

- Riportami solamente l'acciarino che mia madre ha dimenticato l'ultima volta che è scesa nell'albero.

- D'accordo. Dammi il tuo grembiule a quadri blu, attacca la corda intorno alla mia vita, poi scenderò subito in fondo all'albero, - disse il giovanotto, risoluto.

Le cose andarono come aveva detto la strega. Il soldato trovò uno dopo l'altro i tre cani spaventosi con i loro occhi grandi. Si riempì le tasche di monete di rame, ma le svuotò subito dopo per prendere quelle d'argento ed infine per le monete d'oro di cui si riempì anche gli stivali e lo zaino. Ora era cosi ricco che avrebbe potuto comperare la città di Copenaghen! trovò l'acciarino, lo prese e chiamò la strega.

- Che cosa vuoi fare di questo acciarino? - le domandò il giovanotto quando fu nuovamente fuori sulla strada.

- Sei troppo curioso, soldato! Accontentati dell'oro che hai!

- Voglio anche l'acciarino! Ridammelo o ti ammazzerò!

La strega si rifiutò con fermezza; il soldato allora l'ammazzò e con passo pesante, perché era molto carico, si diresse verso la città vicina dove alloggiò nel miglior albergo. Là condusse una bella vita, circondato da cortigiani che lo adulavano. Un giorno senti parlare dei pregi e della bellezza della principessa, figlia del re di Danimarca.

- Mi piacerebbe molto conoscerla, - sospirò il soldato.

- E' impossibile, - gli fu risposto. - La principessa vive rinchiusa in un castello, circondato da alte mura. Nessuno può avvicinarsi. Il re la sorveglia gelosamente perché un mago gli ha predetto che sposerà un semplice soldato.

Per dimenticare questa delusione il giovane uscì con i suoi amici e sperperò molti soldi; tanto che, un giorno, non gliene rimase nemmeno uno. Lasciò l'albergo per andare a vivere in una povera mansarda. I suoi amici gli voltarono le spalle. Una sera, volendo accendere la sua candela, batté l'acciarino della strega. Nell'attimo stesso che s'accese la scintilla, apparve uno dei tre cani con gli occhi grandi.

- Ordina, padrone! Io ti servirò, - gli disse, - e i miei compagni sono anch'essi pronti ad ubbidirti.

Il soldato capì che l'acciarino era magico e chiese alcune monete d'oro. In questo modo ridiventò presto ricco e adulato. Tuttavia era triste, perché era innamorato segretamente della principessa.

Una notte, ormai disperato, incaricò uno dei cani di portargli la principessa. Era così bella, profondamente addormentata sul dorso dell'animale, che il soldato le diede un bacio. Il cane la riportò poi al castello. Il giorno dopo la principessa raccontò ai genitori sovrani ciò che

credeva fosse stato un sogno. Diffidente, il re la fece seguire dalle sue ancelle per vedere dove andasse di notte. Il cane, però, riuscì a far perdere le tracce. Allora la regina fece cucire nei vestiti di sua figlia un taschino pieno d'orzo, forato all'estremità. Così, quando il cane, la notte seguente, portò via la principessa, i semi d'orzo caddero per terra indicando la strada che portava alla casa del soldato. Il giovanotto fu immediatamente gettato in prigione e condannato all' impiccagione. Il giorno dell'esecuzione, moltissima gente si era riunita nella piazza. I sovrani e i giudici troneggiavano dall'alto di un palco. Due guardie portarono il condannato che, prima di morire, espresse l'ultimo desiderio: quello di fumare un' ultima volta la pipa; ciò gli fu concesso. Prese dalla tasca l'acciarino magico e lo batté tre volte: i tre cani comparvero, feroci con i loro grandi occhi. Balzarono sui sovrani e li fecero precipitare dall'alto del palco sulla piazza ove si sfracellarono.

- Viva il piccolo soldato! - urlò la folla che detestava i sovrani tiranni, - viva il nostro re!

Il soldato, divenuto re, sposò la principessa e furono felici per moltissimi anni, ben protetti dai tre cani dai grandi occhi.

 

L'ANGELO DEL SIGNORE (H.C.ANDERSEN)

 

Ogni volta che un bambino buono muore, scende sulla terra un angelo del Signore, prende in braccio il bimbo morto, allarga le grandi ali bianche e vola in tutti i posti che il bambino ha amato, poi coglie una manciata di fiori, che porta a Dio affinché essi fioriscano ancora più belli che sulla terra. Il buon Dio tiene i fiori sul suo cuore, ma a quello che ha più caro di tutti dà un bacio, e questo riceve la voce e può cantare col coro dei beati.

Tutto questo veniva raccontato da un angelo del Signore, mentre portava un bambino morto in cielo, e il bambino lo sentiva come in sogno; e volavano per la casa, nei luoghi dove il bambino aveva giocato, e poi nei deliziosi giardini pieni di fiori bellissimi.

"Quale dobbiamo prendere da piantare in cielo?" chiese l'angelo.

Nel giardino si trovava un alto roseto, ma un uomo cattivo aveva spezzato il fusto, così tutti i rami, pieni di grandi gemme sbocciate a metà, si erano piegati e appassivano.

"Povera pianta" disse il bambino "prendi quella, così potrà fiorire presso Dio!"

E l'angelo raccolse quella pianta, e diede un bacio al bambino, così egli aprì un po' gli occhietti. Colsero quei magnifici fiori, ma presero anche la disprezzata calendula e la selvatica viola del pensiero.

"Adesso abbiamo i fiori!" disse il bambino, e l'angelo annuì, ma ancora non volarono verso Dio. Era notte e c'era silenzio; rimasero nella grande città e volarono in una delle strade più strette, dove si trovava un mucchio di paglia, cenere e spazzatura: c'era stato un trasloco; dappertutto c'erano pezzi di piatti, schegge di gesso, cenci e vecchi cappelli sgualciti, tutte cose molto brutte.

E l'angelo indicò, in tutta quella confusione, alcuni cocci di un vaso di fiori; lì vicino c'era una zolla di terra che era caduta fuori dal vaso, ma che era rimasta compatta a causa delle radici di un grande fiore di campo appassito, che non valeva più nulla e per questo era stato gettato.

"Portiamolo con noi! " disse l'angelo "poi, mentre voliamo, ti racconterò perché."

E così volarono e l'angelo raccontò:

"Laggiù, in quella strada stretta, in un seminterrato, viveva un povero ragazzo ammalato; fin da piccolo era rimasto sempre a letto, quando proprio si sentiva bene poteva camminare per la stanza con le stampelle, ma non poteva fare altro. In certi giorni d'estate i raggi del sole arrivavano per una mezz'ora nella stanzetta del seminterrato, allora il ragazzino si metteva seduto a sentire il caldo sole su di lui e guardava il sangue rosso che scorreva nelle sue dita sottili, che teneva davanti al viso; in quei giorni si poteva dire: "Oggi il piccolo è uscito!". Conosceva il verde primaverile del bosco solo perché il figlio del vicino gli portava il primo ramo di faggio con le foglie e se lo alzavano sul capo e sognava di trovarsi sotto i faggi col sole che splendeva e gli uccelli che cantavano. Un giorno di primavera il figlio del vicino gli portò anche dei fiori di campo, e tra questi ce n'era per caso uno ancora con le radici: perciò fu piantato in un vaso e messo sulla finestra vicino al letto. Il fiore, piantato da una mano amorevole, crebbe, mise nuovi germogli e ogni anno fiorì. Questo divenne il giardino meraviglioso del ragazzo malato, il suo piccolo tesoro sulla terra. Lo bagnava e lo curava e si preoccupava che ricevesse anche l'ultimo raggio di sole, che penetrava dalla bassa finestrella; e il fiore cresceva anche nella fantasia del ragazzo, perché fioriva per lui, per lui emanava il suo profumo e gli rallegrava la vista. E quando il Signore chiamò il ragazzo, egli si volse, morendo, verso quel fiore. Da un anno è ormai presso Dio, e per un anno intero il fiore è rimasto abbandonato sulla finestra e è appassito. Per questo è stato gettato tra la spazzatura durante il trasloco. E proprio quel fiore, quel povero fiore appassito noi l'abbiamo messo nel nostro mazzo, perché quel fiore ha portato più gioia che non il più bel fiore del giardino reale."

"Ma come sai tutte queste cose?" domandò il bambino che l'angelo portava in cielo.

"Lo so, perché ero io stesso quel povero ragazzo malato che camminava con le stampelle!" spiegò l'angelo. "E conosco bene il mio fiore!"

 

UNA CODA DI PECORA

 

Una volta un pastore andò sulla collina per mettere al riparo le pecore.

C'era nebbia e freddo, e fu una faticaccia radunarle tutte. Quando ebbe finito, le contò e si accorse che ne mancava una. Uscì fuori per cercarla. Dopo aver girato a lungo, infine la trovò mezza annegata, in una palude. Solo la testa e la coda uscivano dal fango. Appena vide la pecora, il pastore le afferrò la coda e tirò. Ma il vello della pecora era inzuppato d'acqua e perciò la bestia pesava parecchio. Il pastore si levò il mantello, afferrò di nuovo la coda della pecora, e tirò più forte. Ma la pecora era ancora troppo pesante. Allora il pastore si tolse la giacchetta, afferrò di nuovo la coda della pecora e tirò ancora con più forza. Ma la pecora era sempre troppo pesante. Il pastore si sputò sulle mani, afferrò con forza la coda e tirò vigorosamente di nuovo.

La pecora era sempre troppo pesante, ma tira, tira, la coda si staccò. Se non si fosse staccata, il pastore avrebbe dovuto tirare ancora, e chissà come diventava lunga la nostra storia.

Ma la coda si è staccata e la storia è terminata.

 

UN RAGAZZO E UNA TARTARUGA (LEON BATTISTA ALBERTI)

 

Un ragazzo trovò una tartaruga e decise di ammazzarla scaraventandola contro il muro. Una vecchia, che passava di lì, gli disse:- Se speri di ammazzarla rompendo la sua corazza, ti affaticherai invano. T'insegnerò io,ad ucciderla con un filo di paglia.Il ragazzo domandò:- Com'è possibile?- Ecco - replicò la vecchia: - la tartaruga sta facendo di nuovo capolino. Quando avrà messo fuori la testa, tu gli dovrai bucare gli occhi con un filo di paglia. Lei ritornerà dentro, e per paura di essere ancora bucata, non uscirà più e morirà di fame. -- Faglielo tu, brutta vecchiaccia, questo lavoro! - gridò scandalizzato il ragazzo; e posando la tartaruga corse via.

 

L'USIGNOLO E LO SPARVIERO

 

Era una dolcissima giornata di primavera.

I rami fioriti di ogni albero si stagliavano sotto un cielo limpido e cristallino. Ogni animale del bosco era lieto di correre libero tra i mille profumi della natura appena risvegliatasi. Era bello vivere, gridare, ruzzolare nei campi, giocare all'aria aperta.

A questo pensava un grazioso usignolo svolazzando tra una pianta e l'altra. Egli era enormemente contento. Infatti era appena diventato papà di cinque meravigliosi uccellini. La sua cara mogliettina se ne stava premurosa nel nido a curare i simpaticissimi cucciolotti che ciangottavano allegramente, mentre lui vagava per il bosco in cerca di un po' di cibo per tutta la famiglia.

Attirato da quell'aria frizzante, il piccolino si trattenne in giro per i prati, assaporando il buon sapore di libertà. Ma, quando si decise a tornare a casa portando del mangime nel becco, notò in lontananza l'arrivo di un terribile sparviero che puntava dritto, dritto sul nido in cui si trovavano i suoi cuccioli.

Con coraggio e senza esitare, l'usignolo si posò sul ramo di un'alta pianta e cominciò a cantare con quanto fiato aveva in gola. Una melodia bellissima uscì dal suo beccuccio. Ogni creatura si fermò ad ascoltare. Era il canto di un genitore disperato. Lo sparviero, attirato da quel suono si lanciò deciso sull'uccellino agguantandolo saldamente e rivolando via velocemente.

L'usignolo, sfinito per il faticoso canto, si abbandonò felicemente agli artigli dello sparviero. Era riuscito a distogliere l'attenzione del rapace dai suoi piccoli grazie alla sua melodia canora.

Sì, quel padre aveva salvato i suoi figli con il proprio sacrificio.

L 'amore di un genitore riesce sempre a superare qualsiasi ostacolo per la salvezza dei propri figli.

 

L' INVERNO E LA PRIMAVERA

 

La Primavera e l'Inverno sono due stagioni completamente opposte che non sono mai riuscite a trovare la corretta armonia per andare d'accordo. Fortunatamente esse non devono convivere, infatti, quando compare una deve umilmente ritirarsi l'altro.

Un giorno il signor Inverno si trovò faccia a faccia con la giovane signorina Primavera. L'anziana stagione, con quella sua aria sapiente prese a dire: "Mia cara amica, tu non sai essere decisa e determinata. Quando giunge il tuo periodo annuale, le persone e gli animali ne approfittano per precipitarsi fuori dalle loro case o dalle loro tane e si riversano in quei prati che tu, con tanta premura, hai provveduto a far fiorire. Essi strappano i giovani arbusti, calpestano senza pietà l'erba e assorbono ogni sorso di quel sole splendente che, col tuo arrivo diventa più caldo. I tuoi frutti vengono ignobilmente raccolti e divorati e infine, con il baccano e la cagnara che tutti fanno, non ti permettono neppure di riposare in pace. Invece io incuto timore e rispetto con le mie nebbie, il freddo e il gelo. La gente si rintana in casa e non esce quasi mai per paura del brutto tempo e così mi lascia riposare tranquillo".

La bella e dolce Primavera, colpita da quelle parole, rispose: "Il mio arrivo è desiderato da tutti e le persone mi amano. Tu non puoi nemmeno immaginare cosa significhi essere tanto apprezzati. E' una sensazione bellissima che non potrai mai provare perché con il freddo che porti al tuo arrivo anche i cuori più caldi si raggelano".

L'inverno non disse più niente e si fermò a riflettere. Forse, essere ammirati ed amati dagli altri, poteva anche essere una bella sensazione.

Per ottenere rispetto ed amore non serve utilizzare la forza ed incutere paura invece i migliori risultati si ottengono con la bontà a la sensibilità.

 

LE OCHE CANTERINE NORD AMERICA

 

Un giorno un uomo andò a caccia per procurarsi qualcosa da mangiare, e mentre camminava camminava, sentì venire dall'alto un suono lamentoso. Alzò gli occhi e vide uno stormo d'oche selvatiche che attraversava il cielo. Volando le oche cantavano:

- Uh, uh, povere oche, uh, uh!

Il cacciatore alzò il fucile, sparò e colpì una delle oche. Quando questa cadde, le oche continuarono a cantare:- Uh, uh, povere oche, uh, uh!

L'uomo raccolse l'oca e la portò a casa dalla moglie, raccomandandole di cuocerla per il pranzo. La donna cominciò a spennarla, ma ogni penna che strappava volava fuori dalla finestra. E mentre la spennava e puliva, l'oca cominciò a cantare vivacemente:- Uh, uh, povere oche, uh, uh!

La donna accese il fuoco, prese una pentola e vi mise l'oca. E mentre stava cuocendo, l'oca riprese a cantare:- Uh, uh, povere oche, uh, uh!

Quando l'oca fu cotta la donna la portò in tavola. Ma appena l'uomo impugnò il coltello e la forchetta per tagliarla, l'oca riprese a cantare di nuovo:- Uh, uh, povere oche, uh, uh!

E appena l'uomo infilò il coltello e la forchetta nell'oca,improvvisamente sentì un tremendo frastuono, e attraverso la finestra entrò tutto lo stormo delle oche che cantavano fragorosamente:- Uh, uh, povere oche, uh, uh!

Ognuna aveva nel becco una piuma che infilò nell'oca sul tavolo, poi sollevarono il piatto e volarono via dalla finestra. E tutte le oche cantavano allegramente:- Uh, uh, povere oche, uh, uh!

E quella fu l'ultima volta che il cacciatore vide quell'oca, il piatto, il coltello e la forchetta.

 

LE LEPRI E LE PECORE ( ESTONIA )

 

Una volta tutte le lepri del mondo si riunirono sotto un grande pino per discutere la maniera di migliorare lo stato della loro famiglia.

- Non è giusto che noi abbiamo paura di tutti e che nessuno abbia paura di noi, - protestò una delle lepri più grosse - noi dobbiamo scappare via da gatti, cani e volpi. Non sappiamo dove andare a far la tana, e non abbiamo un rifugio per vivere in pace con le nostre mogli e i nostri figli- Non c'è posto dove possiamo pascolare tranquille. La gente ci dà la caccia. Come ci vedono, gridano: "Una lepre dagli, prendetela!". Piuttosto di continuare a far una vita simile, andiamo tutte a buttarci nello stagno. Dobbiamo pur morire, un giorno o l'altro.

Tutte le lepri furono d'accordo e si precipitarono verso lo stagno con l'intenzione di annegarsi. In riva allo stagno, però, pascolava un grosso gregge di pecore. Nel veder arrivare tutte quelle lepri, le pecore presero tanta paura che cominciarono a scappare. E il pastore e il suo cane dovettero rincorrerle.

Quando le lepri videro le pecore in fuga si misero a ridere e decisero che non si sarebbero più annegate. Finalmente avevano trovato qualcuno che aveva paura di loro!

Le lepri continuarono a ridere, a ridere e alla fine dal gran ridere gli si spaccò il labbro. E questa è la ragione per cui le lepri hanno ancora oggi il labbro spaccato.

 

LE FIAMME E LA CALDAIA (LEONARDO DA VINCI)

 

In mezzo alla tiepida cenere era rimasto un tizzo di carbone ancora acceso. Con grande penuria e con mol ta parsimonia consumava le sue ultime energie, nutrendosi del minimo indispensabile per non morire. Ma giunse l'ora di mettere la minestra sul fuoco, e perciò il focolare fu rifornito di nuova legna. Uno zolfanello, con la sua piccola fiamma, resuscitò il tizzo che pareva ormai spento; e una lingua di fuoco guizzò fra la legna, sopra alla quale era stata appesa la caldaia.

Rallegrandosi per i ceppi ben secchi che gli erano stati appoggiati sopra, il fuoco cominciò ad innalzarsi, cacciando via l'aria che sonnecchiava fra un legno e l'altro; e scherzando con la nuova legna, e divertendo si a correre di sopra e di sotto, come un tessitore di se stesso, si allargava sempre di più.

Cominciò, quindi, a far spuntare le sue lingue fuori della legna, aprendosi molte finestre, dalle quali sprizza va manciate di rutilanti faville: le tenebre che invadevano la cucina si allontanarono e fuggirono; mentre, sempre più gioiose, le fiamme crescevano scherzando con l'aria circostante, e incominciavano a cantare con un soave e dolce crepitio.

Il fuoco, vedendosi ormai così cresciuto sopra alla legna, incominciò a mutare il suo animo, di solito mansueto e tranquillo, in gonfia e antipatica superbia, illudendosi di esser lui ad attirare su quei pochi legni il dono della fiamma.

Si mise a sbuffare, a riempire di scoppi e di sfavillamenti tutto il focolare; drizzò le sue grandi fiamme verso l'alto, deciso a partire per un volo sublime.... e andò a sbattere nel fondo nero della caldaia.

 

LA ZANZARA E IL LEONE

 

C'era una piccola zanzara assai furba e spavalda. Stanca di giocare con le solite amiche, decise un giorno, di lanciare una sfida al Re della foresta. Si presentò così davanti al sovrano che era il leone e lo salutò con un rispettoso inchino. Il grande Re che era intento a schiacciare uno dei suoi pisolini più belli lungo la riva di un fiume, lanciò una distratta occhiata all'insetto. "Oh! Buongiorno". Rispose Sua Maestà spalancando la bocca in un possente sbadiglio.

La zanzara disse: "Sire, sono giunta davanti a Voi per lanciarvi una sfida!" Il leone, un po' più interessato, si risvegliò completamente e si mise ad ascoltare.

'Voi " continuò l'insetto "credete di essere il più forte degli animali eppure io dico che se facessimo un duello riuscirei a sconfiggervi!" Il Sovrano divertito disse: "Ebbene se sei tanto sicura,proviamo!"

In men che non si dica il piazzale si riempì di animali d'ogni genere desiderosi di assistere alla sfida. Il " Singolar Tenzone" ebbe inizio. L'insetto andò immediatamente a posarsi sul largo naso dell'avversario cominciando a pungerlo a più non posso. Il povero leone preso alla sprovvista tentò con le sue enormi zampe di scacciare la zanzara ma, invece di eliminarla, egli non fece altro che graffiarsi il naso con i suoi stessi artigli. Estenuato, il Re della foresta, si gettò a terra sconfitto. Così, la piccola zanzara fu acclamata da tutti i presenti. Levandosi in volo colma di gioia, la zanzara non si accorse però della tela di un ragno tessuta tra due rami e andò ad imprigionarvisi proprio contro. Intrappolato in quell'infida ragnatela l'insetto scoppiò in lacrime, consapevole del pericolo che stava correndo. Fortunatamente il leone, che aveva assistito alla scena, con una zampata distrusse la tela e liberò la piccolina dicendo:

"Eccoti salvata mia cara amica. Ricordati che esiste sempre qualcuno più forte di te! E questo me lo hai insegnato proprio tu!"

La zanzara, da quel giorno imparò a tenere un po' a freno la propria spavalderia.

Le persone troppo sicure di sé riescono, a volte, a superare gli ostacoli più grossi ma inciampano spesso nelle difficoltà più piccole.

 

LA VOLPE CON LA PANCIA PIENA

 

L'inverno era ormai alle porte. Gli alberi privi di foglie non offrivano più alcun riparo ed i piccoli animali si erano già preparati ad affrontare il freddo.

Una giovane volpe vagava solitaria in cerca di un po' di cibo con il quale placare quella fame terribile che l'aveva colpita. Erano molti giorni che non mangiava. Le sue abituali prede si erano rifugiate in caldi ripari nutrendosi con le scorte alimentari raccolte durante l'estate ed era impossibile stanarli. Così, il povero animale camminava sconsolato pensando che la fame era veramente una brutta nemica. All'improvviso, un profumo delizioso le stuzzicò le narici. La volpe si avvicinò al punto da cui si propagava l'inaspettata fragranza e finalmente vide un enorme pezzo d'arrosto premurosamente sistemato nell'incavo di una quercia. Sicuramente era il pranzo dimenticato da qualche pastore.

L'animale si intrufolò nella cavità della pianta, riuscendo ad entrarvi con molta fatica. Quando si trovò all'interno del buco poté placare la propria irresistibile fame, divorando la carne in un boccone. Trascorsi alcuni minuti, la volpe con la pancia spaventosamente piena, decise di uscire dall'incavo per tornare all'aperto. Ma appena tentò di oltrepassare il buco dal quale era entrata scoprì di non essere più in grado di superarlo! Aveva mangiato troppo ed era diventata molto più grossa rispetto a prima. Spaventatissima si sforzò cosi tanto per uscire che alla fine rimase irreparabilmente incastrata nella fenditura!

Lo sfortunato animale iniziò a gridare finché una seconda volpe passando la vide e saputo quanto accaduto disse: "E' inutile strillare. Avresti dovuto avere pazienza ed aspettare tranquilla all'interno della pianta fino a quando la tua pancia non diminuiva. Invece l'impulsività ti ha ridotto in questa condizione e dovrai comunque aspettare finché non smaltirai ciò che hai mangiato".

Così, la povera volpe rimase incastrata nella cavità per più di un giorno, rimpiangendo il calduccio che avrebbe trovato se avesse aspettato paziente all'interno della quercia.

La pazienza e il tempo sono degli ottimi alleati per affrontare qualsiasi difficoltà

La volpe e l'uva (Fedro)

 

- Che fame! - esclamò la volpe, che era a digiuno da un paio di giorni e non trovava niente da mettere sotto i denti; girellando qua e là, capitò per caso in una vigna, piena di grappoli bruni e dorati- Bella quell'uva! - disse allora la volpe, spiccando un primo balzo per cercare di afferrarne un grappolo. - Ma com'è alta! - e fece un altro salto. Più saltava e più le veniva fame: fece qualche passo indietro e prese la rincorsa: niente ancora! Non ce la faceva proprio. Quando si accorse che tutti i suoi sforzi non servivano a nulla e che, continuando così, avrebbe potuto farsi deridere da un gattino che se ne stava a sonnecchiare in cima alla pergola, esclamò:- Che bruffa uva! È ancora acerba, e a me l'uva acerba non piace davvero!E si allontanò di là con molta dignità, ma con una gran rabbia in cuore.

 

LA VOLPE E LA PANTERA

 

Al di là di un boschetto di frassini profumati vi era un bellissimo laghetto dalle acque limpide e cristalline davanti al quale, due giovani animali accarezzati da un lieve venticello primaverile, si stavano specchiando, rimirando ciascuno il proprio portamento fiero e il colore del pelo. Si trattava di una graziosa pantera e di una volpe ugualmente carina.

"Vuoi mettere la mia figura con la tua?" Disse la pantera all'amica. "Tu sei goffa e piccola io invece sono snella, slanciata e flessuosa. Il mio portamento è tale che perfino gli uomini usano il mio nome per indicare certe donne dal fascino aggressivo!" La volpe, dopo avere ascoltato in silenzio rispose; "Io sarò forse meno bella e più piccola ma sono comunque più piacente e più simpatica. E poi il mio pelo è senza dubbio più folto e più caldo del tuo. A proposito di donne, se tu andassi in città vedresti quante signore si fanno belle indossando la mia pelliccia morbida, a volte rossa e altre volte argentata".

Sempre più altezzosa, la pantera ribatté: "In quanto al pelo, si, è vero, il mio è più corto ma è più lucido e splendente, inoltre nella mia famiglia c'è da sbizzarrirsi nella scelta dei colori. So di non peccare di vanità dicendo di essere molto più bella dite!"

Solo in quel momento la volpe si rese conto di essere stata al gioco di quella frivola compagna la quale badava solamente al proprio aspetto tisico, così concluse: "Cara amica, sicuramente tu sei ammirata da tutti per la tua bellezza esteriore. Io invece sono molto più apprezzata per la mia intelligenza e la mia furbizia. Ti assicuro che sono queste le doti più importanti e non le scambierei mai con qualità puramente estetiche!"

A quelle parole la pantera non fu in grado di ribattere e non le rimase altro che tacere di fronte all'evidenza dei fatti.

L'intelligenza e la bontà sono doti interiori molto più apprezzabili della bellezza fisica.

 

LA VOLPE E LA CICOGNA (da Esopo)

 

La volpe e la cicogna erano buone amiche. Un tempo si vedevano spesso, e un giorno la volpe invitò a pranzo la cicogna; per farle uno scherzo, le servì della minestra in una scodella poco profonda: la volpe leccava facilmente, ma la cicogna riusciva soltanto a bagnare la punta del lungo becco e dopo pranzo era più affamata di prima.

- Mi dispiace - disse la volpe - La minestra non è di tuo gradimento?

- Oh, non ti preoccupare: spero anzi che vorrai restituirmi la visita e che verrai presto a pranzo da me - rispose la cicogna.

Così fu stabilito il giorno in cui la volpe sarebbe andata a trovare la cicogna.

Sedettero a tavola, mai i cibi erano preparati in vasi dal collo lungo e stretto nei quali la volpe non riusciva ad infilare il muso: tutto ciò che potè fare fu leccare l'esterno del vaso, mentre la cicogna tuffava il becco nel brodo e ne tirava fuori saporitissime rane.

- Non ti piace, cara, ciò che ho preparato? -

Fu così che la volpe burlona fu a sua volta presa in giro dalla cicogna.

 

LA VOLPE E IL ROVO (da Esopo)

 

C'era una volta una graziosa volpe dal manto marrone e lucente che viveva in una piccola casetta in mezzo al bosco. Un bel mattino di primavera l'animale uscì dalla propria abitazione con l'intenzione di procurarsi una preda per il mezzogiorno.

Vagando per la brughiera fischiettando allegramente, la volpe attirò l'attenzione di un ingenuo leprottino il quale, incuriosito, le si avvicinò per osservarla meglio. L'astuta volpe non si lasciò sfuggire l'occasione e sorridendo al cucciolotto gli disse: "Buongiorno a te mio piccolo amico. Cosa fai tutto solo in questi boschi?" Il leprotto divenne improvvisamente diffidente di fronte a tutto quell'interessamento e, indietreggiando piano rispose: "Oh, niente, proprio niente. Anzi, adesso che ci penso, dovevo tornare a casa". Ma la volpe non aveva alcuna intenzione di lasciarsi scappare un bocconcino casi prelibato. Quindi, con un abile balzo si gettò sull'animaletto per afferrarlo. Fortunatamente il piccolino, risvegliato dall'improvviso attacco, riuscì a schivare l'aggressione con un veloce salto indietro, precipitandosi in una folle fuga verso il limitare del bosco. La volpe lo seguì fino a quando non si trovò sull'orlo di una grossa buca. Per evitare di cadere nel vuoto l'animale di aggrappò ad una siepe di Rovo graffiandosi e pungendosi con le sue spine. Abbandonando l'inseguimento la povera volpe rimase seduta di fronte al Rovo leccandosi le ferite da questo provocate.

"Che stupida sono stata!" Si disse fra sé "Mi sono aggrappata alla prima cosa che ho trovato per non cadere in una buca e mi sono procurata solo graffi e punture. Tanto valeva proseguire l'inseguimento e tuffarmi nella fossa".

Ma per quel giorno ormai non poteva più far niente e camminando piano per il male, se ne tornò a casa sconsolata.

Spesso la paura dell'ignoto ci costringe a indietreggiare ed a fermarci anche se questo, a volte, può essere meno vantaggioso.

 

LA VOLPE E IL LEONE (da Esopo)

 

Quella mattina una volpe se ne andava tranquilla per i prati rifioriti dopo la brutta stagione invernale. I profumi della natura le solleticavano le nari accarezzandole la fantasia, permettendole di sognare paesi lontani, belli e sconosciuti.

All'improvviso la sua attenzione venne richiamata da un violento ruggito.Era un verso che non aveva mai sentito e, terrorizzata, fuggì a nascondersi dietro ad un cespuglio. Da li poté vedere, riparata tra le foglie, il terribile animale che aveva emesso quel suono: si trattava di un leone, una bestia a lei sconosciuta. Spaventata, la povera volpe, scappò via il più velocemente possibile.

Trascorsero un paio di giorni tranquilli dopo quel brutto incontro che sembrava quasi essere stato dimenticato, quando, d'un tratto, la piccola volpe si imbatté ancora nel leone.

Questa volta il Re della foresta le apparve proprio davanti ostacolandole il cammino. Essa, impaurita, iniziò a tremare come una foglia senza tuttavia fuggire ma rimanendo ferma al suo posto fino a quando il leone non si fu allontanato.

La terza volta che la volpe si imbatté in quel grosso e possente animale dal risonante ruggito, scoprì che il proprio timore nei suoi confronti andava pian piano assopendosi.

Così, durante il successivo incontro con il leone, si dimostrò molto più calma e riuscì persino a guardarlo bene dentro agli occhi salutandolo con un cordiale 'buongiorno!".

Infine, quando ebbe ancora modo di vederlo, la volpe provò a parlargli e riuscì finalmente a scoprire in lui doti come il coraggio e l'intelligenza.

Da quel giorno non si stancò mai di ascoltarlo sicura che, dall'esperienza di un animale così astuto e bravo cacciatore, avrebbe tratto solo vantaggi.

Se imparassimo a conoscere ciò che ci spaventa, riusciremmo a superare le nostre paure.

 

LA VOLPE E IL CORVO ( FEDRO )

 

Messer corvo aveva trovato sul davanzale della finestra un bel pezzo di formaggio: era proprio la sua passione e volò sul ramo di un albero per mangiarselo in santa pace. Ed ecco passare di là una volpe furbacchiona, che al primo colpo d'occhio notò quel magnifico formaggio giallo. Subito pensò come rubarglielo.

"Salire sull'albero non posso" si disse la volpe, "perché lui volerebbe via immediatamente, ed io non ho le ali... Qui bisogna giocare d'astuzia!".

- Che belle penne nere hai! - esclamò allora abbastanza forte per farsi sentire dal corvo; - se la tua voce è bella come le tue penne, tu certo sei il re degli uccelli! Fammela sentire, ti prego!

Quel vanitoso del Corvo, sentendosi lodare, non resistette alla tentazione di far udire il suo brutto cra crà!, ma, appena aprì il becco, il pezzo di formaggio gli cadde e la volpe fu ben lesta ad afferrarlo e a scappare, ridendosi di lui.

 

LA VOLPE E IL CAPRONE (DA: JEAN DE LA FONTAINE )

 

Una volpe era caduta in un pozzo e non poteva più uscirne. Un caprone assetato viene allo stesso pozzo guarda dentro e la vede: - E' buona quest'acqua? Era la fortuna inattesa. - Se è buona! Scendi giù, amico mio! Scendi: è una delizia!

E quello stordito si caccia giù e beve sino a saziarsene. Quando ebbe bevuto, si guardò intorno. - E ora come si fa a risalire?

- Già, è un affaraccio; ma c'è un modo di salvare te e me. Guarda: tu appoggi i piedi davanti, così, in alto, contro il muro, e rizzi le corna; io m'arrampico e poi ti tiro su. Va bene?

- Facciamo pure così rispose quel bonaccione; e così fece.

La volpe, saltando lesta lungo le gambe, le spalle e le corna del suo compagno, si trovò subito al collo del pozzo; e già se ne andava.

- Ohé, - gridò il malcapitato - te ne vai? E così mi tradisci?

La volpe si rivoltò verso di lui : - Se tu avessi tanti ragionamenti nella testa quanti hai peli sotto il mento non saresti sceso giù, prima d'aver pensato al modo di risalire.

 

LA VOLPE E IL CANE

 

La volpe quel mattino era disperatamente affamata. Camminava trascinandosi le zampe per la mancanza di forze, annusando ogni angolo del bosco alla ricerca di qualche boccone.

Niente! Non c'era proprio niente da mangiare.

Ormai sfinita, la povera bestiola, si spinse fino alle valli erbose della campagna dove pascolava tranquillo un gregge di pecore Allettata dalla possibilità di trovare qualche preda, decise di mischiarsi con indifferenza agli ovini e, pensando di passare inosservata, afferrò un agnellino stringendolo a sé con fare materno. La sua intenzione era quella di allontanarsi con il cucciolo in braccio e di portarselo nel bosco dove lo avrebbe mangiato in pace.

Fortunatamente, il cane pastore, si accorse immediatamente della presenza di un intruso e si avvicinò alla volpe dicendole in tono minaccioso: "Cosa credi di fare con quell'agnellino in braccio?"

La volpe, accecata dalla fame, rispose: "Lo voglio solo accarezzare!"

Ma il cane, che conosceva bene la natura di quell'animale, gli ordinò: "Posa immediatamente quel cucciolo altrimenti ti farò assaggiare le mie carezze e scoprirai quanto sono dolci!"

La volpe, che non aveva le forze sufficienti per opporre resistenza, lasciò libero l'agnello e si allontanò con la coda tra le zampe.

Per quel giorno la povera volpe fu costretta ad accontentarsi di qualche crosta di formaggio.

Non bisogna mai fidarsi dei falsi sorrisi di persone notoriamente crudeli ed egoiste.

 

LA TESTA E LA CODA DEL SERPENTE (DA TOLSTOJ )

 

Un giorno la coda del serpente attaccò lite con la testa: si doveva stabilire quale delle due dovesse andare avanti per prima.La testa diceva: - Tu non puoi andare avanti per prima: non hai occhi e non hai orecchi!La coda rispondeva: - In compenso, però, io ho la forza. Sono io che ti faccio muovere. Se per capriccio mi arrotolo intorno ad un albero, tu non ti puoi spostare più.Propose la testa: - Allora, separiamoci. La coda si staccò dalla testa e cominciò a strisciare sola. Ma poco dopo non vide un crepaccio e vi precipitò dentro.

 

L'ASINO SELVATICO E L'ASINO DOMESTICO (da Esopo)

 

C'era una volta un simpatico asinello selvatico che trascorreva le sue giornate in libertà, passeggiando per i campi e mangiando il cibo che trovava. Durante uno dei suoi giri quotidiani ebbe modo di vedere un suo simile, dall'aspetto sano e robusto, che brucava l'erba in un grande prato cintato da un'alta staccionata di legno. Esso, osservando l'animale domestico, pensò: "Che bella vita! Lui sì che sta bene: é spensierato, senza problemi e con il cibo a volontà". In effetti l'altro asino sembrava proprio fortunato: gli venivano serviti due pasti abbondanti al giorno, riposava in una stalla bene attrezzata ed aveva un pascolo meraviglioso a sua disposizione.

L'asino selvatico, invece, doveva accontentarsi dei miseri sterpi che riusciva a trovare ai margini della strada, perché i prati ricoperti di erbetta fresca erano tutti privati. Ogni tanto, il povero asinello appoggiava il muso sulla cima della staccionata e, guardando l'altro, lo invidiava da morire.

Un giorno, pero, il giovane asinello, girovagando tranquillo, incontrò sulla via, un animale talmente sovraccarico di legna, sacchi di grano ed altro da non essere in grado di capire di che bestia si trattasse. Quando questa, per reagire ad una violenta frustata del suo padrone, tirò un calcio e alzò il muso, lo riconobbe: era l'asino domestico che fino a quel giorno aveva tanto invidiato!

"Eh, caro mio," gli gridò affiancandosi a lui "a questo prezzo non farei mai cambio con te. Nessuno mi comanda, io sono libero e leggero come una libellula. Se poi non mangio bene come te, meglio, mi mantengo in linea. E per sopravvivere mi arrangio". Dopo quell'incontro l'asino selvatico non provò più alcuna invidia per il suo simile.

E' meglio possedere poco vivendo felici piuttosto che avere la ricchezza a costo di tante sofferenze.

 

L'ASINO, LA VOLPE E IL LEONE (ESOPO)

 

Un asino ed una volpe fecero amicizia e insieme se ne andarono a caccia. Incontrarono un leone dall'aria minacciosa.

La volpe intuì il pericolo che stava correndo, gli si avvicinò e cominciò a parlargli: si impegnava a consegnargli l'asino, in cambio della sua salvezza. I leone le promise la libertà: così la volpe condusse l'asino verso una trappola e ce lo lasciò cadere. Il leone, appena vide che l'asino era nell'impossibilità di fuggire, assalì per primo la volpe e poi, con calma, ritornò ad occuparsi dell'animale che era caduto nella trappola.

 

LA SCIMMIA E IL CAMMELLO (da Esopo)

 

Quello era un giorno particolarmente importante. Infatti, dalla foresta era partito un invito rivolto ai delegati di ogni specie animale che avrebbero dovuto riunirsi in una assemblea durante la quale si sarebbe discusso di un argomento molto serio.

Non mancò proprio nessuno.

Il primo a prendere la parola fu il leone, indiscusso Re degli animali. Nel rispettoso silenzio generale egli disse: "Carissimi sudditi, ci siamo riuniti oggi allo scopo di stabilire una pace duratura tra noi, eliminando ogni diverbio e ogni invidia per riuscire così ad affrontare insieme gli eventuali pericoli provocati dall'uomo alla natura". Il discorso continuò a lungo, sottolineato da applausi di assenso. Erano dunque tutti d'accordo: era necessario unirsi per superare qualsiasi problema.

Al termine dell'assemblea, ogni animale prese parte al grande pranzo organizzato per l'occasione. Ci fu cibo in abbondanza e bevande a volontà. Quando tutti furono sazi e soddisfatti qualcuno chiese alla scimmia, notoriamente allegra e vivace, di allietare la cerimonia con qualche spettacolo divertente. Questa, senza farsi pregare, salì sulla pedana e con agilità e simpatia diede inizio ad un numero spassosissimo ricco di salti acrobatici, capriole e danze. Estasiati gli spettatori applaudirono come non mai, divertiti dall'abilità di quell'insolito comico.

L'unico che rimase in silenzio fu il cammello che, geloso del successo ottenuto dalla scimmia, decise di esibirsi anch'egli sul palco attirando l'attenzione su di sé. Questo buffo animale diede il via ad un balletto goffo e sgraziato. Egli non era affatto agile ne' divertente. Tra i fischi generali fu così costretto a ritirarsi nascondendosi in un angolo dove ripensò ai buoni propositi di cui si era discusso durante l'assemblea: certo, per restare tutti uniti ed amici egli doveva cominciare ad ingoiare un po' della propria invidia.

L invidia è il peggiore dei difetti perché ci impedisce di ragionare e ci costringe a lanciarci in imprese di cui non siamo all'altezza.

 

LA SAGGIA GALLINA

 

Un giorno una gallina stava becchettando e razzolando sotto un albero fuori dal villaggio, quando uno sciacallo corse verso di lei. Era molto affamato e già si rallegrava al pensiero di una saporita pollastra per pranzo. Ma la gallina lo vide e volò sull'albero.

- Buondì, piccola gallina, disse lo sciacallo, - hai sentito le ultime notizie?

- Che notizie? - chiese la gallina.

- Che notizie? La più grande notizia di tutti i tempi; tutti gli animali hanno fatto la pace tra loro. Ora gli animali sono amici, e nessuno deve più temere l'altro. Perciò puoi scendere tranquillamente da quell'albero, non ti mangerò.

Ma la gallina era saggia, sapeva in che conto tenere le parole dello sciacallo, e rispose:

- Sono contenta di non doverti più temere, ma quassù c'è una vista migliore. Posso vedere tutte le strade del mio villaggio.

- E cosa c'è di speciale da vedere nel tuo villaggio? - le domandò lo sciacallo.

- Nulla di speciale, solo un gruppo di cani che corre in questa direzione.

Come sentì questo lo sciacallo balzò in piedi e scappò via.

- Ma perché scappi? - gli gridò dietro la gallina.

- Hai appena detto che tutti gli animali hanno fatto la pace tra loro! I cani non ti daranno nessun fastidio!

- Pensi che non conosca quegli stupidi cani del villaggio? Certamente non sanno ancora la notizia! - gridò lo sciacallo e sparì in un baleno.

(Tagichistan)

IL CERVELLO DELLE GALLINE

 

Cambiano i personaggi ma le situazioni sono quasi sempre simili nello favole. Da una parte c'è chi cerca di fare il furbo e dall'altra chi cerca di non cadere nel tranello tesogli dal furbo. In questa favola la parte del furbo la fa lo sciacallo, ma la gallina, ritenuta un animale piuttosto stupido, dimostra, invece, di avere cervello.

A proposito di galline, lo scrittore Luigi Malerba ha scritto delle storielle simpaticissime che hanno come protagoniste le galline; si trovano tutte nel libro intitolato Le galline pensierose.

 

L'AQUILA E LA VOLPE

 

Una bellissima aquila reale, volava allegramente in un cielo limpidissimo, sovrastando l'intero paesaggio con le sue magnifiche

ali. Sotto di lei si dipanavano vaste praterie, distese boscose, fiumi e montagne. Lentamente andò a planare ai piedi di un grande albero, sulla cima del quale aveva edificato il proprio nido. Sulla base della stessa pianta, all'interno di un incavo molto profondo, viveva una graziosa volpe dal pelo morbido e lucente. I due animali erano grandi amici ormai da diverso tempo e si scambiavano quotidianamente reciproche cortesie. A distanza di poco tempo una dall'altra sia l'aquila che la volpe, assistettero alla nascita dei loro splendidi cuccioli. Al colmo della gioia le amiche sembravano trasformate: ognuna aveva occhi solo per i propri piccoli ed il tempo delle gentilezze pareva terminato forse per sempre..

Accadde però, durante uno dei giorni di fine stagione, che il cielo improvvisamente, divenne cupo e scuro. Dai pesantissimi nuvoloni che lo ricoprivano, scrosciò fuori una tremenda fiumana di pioggia che cadde con violenza sul terreno. Il grande albero nel quale vivevano l'uccello e la volpe venne inondato e agli animali non rimase altro che la fuga. L'aquila afferrò i suoi piccoli che ancora non sapevano volare, e si lanciò nel vuoto volando via veloce, non riuscendo però a vedere il terreno dove potersi posare. La volpe invece, tenendo stretti a sé i suoi cuccioli, iniziò a correre alla cieca senza sapere se la strada imboccata fosse diretta al fiume che stava straripando oppure verso le montagne più sicure. Quasi per caso, l'aquila, dall'alto, vide l'amica in difficoltà e le gridò: "No, non andare da quella parte. Le montagne sono dietro di te!" Grata dell'aiuto ricevuto, la volpe si mise a correre nella direzione opposta e, quando finalmente giunse in un luogo sicuro, nascosto dalle piante, chiamò l'aquila dicendole: "Vieni a ripararti qua sotto. La pioggia non penetra quaggiù e il terreno è asciutto!" Così, le due amiche ritrovando la solidarietà perduta, riuscirono a salvarsi da quella catastrofe.

L'amicizia e la solidarietà sono le migliori alleate per affrontare positivamente i momenti più difficili.

 

L'AQUILA E LO SCARAFAGGIO (ESOPO)

 

Un'aquila inseguiva una lepre per catturarla. Questa non sapeva come trovare aiuto; così, visto uno scarafaggio, il solo essere in cui il caso la fece imbattere, si diede a supplicarlo. Lo scarafaggio la rassicurò e, appena l'aquila gli si avvicinò, prese a scongiurarla perché non gli portasse via la povera lepre. Ma l'aquila non si curò di quel piccolo insetto nero e divorò la lepre proprio sotto i suoi occhi. Memore dell'offesa, lo scarafaggio, da allora, prese a seguire l'aquila con costanza: osservava i luoghi dove quella faceva il nido e deponeva le uova; volava al nido, si posava sulle uova e le faceva rotolare provocandone la rottura.

Cacciata da tutti i luoghi, l'aquila un giorno si rivolse a Giove e lo pregò di procurarle un luogo sicuro, dove poter fare le sue covate. Giove le permise di deporre le uova nel proprio grembo. Ma lo scarafaggio ideò uno stratagemma: fece una pallottola di sterco, volò sopra il grembo di Giove e ve lo lasciò cadere.

Il dio, per liberarsi da quella sporcizia, si alzò n piedi con uno scatto e, senza rendersene conto, fece cadere a terra le uova. Da quel tempo, si dice che nella stagione in cui appaiono gli scarafaggi le aquile non facciano il nido.

 

LA PULCE E IL BUE

 

Quel giorno una piccola pulce sembrava meno vivace del solito. Le sue minuscole alette non avevano voglia di scuotersi e le zampettine che normalmente la portavano a saltellare avanti e indietro, erano pressoché immobili.

Era una pulce graziosa e nervosetta, anche se quel mattino la noia pare va essersi impossessata di lei. Per vivacizzare le sue ore decise di andare a trovare il bue della fattoria. Il grande animale pascolava quieto nelle verdeggianti distese erbose che circondavano le stalle, scuotendo di tanto in tanto la sua lunga coda sotto i caldi raggi del sole.

Con agili piroette l'animaletto andò a posarsi davanti a lui. "Salve " Strillò con un vocino acuto. "Oh, buongiorno". Rispose gentilmente il bue avvicinando il suo grosso muso al minuscolo corpicino dell'insetto. "Sai", disse la piccolina "avevo voglia di chiacchierare con qualcuno"

"Bene, e di cosa vogliamo parlare?" Chiese il bue. "Non so..., raccontami un po' del tuo lavoro "

"Io lavoro per l'uomo e svolgo duri compiti. Il mio padrone é un contadino e per lui tiro l'aratro, obbedendo a ogni suo ordine". Spiegò il bue. "Che buffo!" Squittì la piccola pulce "Io invece non prendo ordini da nessuno e mi riposo quando ne ho voglia. L'unica cosa a cui devo fare attenzione è di non essere schiacciata dalle manacce di qualcuno. Ma tu cosa ne ricavi da tanta fatica?" Il bue, con un moto di commozione nella voce, mormorò: "Ecco vedi, quelle mani di cui tu hai paura, si trasformano per me in tenere carezze". Mentre parlava alcune lacrime di gioia gli scivolarono lungo il muso. "L'uomo apprezza il lavoro che svolgo per lui e mi ripaga con tanto affetto." La pulce, stupita dal pianto del suo amico, si allontanò piano ripensando a quanto udito. Chissà, forse quell'affetto di cui il bue parlava con tanta commozione era veramente un bel premio.

A volte è difficile comprendere come per certe persone realmente disinteressate l'affetto possa costituire la migliore ricompensa del loro operato.

 

L'ASINO VESTITO DELLA PELLE DEL LEONE E LA VOLPE (LEONE TOLSTOJ)

 

Un asino si mise addosso la pelle di un leone e andava attorno seminando il terrore fra tutte le bestie. Vide una volpe e volle provarsi a far paura anche a lei. Ma quella, che per caso aveva già sentito la sua voce un'altra volta, gli disse:

- Sta pur sicuro che, se non ti avessi ma sentito ragliare, avresti fatto paura anche a me -.

Cosi ci sono degli ignoranti che, grazie alle loro fastose apparenze, sembrerebbero persone importanti, se la smania di parlare non li tradisse.

 

LA LEPRE E LA TARTARUGA

 

La lepre un giorno si vantava con gli altri animali:

Nessuno può battermi in velocità - diceva - Sfido chiunque a correre come me.

-La tartaruga, con la sua solita calma, disse: - Accetto la sfida. -

- Questa è buona! - esclamò la lepre; e scoppiò a ridere.

- Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. - Vuoi fare questa gara? -Così fu stabilito un percorso e dato il via.

La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino.

La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l'altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo.

Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara.

La tartaruga sorridendo disse:

"Non serve correre, bisogna partire in tempo."

(da Esopo)

 

LA LEONESSA E LA VOLPE

 

Serenamente accucciate all'ombra di una fresca pianta situata nel cuore della foresta, una tranquilla leonessa e una placida volpe, chiacchieravano tra loro come due vecchie amiche, discutendo del più e del meno.

Per un ascoltatore attento non era difficile però, scoprire che, nascoste nelle loro parole, vi era racchiuso un pizzico d'invidia. In effetti, la volpe, desiderava possedere lo stesso coraggio e l'identica sicurezza che alimentavano il comportamento dell'amica la leonessa, mentre a questa sarebbe piaciuto conquistare la celebre furbizia dell'altra.

Nonostante le piccole gelosie racchiuse nei loro cuori, entrambe mantenevano un rapporto forzatamente cortese, scambiandosi sorrisi ed esagerati complimenti.

Finché, un giorno, passeggiando insieme nel bosco con i rispettivi cuccioli che trotterellavano amabilmente intorno a loro, giocando e rincorrendosi fra gli alberi, la volpe non riuscì più a trattenere una frase alimentata unicamente dall'invidia.

"Mia cara " disse atteggiandosi a gran dama e indicando con lo sguardo i suoi piccoli, "tu avrai anche un portamento da regina, possiedi grande forza e vigore, ma, in quanto a madre, devi ammettere che io sono più portata. Guarda i miei cinque volpacchiotti come giocano felici tra loro. Invece tu hai messo al mondo un solo figliolo e, poveretto, sembra tanto triste senza fratelli!"

Evitando di scomporsi, la leonessa rispose: "Certo amica mia, io ho partorito un solo cucciolo. Ma questo piccolo vale più d'ogni altro animale. Egli è un leone e, una volta cresciuto, sarà un Re!" Non potendo ribattere niente la volpe si limitò ad ingoiare la propria gelosia accettando ciò che la natura aveva dispensato.

E' inutile invidiare ciò che non si possiede perché ognuno

dispone di quello che la natura gli ha attribuito.

 

LA GIRAFFA VANITOSA

 

Ai limiti di una grande foresta viveva tra gli altri animali una giraffa bellissima, agile e snella, più alta di qualunque altra. Sapendo di essere ammirata non solo dalle sue compagne ma da tutti gli animali era diventata superba e non aveva più rispetto per nessuno, né dava aiuto a chi glielo chiedeva. Anzi se ne andava in giro tutto il santo giorno per mostrare la sua bellezza agli uni e agli altri dicendo: - Guardatemi, io sono la più bella. - Gli altri animali, stufi di udire le sue vanterie, la prendevano in giro, ma la giraffa vanitosa era troppo occupata a rimirarsi per dar loro retta. Un giorno la scimmia decise di darle una lezione. Si mise a blandirla con parole che accarezzavano le orecchie della giraffa: - Ma come sei bella! Ma come sei alta! La tua testa arriva dove nessuno altro animale può giungere... - E così dicendo, la condusse verso la palma della foresta. Quando furono giunti là, la scimmia chiese alla giraffa di prendere i datteri che stavano in alto e che erano i più dolci. lì suo collo era lunghissimo, ma per quanto si sforzasse di allungarlo ancor di più, non riusciva a raggiungere il frutto. Allora la scimmia, con un balzo, saltò sul dorso della giraffa, poi sul collo e finalmente si issò sulla sua testa riuscendo ad afferrare il frutto desiderato. Una volta tornata a terra, la scimmia disse alla giraffa: - Vedi, cara mia, sei la più alta, la più bella, però non puoi vivere senza gli altri, non puoi fare a meno degli altri animali.

La giraffa imparò la lezione e da quel giorno cominciò a collaborare con gli altri e a rispettarli.

La lezione

Rispetto alle altre favole questa si conclude in modo molto diverso. Non c'è la punizione, ma un cambiamento di comportamento. La giraffa vanitosa infatti incomincia a collaborare con gli altri e a rispettarli.

 

LA FURBA TARTARUGA

 

Sulla riva dello stagno, una volpe affamata vide una rana e si avvicinò piano piano per mangiarsela.

Ma li accanto c'era una tartaruga che capì le intenzioni della volpe e le diede un gran morso alla coda, permettendo così alla rana di mettersi in salvo. La volpe, infuriata, si girò di scatto e vide la tartaruga che le mordeva la coda.

Cercò allora di mangiarla al posto della rana; ma la tartaruga velocissima nascose la testa, le zampe e la codina dentro al suo guscio. La volpe tentò di mordere il guscio durissimo, ma riuscì solo a rovinarsi i denti nello sforzo. Allora la volpe minacciò:

- Tartaruga, ti faccio volare in cielo e poi cadrai a terra e morirai! - E la tartaruga furba: - Oh sì, ti prego, lanciami nel cielo, così potrò giocare lassù!

- La volpe allora cambiò minaccia: - Ti butterò nel fuoco così brucerai!

E la tartaruga implorò: - Ti prego buttami nel fuoco, sento molto freddo e così mi riscalderò! - E la volpe di nuovo: - Ti butterò nello stagno così affogherai! - La tartaruga piangendo si mise a supplicare: - No, ti prego, volpe, perdonami! Non buttarmi nello stagno perché ho molta paura dell'acqua. Annegherò, se lo farai!

La volpe allora condusse la tartaruga sulla riva del lo stagno e la gettò nell'acqua.

Appena fu nello stagno, la tartaruga distese le zampette e nuotò agilmente finché raggiunse la sua amica rana. E le due amiche presero in giro la volpe dicendo: - Volpe, vuoi ancora mangiarci? Vieni a prenderci!

La volpe cercò di raggiungerle, ma non sapeva nuotare e così affogò.

 

LA FORZA DELL'AMICIZIA (CAMBOGIA)

 

C'erano una volta tre amici: un cervo, una tartaruga e un uccello. Una notte il cervo rimase impigliato in una rete con una delle sue corna. Tentò prima di liberarsi da solo, ma quando capì che né con le corna né con gli zoccoli sarebbe mai riuscito ad aprire un buco nella rete, chiamò in aiuto la sua amica tartaruga.

La tartaruga accorse immediatamente e cominciò a rodere i fili della rete, uno per uno. Ma era ancora tutta intenta nel suo lavoro, quando cominciò ad albeggiare. lì cacciatore che aveva teso la rete si alzò, prese arco e frecce e si diresse verso la foresta.

Era appena entrato nel bosco, che un altro amico del cervo, l'uccello, lo scorse. Per distrarre il cacciatore, l'uccello cominciò a volargli sopra la testa, come se fosse ferito. E il cacciatore perdette tempo a inseguirlo, mentre la tartaruga finiva di liberare il cervo.

Quando finalmente il cacciatore arrivò vicino alla rete, trovò che era stata rotta e che era vuota. Preso dall'ira, afferrò il suo arco, vi aggiustò una freccia e mirò all'uccello. Mentre stava per tirare, la tartaruga gli morse un dito del piede. Il cacciatore mandò un urlo, sbagliò il bersaglio e l'uccello volò via. Egli afferrò allora la tartaruga, la gettò nel suo tascapane e si avviò verso casa.

Strada facendo, sentì fame. Si sedette all'ombra di un albero, e cominciò a mangiare le sue crocchette di riso. Mentre se ne stava seduto, il cervo gli si avvicinò alle spalle, sollevò pian piano con le corna il tascapane e fuggì via nella foresta, dove a un certo punto stava ad aspettarlo l'uccello.

Questo si gettò sul tascapane, a colpi di becco lo strappò e fece uscire la tartaruga. Così i tre amici si salvarono l'un l'altro.

 

LA FORTUNA DEL CAVALLO (ESOPO)

 

Un giorno un cavallo, ricco d'ornamenti, venne incontro a un asino che, stanco e carico com'era, tardò a dargli la via.

" Avrei una gran voglia - disse - di fracassarti a calci ".

L'asino non rispose: e con un gemito chiamò testimoni gli dei. Passò qualche tempo.

Il cavallo durante una corsa, azzoppò e fu mandato a servire in campagna. Appena l'asino lo vide tutto carico di letame: " Ricordi - domandò - che boria e che pompa? Ah? E che n'hai avuto? Eccoti ridotto alla miseria che prima spregiavi ".

I felici che disprezzano l'umile, sanno essi quale sarà il proprio domani?

 

LA FORMICA E LA COLOMBA (LEONE TOLSTOJ)

 

Una formica era assetata e sì avvicinò alla riva di un ruscello. Un'onda la investì e la fece cadere nell'acqua. Una colomba, che passava portando un ramoscello nel becco, vide la formica in pericolo e le lanciò il ramoscello. La formica vi si aggrappò e fu salva. Qualche tempo dopo, un cacciatore stava per catturare la colomba nella sua rete. La formica gli si accostò e gli morse una gamba. Il cacciatore sussultò e si lasciò sfuggire la rete dalle mani. La colomba aprì le ali e volò via.

 

LA CAPRA E L'ASINO

 

Nelle accoglienti stalle di una fattoria, vivevano animali di ogni tipo tra cui un simpatico asinello e una piccola capretta. I due erano diventati molto amici poiché condividevano lo stesso pagliericcio dove trascorrevano tutte le notti. Dopo lunghe giornate di lavoro entrambi si ritrovavano soli nella loro dimora chiacchierando allegramente e raccontandosi le vicissitudini quotidiane. Tuttavia, nonostante l'affetto che li univa, la capra nutriva in cuor suo una strana gelosia nei confronti dell'asino. Certo, pensa va, colui lavora duramente tutto il giorno ma non è giusto! Quando é ora di mangiare viene servito di tutto punto e può scegliere ogni sorta di cibo. Io invece devo fare una grande fatica semplicemente per brucare un po' d'erba!"

Alimentata da questo brutto sentimento, la capra una sera, fingendo di provare compassione, disse all'amico: "Poveretto! Sarai sicuramente sfinito dopo una dura giornata come questa. Hai dovuto portare pesi, girare la macina e compiere ogni altro sforzo solo per accontentare il padrone che non fa altro che maltrattarti in continuazione. Perché non ti riposi un po' fingendoti malato?"

L'asinello ingenuo ascoltò con attenzione quanto detto dalla compagna e lasciandosi convincere dalle sue parole, il giorno dopo fece quanto consigliato. Così, proprio mentre stava tirando la macina, egli si gettò a terra dimenandosi come un matto!

Preoccupato, il fattore, chiamò subito il veterinario il quale, dopo ave re visitato il ciuchino gli diagnosticò un esaurimento da lavoro" e l'unica medicina che poteva consigliare fu il riposo. Dato che non vi erano altri ani mali in grado di sostituire il solerte asinello nei suoi compiti, il fattore fu infine costretto a utilizzare la capra per i lavori più duri.

In tal modo la piccola erbivora poté comprendere il vero significato della parola "fatica" e ingoiò tutta la sua ingiustificata gelosia.

Succede spesso che chi trama inganni verso il suo prossimo ne rimanga la prima vittima.

 

LA BARBABIETOLA GIGANTE (RUSSIA)

 

Una volta un vecchio piantò una barbabietola. La pianta crebbe, crebbe e diventò gigantesca. Un giorno il vecchio decise di strapparla. L'afferrò e cominciò a tirare, a tirare, ma per quanto tirasse, la pianta non veniva via dal terreno.

Allora il nonnino chiamò la moglie ad aiutarlo. La donna si affacciò alle sue spalle, il vecchio si attaccò alla pianta e insieme tirarono, tirarono; ma per quanto tirassero, la pianta non veniva via.

Allora la nonnina chiamò la nipotina. La bambina si attaccò alla nonna, la nonna si attaccò al nonno, il nonno si attaccò alla pianta, e insieme tirarono e tirarono; ma per quanto tirassero, la pianta non veniva via.

Allora la bambina chiamò il cagnolino. Il cagnolino si attaccò al vestito della bambina, la bambina si attaccò alla sottana della nonna, la nonna si attaccò alle spalle del nonno, il nonno si attaccò alla pianta e insieme tirarono, tirarono; ma per quanto tirassero, la pianta non veniva via.

Allora il cagnolino chiamò il gattino. Il gattino si attaccò alla coda del cagnolino, il cagnolino al vestito della bambina, la bambina si attaccò alla sottana della nonna, la nonna si attaccò alle spalle del nonno, il nonno si attaccò alla pianta e insieme tirarono, tirarono; ma per quanto tirassero, la pianta non veniva via.

Allora il gattino chiamò il topo. Il topo si attaccò alla coda del gatto, il gatto si attaccò alla coda del cane, il cane si attaccò al vestito della bambina, la bambina si attaccò alla sottana della nonna, la nonna si attaccò alle spalle del nonno, il nonno si attaccò alla pianta, e tutti insieme tirarono, tirarono: e, credetemi, alla fine riuscirono a strappare dal terreno la barbabietola gigante.

 

L'ALBERO DI MOPANE E IL CAMALEONTE

 

Tanto tempo fa, quando gli alberi potevano parlare, un albero di Mopane invitò a colazione un camaleonte.- " Sui miei rami troverai insetti rari e gustosissimi" - gli disse.Il camaleonte per fare bella figura indossò un abito rosso e andò all'appuntamento. Ma quando l'albero lo vide si spaventò.

-"Oh no, sta per arrivare l'inverno!" - esclamò -"Ed io non me ne ero neppure accorto!"-. E, pronunciate quelle parole, le sue foglie diventarono rosse e caddero a terra.

Povero albero, si sbagliava!. Era ancora estate e quando il sole fu alto nel cielo, l'albero che non aveva più le foglie che gli facevano ombra si scottò e per poco non morì.

Il camaleonte, che sapeva guarire ogni ferita perché conosceva le virtù degli animali e dei fiori, chiamò allora mille farfalle.

Le farfalle, gentili e generose, si posarono sui rami e con le loro ali leggere fecero vento all'albero. Così l'albero si salvò.

Da quel giorno il Mopane ha le foglie a forma di farfalla e il camaleonte, quando va a trovare un albero, indossa un abito verde, perché non vuole più spaventare i suoi amici.

Le donne e gli uomini della foresta hanno la pelle scura perché sono amici della Terra e non vogliono spaventarla.

E la Terra, per gratitudine, racconta loro i suoi segreti.

 

KIKIGIÒ CHE VENDEVA I PASSERI

 

Tanto tempo fa viveva in Giappone un buffone di nome Kikigiò. Tutti lo conoscevano, la brava gente si divertiva ai suoi scherzi, di lui avevano paura invece i malvagi, e specialmente gli avari. Una volta Kikigiò legò un paio di bei fagiani a una canna di bambù e andò a passeggiare su e giù davanti alla casa di un noto avaraccio, gridando:

- Passeri, chi vuole passeri? Dodici per uno scudo. Quando l'avaro sentì quel che gridava Kikigiò, si fregò le mani tutto contento:

- Quel citrullo non sa nemmeno distinguere un fagiano da un passero. Presto, andiamo a comprare i suoi passeri, così per uno scudo solo avrò da mangiare qualcosa di buono per tutta la settimana. Detto e fatto, uscì di casa, chiamò Kikigiò, gli porse uno scudo e disse:

- Allora, dammi quei passeri.

- Eccoli, Eccellenza, - rispose Kikigiò allegramente: frugò in una borsa che portava a tracolla, ne levò una dozzina di passerotti, magri magri, li ficcò in mano all'avaraccio sbalordito e se la diede a gambe lui e i suoi fagiani.

 

IL TORDO

 

Il caldo nido della mamma accoglieva dentro sé quattro bellissimi tordi appena nati. I piccoli aspettavano costantemente il cibo con il beccuccio spalancato fiduciosi di ciò che la loro premurosa madre gli avrebbe portato e accogliendola sempre con gridolini di gioia. L'unico a non essere soddisfatto era il più grandicello dei fratellini. Egli pretendeva qualcosa di meglio per placare la propria fame. Quei vermicelli e quelle bacche marce che la solerte mamma gli portava ogni giorno non andavano certo bene per soddisfare un palato fino come il suo!

Quando giunse finalmente all'età giusta per poter volare e procurarsi il cibo che desiderava, il tordo si allontanò dal nido e così si diede subito da fare per cercare prelibate leccornie. Cominciò a svolazzare da una pianta all'altra arricciando il becco disgustato alla vista di insulse bacche o frutta appassita. Durante uno dei suoi giri d'ispezione però, il tordo capitò su una rarissima pianta di mirto. Attirato da quella prelibatezza, l'uccellino si tuffò tra i suoi rami e fece una bella scorpacciata. Soddisfatto per l'ottimo cibo, decise di tornare in quel luogo anche il mattino successivo. Con quel proposito nel cuore rientrò nel suo nido senza accorgersi di essere stato spiato da un uccellatore! Quest'uomo appassionato di volatili, notando la predilezione che il tordo aveva per quella pianta, spalmò di nascosto un po' di vischio su alcuni rami. Il giorno seguente il giovane tordo volò sicuro verso la pianta di mirto pronto a farsi una nuova scorpacciata, ma appena posò le zampine sui rami rimase imprigionato dalla sostanza collosa. Terrorizzato egli cominciò a piangere e gridare così forte che fu possibile udire la sua voce a miglia di distanza. Fortunatamente prima dell'arrivo dell'uccellatore la mamma accorse dal suo figliolo riuscendo con pazienza a liberargli le zampine e a riportarlo al nido.

Questa volta il tordo se l'era vista proprio brutta a causa della sua golosità!

Molti uomini incapaci di resistere ai peccati di gola rischiano di perdere la salute e, a volte, persino la vita.

 

IL TOPO E L'OSTRICA (DA: J.DE LA FONTAINE)

 

Un topo, un topo un po' tonto, che abitava in un campo, si stufò un giorno della sua casa; lasciò il podere, i covoni di grano, il suo buco e si mise a viaggiare.

- Com'è grande il mondo! Com'è spazioso! - esclamò appena uscito dal paese. - Guarda; laggiù ci sono gli Appennini; lì c'è il Caucaso...

Per lui un mucchietto di terra sollevata dalle talpe era una montagna.

Dopo qualche giorno, il viaggiatore arrivò a una spiaggia sulla quale il mare aveva lasciato un gran numero di ostriche.

In principio, appena le vide, il nostro topo credette che fossero dei grossi bastimenti e disse:

- Mio padre era proprio un gran poveraccio! Era così pauroso che non aveva il coraggio di viaggiare. Io, invece, ho già visto l'impero marittimo e ho attraversato il deserto in cui non c'era nulla da bere...

Il topo aveva imparato queste cose sentendole dire da un maestro di campagna e le ripeteva a casaccio; non era infatti uno di quei topi che diventano sapienti fino ai denti rodendo i libri.

Tra le ostriche chiuse, una si era aperta; e, sbadigliando al sole, rinfrescata da un dolce venticello, sorbiva l'aria, respirava, se ne stava sbocciata, bianca, grassa, gustosa a vedersi.

Il topo la scorse di lontano e disse tra sé:

- Che cosa vedo! Dev'essere roba da mangiare e se il suo colore non m'inganna oggi farò il pranzo più delizioso della mia vita.

Così dicendo, pieno di belle speranze, si avvicinò alla conchiglia, allungò un po' il collo e... di colpo l'ostrica si richiuse e il topo fu preso come al laccio. Ecco quel che capita agli ignoranti.

 

IL TOPO E LA RANOCCHIA (Esopo)

 

Un dolcissimo topolino di campagna, col musetto simpatico e due occhioni scuri, vagando tutto solo per i campi, incontrò un bel giorno una buffa sgraziata ranocchia.

Osservandosi al principio dubbiosi, i due fecero ben presto amicizia.

"Sai, mi piacerebbe sapere come ti procuri il cibo!" Chiese quella. " Oh, bè," borbottò il topolino con la testa bassa "non é che io sia un gran campione... anzi, faccio enorme fatica a trovare qualcosa da mettere sotto i denti" -

" Ehi!" Gridò la rana "che ne diresti se andassimo insieme a caccia di cibarie? In due di sicuro avremmo più fortuna! Potremmo legarci con una catena l'un all'altro così da essere sicuri di non perderci! " Il topolino rimase un istante a riflettere, quindi disse: " Mi sembra una buona idea!" E così fecero. Legati insieme i due si diedero da fare per cercare del cibo e bisogna dire che ne trovarono proprio tanto! Quando, alla fine della giornata furono veramente sazi, si in camminarono verso casa. Ancora incatenati, giunsero allo stagno della ranocchia e questa, senza pensarci due volte, si tuffò decisa nell'acqua trascinandosi dietro il povero topino che, non sapendo nuotare si mise a urlare e cominciò a dibattersi per non annegare.

Un nibbio, osservando dal cielo tutto quel trambusto e vedendo il povero topo ormai privo di sensi pensò di aver trovato un buon bocconcino. Si precipitò allora sullo stagno e afferrò con gli artigli il corpo del topino al quale era legata anche la ranocchia. Risvegliato dalle grida della rana, il topolino iniziò, coi suoi dentini aguzzi, a morsicare le zampe del volatile il quale aprì gli artigli per il male e li lasciò ricadere.

I due toccarono il suolo senza farsi male ma decisero subito di togliersi quella catena che gli aveva procurato tanti guai!

Quando si decide di legarsi a qualcuno con un vincolo d 'amore o di amicizia bisogna ricordare che ogni persona ha esigenze diverse dall'altra ed è necessario, per quanto possibile assecondare i desideri di entrambi i componenti la coppia.

 

IL TOPO E LA RANA (DA: FEDRO )

 

Il topo per poter attraversare più facilmente un fiume, chiese aiuto alla rana con un filo lega ad una delle sue zampe di dietro uno dei piedi anteriori del topo. Quando a nuoto furono arrivati a mezzo del fiume, la rana, tradendo la parola data, si tuffò sott'acqua e si trascinò dietro il sorcio. Morto il sorcio venne a galla e ondeggiava sui flutti. Il nibbio che volava adocchiò la preda: strappò il topo e insieme portò via la rana che era con esso legata. La perfida, che col tradimento aveva attentato alla vita dell'altro, trovò insieme la rovina anche lei e fu distrutta.

Coloro che nuocciono ad altri periscono (a loro volta).

 

IL TOPO DI CITTÀ E IL TOPO DI CAMPAGNA (da Esopo)

 

Un giorno il topo di città andò a trovare il cugino di campagna. Questo cugino era di modi semplici e rozzi, ma amava molto l'amico di città e gli diede un cordiale benvenuto. Lardo e fagioli, pane e formaggio erano tutto ciò che poteva offrirgli, ma li offrì volentieri.

Il topo di città torse il lungo naso e disse:

- Non riesco a capire, caro cugino, come tu possa tirare innanzi con un cibo così misero ma certo, in campagna non ci si può aspettare di meglio. Vieni con me, ed io ti farò vedere come si vive. quando avrai trascorso una settimana in città, ti meraviglierai di aver potuto sopportare la vita in campagna!

Detto fatto, i due topi si misero in cammino e arrivarono all'abitazione del topo di città a notte tarda.

- Desideri un rinfresco, dopo un viaggio così lungo? - domandò con cortesia il topo di città; e condusse l'amico nella grande sala da pranzo. Qui trovarono i resti di un ricco banchetto e si misero subito a divorare dolci, marmellata e tutto quello che c'era di buono.

Ad un tratto udirono dei latrati.

- Che cos'è questo? - chiese il topo di campagna.

- Oh, sono soltanto i cani di casa - rispose l'altro.

- Soltanto! - esclamò il topo di campagna. - Non amo questa musica, durante i pasti. -In quell'istante si spalancò la porta ed entrarono due enormi mastini: i due topi ebbero appena il tempo di saltar giù e di correre fuori.

- Addio, cugino - disse il topo di campagna.

- Come! Te ne vai così presto? - chiese l'altro.

- Si - replicò il topo di campagna: "Meglio lardo e fagioli in pace che dolci e marmellata nell'angoscia."

 

IL TAPIRO E LA SCIMMIA URLATRICE CENTRO AMERICA

 

Un tapiro e una scimmia urlatrice andavano in giro per la giungla. Il tapiro soffiava in un fischietto.

- Me lo dai quel fischietto, tapiro? - fece la scimmia.

- No, urlatrice, non posso dartelo, perché l'ho avuto da mio padre.

- Allora vendimelo.

- No, urlatrice, non posso. L'ho avuto da mio padre, il quale, a sua volta l'ha avuto dal suo.

- Prestamelo almeno un momento, ci soffio dentro una volta e poi te lo rendo.

Il tapiro le diede il fischietto; ma la scimmia scappò subito in cima a un albero.

- Rendimi il mio fischietto! - gridò il tapiro, e si mi se a scuotere l'albero per far cadere la scimmia. Ma la scimmia, ridendo, cominciò a saltare da un albero all'altro.

Da quel giorno lontano il tapiro continua a vagare sotto gli alberi e a scuoterli. Cerca sempre la scimmia urlatrice.

E la scimmia non scende mai dagli alberi. Quando ha sete, invece di bere da qualche corso d'acqua, preferisce leccare la rugiada sulle foglie. In alto, su un albero si sente più al sicuro.

 

IL RAGNO E L'UVA (LEONARDO DA VINCI)

 

Un ragno, dopo essere stato per molti giorni ad osservare il movimento degli insetti, si accorse che le mosche accorrevano specialmente verso un grappolo d'uva dagli acini grossi e dolcissimi.

- Ho capito disse fra sé.

Si arrampicò, dunque, in cima alla vite, e di lassù, con un filo sottile, si calò fino al grappolo installandosi in una celletta nascosta fra gli acini. Da quel nascondiglio incominciò ad assaltare, come un ladrone, le povere mosche che cercavano il cibo; e ne uccise molte, perché nessuna di loro sospettava la sua presenza.

Ma intanto venne il tempo della vendemmia. Il contadino arrivò nel campo colse anche quel grappolo, e lo buttò nella bigoncia, dove fu subito pigiato insieme agli altri grappoli.

L'uva, così, fu il fatale tranello per il ragno ingannatore, che morì insieme alle mosche ingannate.

 

IL PIPISTRELLO, IL ROVO E IL GABBIANO (Esopo)

 

Molto tempo fa, un pipistrello, un rovo e un gabbiano si riunirono in un isolotto per formare una strana società commerciale fondata sulla vendita di stoffe e di rame. Il rovo possedeva una buona quantità di lana, seta e cotone procurate grazie al duro lavoro dei suoi antenati. Egli aveva conservato i suo averi nell'attesa di una buona occasione per poterli rivendere. Il pipistrello, essendo il più abile dei tre negli affari, si prodigò per procurare il denaro necessario per l'acquisto di una buona imbarcazione sulla quale trasportare i. materiale fino al continente. Per riuscirvi fece parecchi debiti con degli strozzini ai quali avrebbe dovuto restituire il doppio dei soldi prestati. Comunque, con il discreto gruzzoletto che ebbe a disposizione egli comprò una piccola barca a remi.

Il gabbiano invece aveva adocchiato un buon quantitativo di rame abbandonato da qualche mercante. Munitosi di pazienza recuperò tutto quel tesoro che sarebbe servito per la loro società.

Giunse infine il gran giorno. I tre avevano caricato ogni cosa sulla barchette ed erano ormai pronti per partire. "Speriamo che questa barca sia abbastanza robusta!" Disse il gabbiano preoccupato. "Se il tempo si manterrà calmo andrà tutto benissimo". Rispose il pipistrello.

Finalmente gli amici si imbarcarono e partirono. Ma durante la sera, un terribile temporale fece ribollire le acque del mare le cui onde gigantesche inghiottirono senza pietà la piccola barca. I tre compagni fortunatamente si salvarono perdendo però ogni cosa. Da quel giorno il pipistrello incapace di ripagare i debiti uscì solo di notte per evitare di incontrare gli strozzini che volevano indietro il loro denaro; il gabbiano imparò a rimanere appollaiato sopra scogli marini nella speranza che le acque gli restituissero il suo rame; infine, il rovo aguzzò le sue spine strappando i vestiti dei passanti nell'attesa di ricostruire, con i brandelli procurati, il suo prezioso patrimonio di stoffe ormai perdute.

Questa è una antichissima leggenda con la quale viene spiegata l'origine delle abitudini dei tre protagonisti.

 

IL NIBBIO E IL SERPENTE

 

Un giovane serpentello se ne andava tranquillo strisciando fra una pietra e l'altra, godendosi i caldi raggi del primo sole primaverile. L'aria era tiepida e carica di un buon profumo di fiori e ogni animale si sentiva rasserenato da quel clima dolce. Il piccolo serpente si muoveva piano nel prato quando all'improvviso una spaventosa ombra si proiettò sul suo cammino. L'animale preoccupato alzò il testino per guardare da dove provenisse la macchia scura e solo allora scopri che un terribile nibbio stava puntando dritto dritto su di lui!

Il poverino non ebbe nemmeno il tempo di scappare perché in un lampo il volatile gli piombò addosso afferrandolo con il becco. Il serpente fu, così, sol levato in cielo da quel rapace che, senza avere pietà per le sue grida volò via il più velocemente possibile.

"Lasciami andare!" Implorava lo sfortunato animaletto "Non ti ho fatto niente!" Ma il nibbio non l'ascoltò neppure.

A quel punto il serpentello si rivoltò su se stesso e con un'abile mossa diede un morso al suo nemico. Finalmente il volatile colpito dal veleno della sua preda fu costretto ad aprire il becco liberando il serpente che cadde a terra senza farsi male Il nibbio invece, con la vista annebbiata e senza più forze a causa del morso velenoso, precipitò sul terreno a peso morto riportando parecchie ferite. Quando il volatile era ancora stordito, il serpentello gli si avvicinò e gli disse: "Ben ti sta! Io non volevo farti del male ma tu mi ci hai costretto e adesso ne paghi le conseguenze!"

Trascorsero due giorni interi prima che il nibbio potesse riprendere a volare ma, a partire da quella volta egli si tenne sempre ad una certa distanza da tutti i serpenti!

Chi si dimostra prepotente e malvagio prima o poi paga di persona per le sue cattiverie.

 

IL NIBBIO CHE VOLEVA NITRIRE (Esopo)

 

Il nibbio, durante il primo periodo della sua esistenza, aveva posseduto una voce, certo non bella, ma comunque acuta e decisa. Egli, però, era sempre stato nutrito da una incontenibile invidia di tutto e di tutti. Sapeva di essere imparentato con l'aquila, ma questo, invece di costituire un vanto, non faceva altro che alimentare la sua gelosia: capiva di essere inferiore e si rodeva dalla rabbia per questo. Invidiava gli uccelli variopinti come il pappagallo e il pavone, lodati e vezzeggiati da tutti. Inoltre, si mostrava sprezzante nei riguardi dell'usignolo, dicendo tra sé: "Sì, ha una bella vocetta ma é troppo delicata e romantica! Roba da donnicciole! Se devo cercare di migliorare la mia voce certamente non prenderò come esempio questo stupido uccello. Io voglio una voce forte, che si imponga sulle altre!"

Era un bel giorno di primavera. Il nibbio se ne stava tranquillamente appollaiato sopra un ramo di faggio, riparato dalle fresche fronde della pianta. Inaspettato, giunse un cavallo accaldato che, cercando un po' di refrigerio, andò a riposarsi all'ombra dell'albero. Sdraiandosi con l'intenzione di fare un sonnellino, l'equino, inavvertitamente si punse con un cardo spinoso e, dal dolore, lanciò un lungo e acutissimo nitrito.

"Oh, che meraviglia!" Esclamò il nibbio con entusiasmo. Questa é la voce che andrebbe bene per me: acuta, imponente e inconfondibile!"

Il nibbio cominciò da quel mattino, ad esercitarsi nell'imitazione di quel verso meraviglioso. Provò e riprovò scorticandosi la gola, ma inutilmente. Quando, dopo molti tentativi senza successo, si rassegnò a tornare alla sua voce originale, ebbe una brutta sorpresa: gli era sparita a furia di sforzarla! Cosi dovette accontentarsi di emettere un suono insignificante e rauco per tutta la vita!

Chi, mosso da invidia, cerca di imitare ciò che è al di fuori della sua natura, perde anche le proprie doti originali.

 

IL LUPO SAZIO E LA PECORA (Esopo)

 

Quello era davvero un gran giorno per un lupo rinomato in tutto il contado per la sua insaziabile fame. Infatti, senza neppure alzare un dito egli era riuscito a procurarsi ottime prede trovate casualmente a terra perché colpite da qualche cacciatore e si era preparato un pranzo degno di Re! Il lupo, dopo avere abbondantemente mangiato, si inoltrò nella foresta per fare due passi. Fu così che incontrò una mansueta pecorella la quale, terrorizzata dal temibile animale notoriamente suo nemico, non riuscì neppure a muoversi, paralizzata dallo spavento. Il lupo, più per istinto che per altre ragioni, afferrò la preda tenendola stretta, stretta. Ma solo dopo averla catturata si rese conto di essere talmente sazio da non avere più alcun appetito. Occorreva trovare una valida giustificazione per poter liberare quella pecora senza fare brutta figura.

" Ho deciso" Disse quindi il lupo "di lasciarti andare a condizione che tu sappia espormi tre desideri con intelligenza.

La pecorella sconcertata, dopo aver pensato un istante rispose: "Bè, anzitutto avrei voluto non averti mai incontrato. Seconda cosa, se proprio ciò doveva avvenire, avrei voluto trovarti cieco. Ma visto che nessuno di questi due desideri è stato esaudito, adesso vorrei che tu e tutta la tua razza siate maledetti e facciate una brutta fine perché mi avete reso la vita impossibile e avete mangiato centinaia di mie compagne che non vi avevano fatto alcun male!"

Inaspettatamente il lupo, invece di adirarsi come prevedibile, dichiarò:

"Apprezzo la tua sincerità. Hai avuto molto coraggio a dirmi ciò che realmente pensavi per questo ti lascerò libera!" Così dicendo liberò la pecorella e, con un cenno di saluto, la invitò ad allontanarsi.

La sincerità è una dote apprezzata da persone intelligenti capaci di non offendersi davanti a dichiarazioni leali.

 

IL LUPO E IL PASTORE (ESOPO)

 

Un lupo andava al seguito di un gregge di pecore, senza far loro alcun male. Il pastore, sulle prime, lo teneva a bada come un nemico, e lo sorvegliava con estrema diffidenza. Ma quello ostinatamente lo seguiva, senza arrischiare il minimo tentativo di rapina. Così gradatamente il pastore si convinse di avere in lui un custode, piuttosto che un nemico intenzionato a danneggiarlo. Un giorno ebbe bisogno di recarsi in città, gli lasciò le pecore in custodia e partì tranquillo. Ma il lupo seppe cogliere l'occasione: si lanciò sul gregge e ne fece strage sbranandone una gran parte. Il pastore, quando fu di ritorno e vide la rovina del suo gregge, esclamò: - Mi sta bene! Quale stupidità mi ha spinto ad affidare le pecore ad un lupo?

Allo stesso modo, coloro che affidano i propri beni a persone avide naturalmente li perdono.

 

IL LEONE, L'ORSO E LA VOLPE (ESOPO)

 

Quella mattina un grande orso bruno, era proprio affamato. Vagava con la lingua di fuori per la foresta in cerca di un po' di cibo quando all'improvviso vide, nascosto tra i cespugli, un bel cesto ricolmo di provviste abbandonato sicuramente da qualche cacciatore. Fuori di sé dalla gioia si tuffò su quell'insperato tesoro culinario ma, proprio nello stesso momento ebbe la medesima idea anche un grosso leone che non mangiava da alcuni giorni. I due si trovarono faccia a faccia e si studiarono con espressione rabbiosa.

'Questo cesto appartiene a me!" Urlò l'orso.

"Bugiardo!" Ruggì il leone infuriato.

In men che non si dica esplose una lotta terribile tra i contendenti i quali si azzuffarono insultandosi senza riserva. Intanto, poco distante, una giovane volpe passeggiava tranquilla per il bosco occupandosi delle proprie faccende. All'improvviso venne attirata da insolite urla e si avvicinò al luogo di provenienza per scoprire di cosa si trattasse.

Appena vide i due animali impegnatissimi a lottare come matti ed il cesto di cibo abbandonato vicino a loro, le balenò un'idea. Quatta, quatta si avvicinò al paniere, lo afferrò e fuggi via andando a mangiare in pace in un luogo sicuro.

Quando, sia il leone che l'orso, sfiniti per l'estenuante baruffa sostenuta, decisero di spartirsi le provviste dovettero fare i conti con un'amara sorpresa. Il cesto era sparito e al suo posto trovarono unicamente le impronte di una volpe, sicuramente molto furba!

E' inutile contendersi violentemente qualcosa che, a causa della nostra distrazione, può diventare patrimonio di un'altra persona!

 

IL LEONE, LA VOLPE E IL CERVO (ESOPO)

 

Il leone Re della foresta, era gravemente ammalato. Data la sua avanzata età egli non aveva più le forze per uscire dalla sua caverna e procurarsi il cibo necessario per la guarigione. Per questo fu costretto a ricorrere all'aiuto di una volpe da sempre sua grande amica.

Chiamandola al proprio capezzale, il leone le disse: "Mia cara compagna, esiste una sola medicina per il mio male. Si tratta di un brodo fatto con le corna di un cervo. Devi procurarmelo subito!"

Commossa per quella richiesta, la volpe si mise subito all'opera e, scovato l'animale tanto desiderato dal grande malato, cercò, con un inganno, di convincerlo a seguirlo, dicendogli: " Mi manda il leone con l'incarico di portarti da lui prima che tiri l'ultimo respiro. Andando per eliminazione ha deciso che tu sei il più adatto fra tutti gli animali per essere il suo successore al trono dopo la sua morte!"

Il cervo, lusingato da questa insperata proposta, accettò subito e seguì la volpe fino alla caverna del leone, ma non fece neppure in tempo a varcare la soglia che si senti aggredire dal feroce animale. Fortunatamente riuscì a divincolarsi e a fuggire

Il leone, deluso e arrabbiatissimo, scongiurò ancora la sua amica di ritentare la prova usando la sua proverbiale furbizia.

Questa, dopo lunghe ricerche, riuscì a trovare il cervo nel suo nascondiglio, ma, appena si presentò davanti a lui, dovette sentirsi le sue irate proteste.

"Ascoltami," si scusò la volpe " ti sei spaventato per niente. Il morente voleva solo darti la sua benedizione. Torna da lui prima che cambi idea!"

Il cervo, anche questa volta, affascinato dall'idea di diventare Re, si ripresentò al leone. Ma questi, afferratolo, gli rubò le sue bellissime corna per farvi un bel brodo caldo, lasciandolo poi libero di scappare.

Le lusinghe di onori e di gloria tolgono alla mente umana la percezione dei pericoli e delle responsabilità che ne conseguono.

 

IL LEONE E L'ASINO (DA ESOPO)

 

Un asinello un po' troppo vanesio, si vantava sempre con gli altri animali, del proprio coraggio e della propria forza. Un giorno ricevette una inaspettata proposta dal più importante felino della foresta: il leone.

Costui disse all'asino: "Ho pensato che, in fondo, potremmo esserci di reciproco aiuto. Vorrei che tu mi aiutassi nelle battute di caccia e per questo avrei deciso di costituire una società con te"

Onoratissimo, l'asinello rispose: "Sono lusingato della tua richiesta e accetto volentieri!"

Così ebbe inizio la loro collaborazione reciproca.

Una mattina, di buon ora, si incamminarono verso una caverna dove avevano visto rifugiarsi un numeroso gruppo di capre selvatiche. Il Re degli animali si fermò sulla soglia con l'intenzione di catturare le prede una per volta appena sarebbero uscite dal rifugio. L'asino, invece, si era intrufolato nella grotta ed aveva cominciato a lanciare ragli acutissimi per spaventare le povere bestiole causando un incredibile putiferio. Le capre terrorizzate ruzzolarono una sull'altra e si precipitarono verso l'uscita dove però, trovarono ad attenderle l'astuto leone che riuscì ad imprigionarle tutte.

Quindi, finalmente l'asino uscì dalla grotta e, con aria trionfate esclamò:

"Hai visto come sono stato bravo? Sono un grande cacciatore! Sarai contento del tuo socio!"

"Certo!" Rispose con una risata il leone "Anzi, a dirti la verità, avrei avuto anch'io paura di te se non ti conoscessi bene e non sapessi che sei solo un asinello!"

Tutto soddisfatto l'asino andò buono, buono a brucare un po' d'erba mentre il leone si apprestava a fare un succulento banchetto!

Le persone che, valendo poco, si vantano esageratamente con chi le conosce bene, rischiano di essere beffate.

 

IL LEONE E IL TORO (ESOPO)

 

Un leone da lungo tempo meditava di uccidere un forte toro.

Un giorno decise di riuscire nel suo intento con l'astuzia.

Gli fece sapere di aver catturato un montone e lo invitò al banchetto. Aveva preparato tutto per assalirlo, una volta seduto a tavola il toro andò all'appuntamento: vide molte pentole, lunghi spiedi, ma di montone nessuna traccia. Allora, senza dire neanche una parola, se ne andò.

Il leone lo richiamò e gli chiese il motivo del suo comportamento, visto che non gli era stato fatto nessun affronto. E il toro rispose: - Ho una buona ragione per andarmene: vedo tutto pronto per cucinare non un montone, ma un toro.

 

IL GRANCHIO E LA VOLPE (DA ESOPO)

 

Quel giorno un paffuto granchio arancione, era proprio di ottimo umore. Se ne andava passeggiando allegramente per la spiaggia riscaldata dal sole, canticchiando la sua canzoncina preferita, una vecchia serenata imparata chissà dove. Egli si vantava spesso con gli altri abitanti del mare, della sua capacità di poter vivere tranquillamente sia dentro che fuori dall'acqua. E quelli, senza nascondere un pizzico d'invidia, lo osservavano camminare tranquillamente sulla terraferma. Ogni volta però, il buon granchio riportava ai suoi amici pesci un grazioso ricordino delle sue escursioni. Ma quel mattino egli non ne voleva proprio sapere di rientrare in acqua. Il cielo era tanto limpido e sereno da attirare l'ammirazione anche dei più indifferenti. Per questo il granchietto continuò la sua lunga passeggiata.

Nello stesso giorno, una giovane volpe insoddisfatta per la scarsità del suo pranzo quotidiano, si aggirava affamata per la spiaggia in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Camminava molto arrabbiata con se stessa per l'incapacità dimostrata a procurarsi del cibo quando vide, quasi per caso, l'ignaro granchio fermo sulla sabbia a contemplare il paesaggio.

La volpe gli si avvicinò curiosa e con un balzo gli piombò proprio davanti. Il povero granchio si prese uno di quegli spaventi memorabili che rimangono bene impressi nei nostri ricordi per tuffa la vita e, cercando di indietreggiare si riparò con le zampine.

La volpe era decisa e pronta a mangiarselo in un sol boccone pur non sapendo bene di che animale si trattasse. Fortunatamente il granchio, riavutosi dalla paura, riuscì a respingere il suo nemico sfoderandogli le sue terribili tenaglie e pungendogli il muso.

Dopo la fuga della volpe sconfitta, il granchio si tuffò in acqua e andò a raccontare la sua brutta avventura agli amici spiegando quanto fosse più sicuro vivere nel mare!

Le persone che affrontano situazione nuove senza averne l'esatta conoscenza finiscono sempre nei guai.

 

IL GRANCHIO (LEONARDO DA VINCI )

 

Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso

L'acqua era limpida come l'aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l'ombra e il sole.

Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.

Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.

- Non è bello ciò che stai facendo - brontolò il masso - Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.

Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato.

Ma un giorno, all'improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso,

 

IL GIOVANE, I LADRI E L'AGO (SUDAN)

 

C'era una volta un giovane che se ne andava sempre attorno per la foresta completamente disarmato, sebbene suo padre lo rimproverasse spesso per questa sua imprudenza.

- Non hai neppure un ago, - soleva dirgli il padre.

- Se qualcuno ti attaccasse, come potresti difenderti?

Ma il giovane si limitava a sorridere, e non prendeva in nessun conto l'ammonimento paterno.

Un giorno, però, mentre si trovava nel cuore della foresta, venne circondato dai ladri che lo fecero prigioniero senza alcuna difficoltà. Allora il giovane ricordando le parole del padre sospirò:

- Ah, se avessi avuto almeno un ago, non mi avreste certamente fatto prigioniero.

- Eccoti l'ago, - disse ridendo il capo della banda. lì giovane prese l'ago dalle mani del ladro e finse di esaminarlo con molta attenzione.

- Ma è spuntato, - gridò. - Non è vero, - ribatté il ladro, facendosi più vicino per vedere.

Il giovane non perse tempo e, svelto, punse il ladro sul naso. Il ladro mandò un urlo, lasciò cadere il suo fucile e si afferrò il naso con entrambe le mani. Il giovane afferrò senza indugio il fucile, e fece scappare gli altri ladri. Tornato a casa, disse a suo padre:

- Avevi proprio ragione, padre mio. Oggi sono stato catturato da una banda di ladri e un semplice ago mi ha salvato la vita.

Anche un semplice ago può essere un'arma potente nelle mani di un uomo coraggioso.

 

IL MERCANTE E L'OCEANO (DA LEON BATTISTA ALBERTI)

 

Un mercante era partito con la sua nave, carica di preziose rnercanzie, per andare a venderle oltremare. A metà del viaggio fu sorpreso da una tremenda tempesta che fece affondare la nave.

Il mercante, fortunatamente scampato al naufragio, dopo molto tempo e molte disavventure riuscì a tornare nella sua città.

Appena giunto si presentò davanti al giudice per sporgere denuncia contro l'Oceano che gli aveva rubato tutte le ricchezze.

Il magistrato accogliendo le ragioni del mercante convocò in giudizio l'immenso Oceano.

-Vieni a trovarmi - mandò a dire l'Oceano al mercante - e ti manderò subito a recuperare le cose tue, come desideri.

IL PAESE DOVE NON SI MUORE MAI

 

Racconto italiano

C'era una volta un giovane che, salutati i genitori e gli amici, partì per cercare il paese dove non si muore mai. A tutti quelli che incontrava chiedeva: "Sapete dove si trova il paese in cui non si muore mai?". Ma nessuno sapeva rispondergli. Un giorno, incontrò un vecchio che spingeva una carriola piena di pietre. "Non vuoi morire? - chiese il vecchio - Resta con me! Non morirai finché io non avrò trasportato tutta questa montagna con la mia carriola, pietra dopo pietra". "Quanto tempo occorrerà?". "Almeno 100 anni". "E dopo morirò?". "Naturalmente". "Allora non è ciò che desidero". Il giovane proseguì e giunse in una vasta foresta; un vecchio stava tagliando i rami con un falcetto. "Se non vuoi morire, rimani con me; non potrai morire prima che io abbia finito di tagliare tutta questa foresta con il mio falcetto". "E quanto occorrerà?". "Almeno 200 anni". "E dopo morirò? Non è quello che voglio". Il giovane ripartì e arrivò in riva al mare; trovò un vecchio che stava osservando un'anatra che beveva l'acqua del mare. "Non morirai finché l'anatra non avrà bevuto tutta l'acqua del mare" disse il vecchio. "E quanto ci vorrà?". "Almeno 300 anni". "E dopo dovrò morire?". "Ovvio". "Allora non è ciò che desidero". Una sera, giunse presso un magnifico palazzo. Bussò e comparve un vecchio. "Sapete dirmi dove si trova il paese in cui non si muore mai?". "È questo! Finché abiterai qui non morirai!". Il giovane rimase con il vecchio per lunghi anni senza rendersi conto del tempo passato. Un giorno disse: "Mi piacerebbe andare a vedere cosa è successo ai miei genitori." "Sono morti, ormai" disse il vecchio. "Vorrei rivedere il mio paese". "Allora prendi il cavallo bianco che corre veloce come il vento e fai attenzione: non mettere i piedi per terra per nessun motivo, altrimenti morirai!". Il giovane montò sul cavallo e partì. Al posto del mare, c'era una grande prateria. "Ho fatto bene a non rimanere qui!" si disse il giovane. Dove si trovava la foresta c'era un terreno spoglio, senza neppure un albero. E nel luogo in cui si ergeva la montagna, ora c'era una pianura. Giunse nel suo paese: tutto era cambiato. Cercò la sua casa ma non trovò neppure la strada. Chiese notizie della sua famiglia e dei suoi amici, ma nessuno se ne ricordava. "Non mi resta che tornare da dove son venuto" pensò. Sulla strada del ritorno, vide, fermo su un lato della strada, un carretto colmo di vecchie scarpe, trainato da un bue. Il carrettiere gli disse: "Signore, per favore, aiutatemi. La ruota è rimasta incastrata". "Ho fretta - disse il giovane - e poi, non posso mettere i piedi per terra". "Vi prego; il giorno sta per finire e non posso procedere". Il giovane ebbe pietà e scese da cavallo, ma appena ebbe posto un piede per terra il carrettiere lo afferrò per il braccio: "Finalmente ti ho preso! Sono la Morte e tutte le scarpe che vedi nel carretto le ho consumate per inseguirti; ma è inevitabile che voi tutti cadiate prima o poi tra le mie mani, tu come gli altri: non c'è modo di sfuggirmi!". E il giovane fu costretto a morire come tutti gli altri uomini.

 

LA VOLPE CHE AVEVA UNA TONNELLATA DI CERVELLI

 

Un giorno una volpe chiese a un porcospino:

- Quanti cervelli hai?

- Uno, - rispose il porcospino, - e tu?

- Oh, io ne ho una tonnellata, - fece vanagloriosamente la volpe.

- Non ti credo, - rispose il porcospino, - devi giurarlo in un luogo magico.

- Un luogo magico? - fece la volpe impressionata ma non osò rifiutarsi. Il porcospino condusse la volpe presso una trappola che era stata nascosta bosco dai cacciatori e disse:

- Questo è un luogo magico, metti qui la tua zampa e giura.

La volpe salì sulla tagliola, la tagliola scattò e la volpe rimase presa.

- Aiutami, come posso liberarmi di qui? - essa piangeva.

- Che ne so? - replicò il porcospino. - Posseggo solo un cervello, io. Pensaci tu che hai una tonnellata di cervelli.

- Credo che questo luogo magico m'abbia punita delle mie vanterie, - disse la volpe. - Ti prego, aiutami, fratello porcospino, e dimmi cosa posso fare per uscire da questa trappola!

Allora il porcospino disse:

- Quando viene il cacciatore, fingi d'esser morta. Ti colpirà con un bastone, ma tu non muoverti. Allora ti leverà dalla trappola e ti deporrà al suolo: a questo punto potrai scappare.

La volpe seguì il consiglio del porcospino: il cacciatore venne, colpì con un bastone la volpe, e vedendo che non si muoveva la tolse dalla trappola. Poi la posò per terra e si era appena girato che la volpe schizzò via.

E potete esser sicuri che da allora la volpe non sì è più vantata di avere una tonnellata di cervelli!

(Serbia)

 

IL RE E GLI ELEFANTI

 

Un re indiano ordinò che si radunassero tutti i ciechi; e quando i ciechi furono arrivati alla reggia, fece mostrare a loro i suoi elefanti. Uno tastò le zampe, un altro la punta della coda, un terzo la radice della coda, un quarto il ventre, un quinto il groppo ne, un sesto le orecchie, un settimo le zanne, un ottavo la proboscide.

Poi il re chiamò a sé quei ciechi, e domandò: - Come sono fatti i miei elefanti?

Uno dei ciechi disse: - I tuoi elefanti somigliano a colonne! - Era il cieco che aveva tastato le zampe. Un altro cieco disse: - Somigliano a scopette! - Era quello che aveva tastato la punta della coda. Un terzo disse: - Somigliano a rami! - Era quello che aveva tastato la radice della coda.

Quello che aveva tastato il ventre, disse: - Gli elefanti somigliano a un mucchio di terra! - Quello che aveva tastato i fianchi, disse: - Somigliano a un muraglione! - Quello che aveva tastato il groppone disse: -Somigliano a una montagna! - Quello che aveva tastato le orecchie, disse; -Somigliano a fazzoletti! - Quello che aveva tastato la testa, disse: - Somigliano a un gran mortaio! - Quello che aveva tastato le zanne, disse: - Somigliano a corna! - Quello che aveva tastato la proboscide, disse: -Somigliano a una grossa fune!-

E tutti quei ciechi si misero a discutere e a litigare.

(da Tolstoj )

 

LA VESPA E IL PRINCIPE

 

Una vespa di nome Coda Pungente era da lungo tempo alla ricerca di azioni da compiere che la rendessero famosa. Un giorno volò nel palazzo reale e punse il principino che stava dormendo. Il principe si svegliò strillando.

Il re e i suoi cortigiani accorsero a vedere cosa fosse successo. Il fanciullo gridava che la vespa lo aveva punto più volte. I cortigiani tentarono di catturarla e furono punti a loro volta. L'intera servitù accorse, la notizia sull'accaduto si diffuse rapidamente e i sudditi si affollarono davanti al palazzo. La città era in tumulto, tutte le attività furono sospese. Prima di spirare, a causa dello sforzo compiuto, la vespa disse tra sé e sé:

"Un nome senza fama è come un fuoco senza fiamma. Non c'è nulla come attirare l'attenzione a qualunque costo."

Fiaba indiana

LE CINQUE VIRTÙ DEL GALLO

 

Mentre era al servizio del duca Ai di Lu, Tien Jao, stanco di occupare una posizione di scarso prestigio, disse al suo signore:

<<Me ne andrò lontano lontano, come un'oca delle nevi>>.

<<Cosa intendi dire?>> gli domandò il duca.

<<Vedi il gallo?>> disse Tien Jao per tutta risposta. <<La sua cresta è simbolo di civiltà; i suoi poderosi artigli danno un'idea di forza; la sua audacia nel combattere qualunque nemico denota coraggio; l'istinto che lo spinge a invitare gli altri ogni volta che ha a disposizione del cibo è indice di benevolenza; all'ultimo aspetto, ma non per questo meno importante, la sua precisione nel tener conto del tempo durante tutta la notte ci fornisce un esempio di veridicità. Tuttavia, a dispetto di queste 5 virtù, il gallo è ucciso ogni giorno per riempire un piatto sulla tua tavola. Come mai? Il motivo è che si trova a portata di mano. Per contro, l'oca delle nevi percorre con un volo ininterrotto mille km. Riposandosi nel tuo giardino, ti depreda di pesci e tartarughe e becca il tuo miglio. Anche se non ha nessuna delle cinque virtù del gallo, tu tieni in grande considerazione questo uccello a motivo della sua rarità. Stando così le cose, volerò lontano come un'oca delle nevi.>> .

Antiche parabole cinesi, a cura di Yu Hsiu Sen, 1974

 

IL SERPENTE, IL FATTORE E L'AIRONE

 

Un serpente, inseguito dai cacciatori, domandò a un fattore di salvargli la vita. Per nasconderlo il fattore si accovacciò e permise al serpente di strisciare dentro al suo ventre. Cessato il pericolo, il fattore chiese al serpente di uscire, ma questi rifiutò, in quanto là dentro si sentiva al caldo e comodo. Sulla strada di casa il fattore incontrò un airone e gli sussurrò l'accaduto. L'airone gli suggerì di accovacciarsi e tentare di espellere l'animale. Quando sbucò fuori la testa del serpente, l'airone lo afferrò e lo uccise. L'uomo temeva che il veleno del serpente si trovasse ancora dentro di lui; l'airone gli disse che l'antidoto consisteva nel cuocere e mangiare sei volatili bianchi.

"Tu sei un volatile bianco", rispose il fattore. "Tu sarai il primo". Afferrò così l'airone, lo ficcò in una borsa e lo portò a casa dove lo appese mentre raccontava alla moglie.

"L'uccello ti ha fatto un favore, ti ha liberato dal serpente, ti ha salvato la vita e ora tu lo catturi e parli di ucciderlo". Pronunciate queste parole, la donna liberò l'airone che volò via ma, prima, cavò gli occhi alla donna.

Morale: quando vedi l'acqua scorrere in salita, significa che qualcuno ti sta restituendo un favore...

Fiaba Africana

 

LA TARTARUGA, L'ELEFANTE E L'IPPOPOTAMO

 

Un giorno la tartaruga incontrò l'elefante, che tuonò: "Via dalla mia strada, gracilina, potrei pestarti!". La tartaruga non si spaventò e rimase dov'era. L'elefante le camminò sopra, ma non riuscì a schiacciarla. "Non ti vantare, Signor Elefante", disse la tartaruga. "Io sono forte tanto quanto te!", mentre l'elefante rise appena. Fu così che la tartaruga gli chiese d'incontrarsi l'indomani alla sua collina. Il giorno successivo, prima dell'alba, la tartaruga corse giù dalla collina fino al fiume dove incontrò l'ippopotamo. Stava rientrando in acqua dopo il suo pasto notturno. "Signor Ippo! Facciamo un po' di tiro alla fune? Scommetto che sono forte quanto te!" disse la tartaruga. L'ippopotamo rise a questa ridicola idea, ma acconsentì. La tartaruga estrasse una lunga fune e disse all'ippopotamo di tenerla con la bocca finchè non avesse gridato "Hey!". La tartaruga, quindi, corse su per la collina dove trovò l'elefante che stava diventando impaziente. Diede all'elefante l'altro capo della fune e disse: "Quando dirò - Hey! -, tira e vedremo chi di noi due è il più forte". Detto questo, corse indietro a circa metà della collina, in un posto dove non poteva essere vista e gridò: "Hey!". L'elefante e l'ippopotamo tirarono e tirarono ma nessuno dei due riuscì a smuovere l'altro: possedevano la stessa forza. Ammisero entrambi che la tartaruga era forte quanto loro. Non fate mai quello che gli altri possono fare al posto vostro. La tartaruga ha lasciato che gli altri facessero il lavoro per lei, mentre se n'è presa il merito...

Fiaba zairese

 

IL LUPO SAZIO E LA PECORA

 

C'era una volta un lupo che dopo aver mangiato a crepapelle vide in lontananza una pecorella lunga distesa per terra.....

Man mano che si avvicinava alla pecora, il lupo si accorse che questa era svenuta, o aveva fatto finta, perché aveva paura di lui.........

Il lupo allora, cercando di rassicurarla, soprattutto perché aveva già mangiato a sazietà, le fece coraggio promettendole che se avesse fatto immediatamente tre affermazioni sincere, l'avrebbe lasciata libera....

Questa senza lasciarsi pregare due volte cominciò così ad esternare: "Prima di tutto, caro lupo, non ti avrei mai voluto incontrare; secondo, se proprio avessi dovuto incontrarti avrei preferito tu fossi stato almeno cieco; terzo, auguro a tutti voi lupi malvagi la più straziante delle morti, perché, pur senza subire torti da parte nostra, ci continuate a fare la guerra.

A queste parole così sincere, il lupo, lasciò libera la povera pecorella....

 

IL NAUFRAGO E IL MARE

 

Durante una caccia in mare aperto, un peschereccio, con a bordo una decina di pescatori, dopo ore e ore di tempesta si trovò catapultato a decina e decina di miglia dalle proprie coste, privo di alcun membro dell'equipaggio...

Al calmarsi delle acque un unico superstite si trovò tutto solo su una spiaggia deserta.

Al suo risveglio, il naufrago, stanco ed affamato cominciò a rimproverare il mare perché alletta gli uomini con la sua apparente mitezza, ma, una volta accolti sulle proprie acque, diventa selvaggio e pericoloso, uccidendoli......

A queste parole, il mare, che aveva ascoltato in silenzio, rispose: "Caro amico naufrago, tu non devi prendertela con il sottoscritto, ma con i venti......

Io sono verde, azzurro, bianco e di natura mite come mi vedi adesso, piuttosto prenditela con i venti che, senza chiedermi il permesso, piombano su di me improvvisamente rendendomi furioso, pericoloso ed impossibile...

Quante navi, quanti tesori, quanti esseri umani risiedono sui miei fondali, ma credimi se dipendesse da me io li avrei già tutti restituiti.....perciò Ti prego, o naufrago, quando torni sulla terra dì hai tuoi amici che io sono buono e che la colpa non è mia......".

 

IL NIBBIO E LE COLOMBE

 

C'era una volta un gruppo di colombe molto veloci e molto furbe..... che avevano piu' volte rischiato la propria vita sfuggendo al loro acerrimo nemico, il nibbio.

Ormai vecchio e stanco delle peripezie delle colombe, il nibbio, cambio' il proprio metodo di caccia, ricorrendo, come spesso capita anche agli uomini, all'inganno e all'ipocrisia.

Radunate le colombe fece loro un discorso: "Non sarebbe meglio, se invece di angosciarVi per la mia caccia, mi eleggeste Vostro Re in modo tale da non temermi piu'...".

Le povere colombe, accettando il patto scellerato, si consegnarono al nibbio il quale una dopo l'altra le divoro'.Una delle superstiti allora disse: "Ben ci sta se siamo state duramente punite..

 

 

IL PESCATORE E LA SOGLIOLA

 

C'era una volta un pescatore che dopo aver calato le reti in mare alcune volte, senza alcun risultato, riusci' finalmente a catturare una piccola sogliola. Quest'ultima allora, ormai in trappola, si mise a supplicarlo proprio perche' cosi' piccina: " Ti prego, disse, lasciami andare.......ti prometto che quando saro' piu grande e piu' cicciona mi lasciero' catturare". Allorche' il pescatore:" Beh, sarei proprio uno sciocco se rinunciassi a questo guadagno, seppure piccolo, ma sarei ancora piu'sciocco se sperassi in un tuo ritorno una volta che sei divenuta grande".

 

IL POLLASTRO E LA PECORA

 

Un giorno, in un letamaio, un pollastro stava cercando qualcosa da poter beccare....Finalmente e con somma sorpresa trovo' una perla.....

"Tu" disse il pollastro "cosi' bella e preziosa sei qui abbandonata in un luogo cosi' indegno e puzzolente"!!!!

Se qualche avido Ti avesse notato prima di me, Tu saresti gia' tornata, da un pezzo, al Tuo vecchio splendore....

Ora, siccome e purtroppo per Te, Ti ho scoperto io....tieni presente, disse il pollastro, che avrei preferito di gran lunga qualcosa da mangiare e cosi' questo incontro non e' servito ne a Te ne a me.

Irato e indispettito il pollastro diede un calcio alla povera perla e si rimise a razzolare per cercare qualcosa da mangiare.....

 

IL PORCELLINO E LE PECORE

 

Un porcellino assai vivace amava stare con gli animali per giocare e scherzare.

Un giorno si infiltrò in un gregge di pecore per andare con loro al pascolo.....

Purtroppo il povero porcellino, ignaro del pericolo, non aveva pensato che dietro un gregge c'è sempre un pastore.

Lo stesso, una volta accortosi del porcellino, lo afferrò e questi si mise a urlare e strillare. Le pecore allora infastidite da tanto baccano lo rimproverarono dicendo:" il pastore ....ci prende in continuazione ma noi non gridiamo come fai tu".

A queste parole il porcellino replicò:".....scusate ma i motivi per cui il pastore cerca me non sono gli stessi per i quali cerca voi....perchè, se prende voi, lo fa per la lana o il latte, da me, invece, vuole solo la carne!!!!".

 

L'ASINO CHE DERISE IL CINGHIALE

 

C'era una volta un asinello burlone molto grigio ed anche un po' somarello che vagabondava nella campagna alla ricerca di un po' di cibo e di qualche animale da prendere in giro.

Un giorno, quasi verso sera, in una delle sue solite passeggiate si trovo' di fronte un cinghiale e non potendo fare a meno di deriderlo disse: "Salve, fratello".....il cinghiale un po' indignato, respinse il saluto e chiese all'asino il motivo di tale paragone.

L'asino, allora, scodinzolante e con le orecchie tese disse "Tu dici che io non Ti assomiglio; beh certo, ma le mie orecchie assomigliano tanto al tuo muso".

Il cinghiale che voleva attaccarlo era fumante di rabbia per il paragone, ma tuttavia represse il suo istinto e replico:"Sarebbe facile per me la vendetta, disse il cinghiale, ma non voglio sporcarmi col sangue di una nullita' ".

 

LA DONNOLA E IL GALLO

 

Una donnola, dopo aver catturato un gallo, pensava ad un pretesto per poterlo mangiare.

Inizio' ad accusarlo di molestare gli uomini, poiche' con il canto gli impediva il sonno..., ma il gallo, quasi per discolparsi, replico':" ..Li sveglio nel loro interesse, perche' devono lavorare..".

La donnola, allora, spiazzata dalle affermazioni del gallo, si invento' una nuova accusa:" Perche', violi le leggi naturali accoppiandoti con tua madre e le tue sorelle (le galline)".

Non faccio nulla di male -disse il gallo- anzi lavoro per il mio padrone e cosi' facendo le galline producono un' enorme quantita' di uova.

La donnola, allora, stanca delle risposte del gallo e della sua arguzia, decise di farla finita con le domande e se lo mangio'..........

 

LA DONNOLA E L'UOMO

 

Una donnola appena catturata dall'uomo, conscia ormai della fine che l'attendeva, comincio' ad implorarLo e disse:" Ma perche' mi vuoi uccidere, io che sono cosi' preziosa per Te, dal momento che Ti ho ripulito la casa dai fastidiosissimi topi".

A quelle parole l'uomo rispose:"Beh, se tu lo avessi fatto realmente per me, io avrei potuto anche concederti la grazia, ma ahime' tu hai ucciso e hai mangiato i topi solo per godere degli avanzi che gli stessi topi poi avrebbero rosicchiato". Percio', visto che hai mangiato due volte, non cercare di farmi credere che mi hai reso un servizio.

Fu cosi' che l'uomo, dopo queste parole, decise, senza pieta', di abbattere la donnola.

 

LA MOSCA E LA LUPA

 

C'era una volta una mosca che andava ronzando qua e la senza una meta ben precisa.....Un pomeriggio scorse una mula intenta a tirare un carro.......e subito si diresse verso di lei posandosi sul timone dello stesso carro..... sussurrandole: "Come sei lenta!!!"Nonostante quelle parole, la mula, in apparenza, per "E' mai possibile che tu non possa andare più in fretta....stai attenta che non ti punzecchi il collo con il mio stiletto, per bacco....." nulla intimidita continuò a mantenere la stessa andatura..... Irritata dalla mancata risposta, la mosca, continuò a sollecitare la mula con la stessa domanda......La povera mula, allora, stanca ed esausta per la giornata lavorativa, ma anche per le continue domande, abbozzò una simile risposta: "Senti bella fannullona.....non mi lascio certo intimidire dalle tue parole, piuttosto ho invece paura, non certo di te, ma di questo qua dietro che seduto su un seggiolone governa il mio giogo con una frusta e doma la mia bocca con un piccolo morsetto......."Lascia perdere la tua inutile arroganza, non ho certo bisogno di essere sollecitata da una come te, lo so io quando è ora di correre e quando è ora di battere la fiacca....

 

LA VOLPE DAL VENTRE GONFIO

 

C'era una volta una volpe che da parecchi giorni era alla ricerca di un po'di cibo... Era ormai sopraggiunta la sera ed un' altro giorno era passato senza che la poveretta fosse riuscita a mangiare...

Sconsolata e demoralizzata ad un certo punto scorse all'interno di una grossa quercia alcuni pezzi di pane ed un po' di ciccia. Senza pensarci due volte spicco' un salto e si introdusse nel pertugio, divorando avidamente tutto il cibo buttato li', probabilmente, da alcuni pastori.

Comincio' quindi a lamentarsi e a piangere a dirotto sperando che qualcuno la notasse...

Un'altra volpe che passava li' per caso le chiese come mai tanta disperazione... Alle parole della povera imprigionata la volpe rispose: "Mi raccomando non ti preoccupare, quando sarai tornata magra sara' per te un gioco da ragazzi uscire da quel buco....

 

LA VOLPE E L'AQUILA

 

C'era un volta un'aquila che non riuscendo a trovare cibo per i suoi piccoli, scorse finalmente i cuccioli di una volpe, e li rapi'.

La madre dei poveri cuccioli allora, tentando di inseguirla, imploro' l'aquila di non darLe un cosi' grosso dispiacere, ma quella non accolse le parole della volpe e continuo' a volare....

Piangente e addolorata, la volpe, individuo' l'albero sul quale c'era il nido costruito dall'aquila. Senza pensarci due volte raccolse allora quanta piu' sterpaglia pote', appiccicando poi il fuoco al povero albero......

Costretta ormai alla resa e per strappare i propri piccoli al pericolo di morte, il volatile, restitui' alla volpe i suoi cuccioli sani e salvi, implorandoLe la grazia.

 

L'ABETE E IL ROVO

 

C'era una volta un abete e un rovo che non sapevano fare altro che "beccarsi" quotidianamente.

L'abete, alto e imponente, era molto presuntuoso; il rovo, piccolo e spinoso, cercava di contrastarlo come poteva.

"Sono bello, grande e utile, gli uomini si servono della mia corteccia per costruire i tetti delle case, le navi, i mobili e gli strumenti musicali, inoltre addobbo le case durante il natale" amava vantarsi l'abete, "e Tu, piccolo e brutto sgorbio, hai il coraggio di confrontarti con me.....Qual'e' la Tua funzione? A chi giovi? Non ti si puo' avvicinare che subito pungi e i tuoi frutti, le more, sono buoni solo per gli uccelli..".

A cosi' tanta veemenza il povero rovo rispose: "Caro abete, se Tu ti rammentassi delle scuri e delle seghe che ti spaccano, forse preferiresti essere un piccolo rovo anche Tu !!!!!!!

 

 

LA MASCHERA DELLA MORTE ROSSA

 

La -Morte Rossa- aveva a lungo infierito sul paese. Mai pestilenza era stata più fatale e orribile. Il sangue era il suo avatara e il suo sigillo: il rossore e l'orrore del sangue. Erano acuti dolori, e improvvisi capogiri, e poi un abbondante sudore sanguigno fino alla dissoluzione. ... E l'attacco, il progredire e la fine del male erano episodi di mezzora in tutto. Ma il Principe Prospero era felice e intrepido e sagace. Quando i suoi domini furono semispopolati, convocò alla sua presenza un migliaio di amici vigorosi e spensierati scelti tra i cavalieri e le dame della sua corte, e con questi si ritirò nel profondo ritiro di una delle sue abbazie merlate. Era questa una costruzione vasta e magnifica, creata dal gusto eccentrico ma nello stesso tempo grandioso del Principe stesso. Una forte e alta muraglia la circondava. Questo muro aveva porte di ferro. Appena i cortigiani furono entrati, essi portarono fornelli e grossi martelli e saldarono i catenacci. Risolsero di non lasciare alcun mezzo d'ingresso o d'uscita agli improvvisi impulsi di disperazione o alla frenesia che poteva generarsi all'interno. L'abbazia aveva abbondanti provviste. Con simili precauzioni i cortigiani avrebbero forse potuto sfidare il contagio. Il mondo esterno poteva badare a se stesso. Nel frattempo era follia addolorarsi o pensare. Il Principe aveva provveduto ai piaceri d'ogni specie. V'erano buffoni, v'erano improvvisatori, v'erano ballerini, v'erano musicanti, v'era la Bellezza, v'era il vino. Tutto questo e la sicurezza erano dentro. Fuori c'era la Morte Rossa. Verso la fine del quinto o sesto mese del proprio isolamento, e mentre fuori la pestilenza infuriava più violenta che mai, il Principe Prospero divertì i suoi mille amici con un ballo mascherato della più insolita magnificenza. Fu davvero una scena voluttuosa quella mascherata. ... E l'orgia continuava turbinosa, quando infine dall'orologio cominciarono i rintocchi della mezzanotte. ... E così anche avvenne, forse, che ancor prima che gli ultimi echi dell'ultimo rintocco si fossero del tutto annegati nel silenzio, vi fossero molte persone nella folla che avevano avuto agio di notare la presenza di una figura mascherata di cui prima non si era accorto nessuno. ... La figura era alta e scarna, e avvolta da capo a piedi nei vestimenti della tomba. La maschera che nascondeva il volto rappresentava bene la fisionomia d'un cadavere irrigidito che difficilmente l'inganno poteva essere scoperto dal più attento esame. Eppure tutto questo sarebbe potuto essere sopportato, anche se non approvato, da tutti quei folli debiti all'orgia. Ma il personaggio mascherato aveva avuto l'audacia di assumere il tipo della Morte Rossa. Le sue vesti erano intrise di sangue, e la sua ampia fronte, insieme con tutti i lineamenti della faccia, era cosparsa dell'orrore scarlatto. ... Allora, facendo appello al pazzo coraggio della disperazione, una folla di gaudienti si buttarono insieme nella sala nera e, afferrando il personaggio mascherato, la cui alta figura stava eretta e immota entro l'ombra dell'orologio d'ebano, proruppero in un rantolo di indicibile orrore quando si accorsero che le vesti sepolcrali e la maschera cadaverica, che essi avevano impugnato con tanta rude violenza, non allogavano alcuna forma tangibile. E allora si riconobbe la presenza della Morte Rossa. Era arrivata come un ladro nella notte. E ad uno ad uno caddero i gavazzatori nelle sale della loro orgia irrorate di sangue, e ciascuno morì nell'atteggiamento disperato in cui era caduto. E la vita dell'orologio d'ebano cessò con quella dell'ultimo dei gaudienti. E le fiamme dei tripodi si estinsero; e la Tenebra e la Rovina e la Morte Rossa stabilirono il loro illimitato dominio su ogni cosa.

Morale:il mondo è pieno di pericoli e il pensiero più semplice è quello di proteggersi dietro una fortezza. Questo però crea un isolamento che nemmeno sarà in grado di proteggervi dai pericoli, creando più pericoli di quanto riesca in verità ad allontanare. E' molto più saggio confondersi nella folla, sarà questa la vostra fortezza verso i vostri nemici.

Edgar Allan Poe, 1809-1849

 

LA VOLPE E IL TAGLIALEGNA

 

Una volpe inseguita da dei cacciatori stava disperatamente cercando un nascondiglio, quando vide un taglialegna. Immediatamente lo supplico'di aiutarla a nascondersi ed il taglialegna le consiglio' di rifugiarsi nella sua capanna.

Al sopraggiungere dei cacciatori, il taglialegna, fu da questi interpellato se per caso avesse notato una volpe...... A parole rispose che non l'aveva vista, ma, gesticolando indicò loro il nascondiglio. I cacciatori, tuttavia, credettero piu'alle parole che non ai gesti e di li'a breve se ne andarono.

Scampato il pericolo, la volpe balzo' fuori dal nascondiglio e piuttosto scocciata si allontano'......Il taglialegna allora comincio'a brontolare rimproverando l'animale per non avergli rivolto nessuna parola di ringraziamento......A questo rimprovero la volpe torno'indietro e disse :"Avrei potuto e dovuto ringraziarti se i cenni delle tue mani avessero seguito le tue parole......

morale:

diffidare di chi fa nobili promesse, di sicuro avrà un proprio tornaconto a noi sconosciuto.

 

LA GALLINA CIECA

 

Una gallina che aveva perso la vista, era solita razzolare in cerca di cibo; sebbene cieca, continuava a becchettare molto diligentemente. Quale uso poteva dunque fare, l'industrioso stolto, di tale scrupolosa attività? Un'altra gallina dalla vista acuta le restava accanto, non si muoveva e usufruiva, senza raspare il terreno, dei frutti del lavoro altrui. Perché se tanto spesso la gallina cieca trovava un chicco di grano, la sua attenta compagna lo divorava.

Favole, Gotthold Lessing, 1729-1781

Ad suom quemquem hominem esse aequom est callidum. (E' giusto che ciascuno sia astuto per il proprio interesse.) Plauto, Asinaria, 186; Truculentus, 416

 

L'AQUILA E LA CIVETTA

 

La civetta, quando vide schiudersi nel suo nido le uova, si sentì il cuore pieno di felicità e d'orgoglio:

- Quanto sono belli i miei cinque civettini! - pensava, guardandoli commossa con i suoi tondi occhi gialli. Chiunque li vedesse, resterebbe conquistato dalla loro grazia. Ma, ahimè, non posso sentirmi tranquilla, perché troppi nemici li insidiano. Ho timore soprattutto dell'aquila, che avvista dall'alto qualsiasi preda con il suo sguardo acutissimo.

Decise perciò di recarsi lei stessa dall'aquila, per supplicarla di risparmiare il suo nido.

Distribuì equamente il cibo nei cinque beccuzzi spalancati dei suoi civettini, e, rivolto loro un ultimo sguardo affettuoso si diresse, con il cuore pieno d'inquietudine e di timore, al bosco di querce, in cui la superba aquila aveva il suo quartier generale.

Udita la preghiera della civetta, l'aquila squadrò altera la povera madre e le rispose:

- Le tue parole mi commuovono e perciò puoi stare tranquilla per tuoi civettini. Ma dimmi, come li riconoscerò?

- Oh, - disse la civetta - ciò ti sarà facilissimo. Sappi che non vi sono uccellini più belli di loro. Quando vedrai dei piccoli con gli occhioni dorati con meravigliose piume soffici, comprenderai subito che quelli sono i miei figli.

Un giorno l'aquila, volando in cerca di preda, giunse al nido della civetta, mentre questa era lontana.

Vi gettò uno sguardo e vide cinque uccellini grigiastri che giudicò assai brutti e sgraziati.

- Questi non sono certo i civettini - pensò - dei quali mi è stata decantata la famosa bellezza. Li ghermì tra gli artigli e li portò ai suoi aquilotti.

Con quanto strazio la povera civetta trovò al ritorno il suo nido devastato!

(da: Jean de La Fontaine )